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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 5

«Fermati» disse ancora Delphine, quasi implorando.
Louis sentiva il sudore scorrergli acido lungo le palme delle mani. Speronare quel muro di carne ossa tendini era pazzesco, fermarsi e farsi catturare era pazzesco…
Fu Delphine a decidere per lui. Con una mossa rapida e tanto improvvisa che nessuno ebbe il tempo di fermarla, la ragazza afferrò la chiave d’accensione, spense il motore, sfilò la chiave e la gettò lontano, oltre il sentiero.
«Ma sei pazza?» urlò Alex. Alzò una mano, come per colpirla, ma si trattenne: gli indigeni avevano circondato la ruspa e li guardavano con occhi severi, anche se non minacciosi. Le frecce erano incoccate nelle corde degli archi, però tenute basse.
«Mi spiace» disse Delphine, quasi un sospiro. «Sentivo che dovevo fare così».
Prima che Alex potesse ribattere qualcosa, un indio più corpulento degli altri si fece largo tra i cacciatori. Indicò il gruppo di ragazzi e, con un gesto perentorio dal significato inequivocabile, ordinò loro di scendere.
Tutti ubbidirono, timorosi e rassegnati. Gli indigeni li circondarono e si misero in cammino verso il cantiere.
«Chissà che cosa mangiano da queste parti? Carne umana fritta o lessa?» tentò di scherzare Louis.
Mary gli diede una gomitata: «E smettila di dire stupidaggini. Se ci avessero voluto fare del male avrebbero già agito, no?»
«Ma allora perché non ci lasciano andar via?» ribatté Alex.
Nessuno rispose. Solo Gabriel scoccò un’occhiata d’ammirazione verso Mary: era una vera virago, capace di mantenere la calma persino in un momento drammatico come quello. Lui stesso sentiva i tremiti percorrergli le gambe.
Quando furono di nuovo nello spiazzo del cantiere, gli indios si fermarono. I loro occhi si strinsero, i lineamenti s’indurirono, le corde degli archi vennero tese.
«Ahia» sussurrò Alex. Ma nessuno si volse contro di loro.
Un paio di uomini si fecero avanti, con due lunghi strumenti simili a flauti. Li portarono alla bocca.
All’inizio non si udì nulla, se non il consueto frusciare gracchiare chiurlare della foresta. Poi, si spanse all’intorno una sorta di nenia sottile, dal ritmo fluente e ipnotico, e man mano che la musica si alzava di tono tutti gli altri suoni si affievolivano e scomparivano, come risucchiati da quel vortice di note. Era un ritmo dal sapore arcano, che pareva scaturire dalle ere più remote, millenni di anni prima. I ragazzi si volsero verso Delphine e l’espressione del suo volto diede conferma alle loro mute domande: era quella la melodia che lei sola aveva udito pochi minuti prima.
Il flusso di note s’interruppe di colpo con una specie di stridío acuto. La foresta si riappropriò delle sue voci e gli indios assunsero pose meno tese e più rassicuranti. S’incamminarono per un sentiero mal segnato che s’inoltrava nella foresta e costrinsero i ragazzi a seguirli.
Mary si affiancò a Delphine, che appariva pallida e provata: «Va tutto bene?» sussurrò.
L’amica annuì: «Non vogliono farci del male. Quella musica…»
«Sembrava un rito magico» intervenne Gabriel, a bassa voce. «Era come se stessero evocando qualcosa…»
«…O cercando di allontanare qualcosa» precisò Delphine. «Stanno tentando di salvarci la vita!»
«Ah, sì? E tu come lo sai?» ringhiò Alex, a denti stretti.
«Io… non lo so. Lo sento. Ecco tutto».
Mary fissò il volto dell’amica e vi lesse la sincerità. E scoprì in quell’attimo, e la scoperta fu come il lampo notturno che fotografa per un istante il paesaggio circostante, scoprì in quell’attimo l’enorme divario che separava tutti loro da Delphine. Capì che il suo essere svampita non era stupidità, lei che avvertiva cose che nessuno di loro avvertiva, lei per cui le cortine del mondo soprasensibile si schiudevano, a tratti; lei che possedeva un dono raro e prezioso ma nessuno che le potesse insegnare a gestirlo.
«Delphine, da che cosa pensi che questi… indios… vogliano proteggerci?» le chiese Mary.
Ma lei già non l’ascoltava più, procedeva con passo regolare attraverso la foresta, gli occhi fissi su un mondo noto a lei sola.
A tratti, quando le chiome sfrangiate degli alberi si diradavano un poco, apparivano stagliati contro l’orizzonte gli altissimi tepui, le cui pareti verticali di nuda roccia parevano trarre inquietanti riverberi rossastri dagli ultimi sbadigli del sole, che declinava rapidamente per inabissarsi nello smeraldo della foresta, nel tiepido grembo della terra. E sulla volta sempre meno chiara del cielo cominciavano già ad occhieggiare le prime stelle.
(Simone Valtorta, Desio)

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