scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Dissolvenze" di Roberto Ritondale

di Roberto Ritondale

Svanisce l’immagine di te,
si assottiglia il dolore.
Latente ricordo,
passeggi come un’ombra
tra pensieri convulsi.
E intanto la sofferenza
già perde spessore,
si materializza
una strana tristezza.
Una strana amarezza:
retrogusto di te.

πάντα ῥεῖ

Tutto scorre. Anche il dolore!

retrogusto amaro

I versi di Roberto ci parlano di una esperienza che tutti abbiamo condiviso: quella di un amore, di un'amicizia che finiscono, e non lasciano che quello che Roberto così bene definisce retrogusto amaro. Sarebbe invece bellissimo avere una specie di filtro della memoria. Via l'abbandono che ferisce, le parole crudeli, l'assenza senza perché. Nel ricordo, per sempre, l'eco di un pomeriggio felice, un sorriso bellissimo in quell'istante e per un attimo tutto nostro, un gesto piccolo, intimo, come sfiorare con la mano una vena che batte sul collo. Il resto svanito in un soffio, come il dolore, come il rimpianto. Solo la fortuna di pensare che comunque è accaduto, e nessuno potrà togliercelo più.

Filtro rovescio

A ben pensare il filtro c'è ma a rovescio; anni di belle esperienze svaniscono in un attimo sommerse dal dolore del distacco. E' mai possibile che siamo così mal progettati? O questa prevalenza del dolore ha una sua funzione? Che il dolore sia il padre della poesia?

Malinconia

Malinconia

Ah, potessi stancarlo l'amore
come se fosse un cane randagio
che ci segue nonostante
gli si tirino i sassi.

Ah potessi scacciarlo l'amore
gridandogli: " Hai fame?
Ebbene, non ne ho neppure per me",
mostrandogli la strada sassosa, le mani vuote.

Ah potessi ferirlo l'amore
che mi segue come un rimorso,
come una speranza
come un'antica ossessione

Ah potessi ucciderlo l'amore,
la sua fame di carezze, la sua sete di bene.
Ah potessi scordare i suoi occhi dolenti
mentre di notte mi lambisce il cuore.

Di sicuro il dolore è il padre della malinconia.

Eros e Thanatos

Traversi basito la fitta foresta
E rovi taglienti ti graffiano il cuore.
La dea già si specchia nel lago lucente,
Un cervo s’accascia per il tuo furore.

Ma come sottrarti al vivo richiamo?
La fame t’inchioda al crudo destino.
L’amore t’offusca la vista spietato:
Tu sembri impazzito, sei ormai senza fiato.

E levi le braccia ormai sconsolato,
T’illudi, poi speri, t’innalzi beato
Più in alto e misceli dolore e poesia
Pulsioni di vita e pura follia.

Scacciare l’amore cha sazia il creato
Di fiori armoniosi, di mille colori?
Non è forse amore che t’ha germinato?
Lo stesso del quale pur oggi ti duoli?

Innalzati alto, più in alto del Sole,
Laddove si fondon piacere e dolore,
miserie, lamenti e canti giulivi.
Soltanto sognando beato tu vivi!

Risveglio

E' vero, caro Dino: " Soltanto sognando beato tu vivi."
E' il risveglio che mi preoccupa.

Il gene della felicità

Sferzante, graffiante come una frusta, la tua frase così semplice ma così razionalmente espressiva. Che cosa resta dell’Uomo se gli togliamo il sogno, l’illusione, la poesia? Resta l’animale nudo nella sua più intima essenza, l’animale che lotta per la propria esistenza, costretto ad uccidere per mangiare come i suoi fratelli animali, soggetti alla stessa legge che governa la Vita. E questo amore che pure ci accomuna tutti e che ci fa volare sulle vette più alte della fantasia, è pura astrazione o è anch’esso una coercizione, un trucco che ci costringe a moltiplicarci come i lombrichi, le aquile, i leoni? I grandi della Storia, filosofi, scienziati, religiosi, si palleggiano da secoli la “vexata quaestio” e l’uomo diventa, nei secoli, l’essere fatto a somiglianza di Dio, l’artefice primigenio della Storia, (Hegel), la monade senza finestra passivamente succuba dell’armonia prestabilita (Leibniz), il superuomo di Nietzsche, il “progetto gettato” di Heidegger. Forse la religione potrebbe aiutarlo, se riuscisse a trasmettere appieno il messaggio evangelico trasmesso da Cristo. Già Crizia e Voltaire l’avevano intuito pur non essendo credenti. Ma finora l’unico vero tentativo di sfruttare l’empatia geneticamente presente nell’uomo, l’ha fatto papa Roncalli, indicendo l’unico Concilio Ecumenico, il Vaticano II, che non sia stato condanna, sentenza, punizione. Un Concilio pastorale che avrebbe indotto alla vera comunione tra gli uomini se fosse stato capito, studiato, rispettato appieno. Ma non è stato così. E anche il “discorso della luna” del papa buono, rimane sogno, diventa pura poesia. A noi non resta che rubare qualche sprazzo di felicità che c’è sempre e comunque, anche quando tutto sembra perduto, perché forse, tra il groviglio di basi azotate e acidi e zuccheri che compongono il nostro DNA, un piccolo gene della felicità esiste davvero a darci speranza e fiducia nel domani.

In fondo

"Non bisogna mai mostrarsi difficili sul modo per salvarsi, nè perdere tempo a ricercare... Sottrarsi è più che sufficiente al saggio." - dal "Voyage au bout de la nuit" - L.F.Celine

Malinconia

Ok ti nomino mia spacciatrice ufficiale di poesia, troppo bella :)

Navigare

Navigare è necessario, vivere non lo è.
Plutarco, attribuendolo a Pompeo rivolto ai soldati recalcitranti ad imbarcarsi col mare in tempesta.

Piuttosto diversa.

Caro Maurizio, ecco un testo un po' diveso... per musica jazz

Angelo di seconda scelta

My second best angel,
in the vain vain party
ti annoi come me.
Let's make off
filiamocela dunque
far from the madding crowd
nasconditi con me.
In whichever way I turn
I find only loneliness.
Non piangere dicevano
quando l'eroe moriva
è solo ketchup.
This is only ketchup indeed
but I'm really dying.
I want to come so close to you
che il tuo respiro
asciughi le mie lacrime.
After so many years
voglio ridere ancora.

Jazz e Pompeo

Adesso è chiaro il perché del tracollo di consensi di Pompeo a favore di Giulio Cesare.
Bel salto poetico mi strappi alla malinconia, che poco mi si addice ma qualche rara volta mi prende, e mi proietti in una cosa completamente diversa... non so, te l'ho già detto, non riesco a scrivere poesie ma le sento. Mi prende mi piace l'angelo di seconda scelta (solidarietà tra pennuti) mi piace che vuoi ridere ancora :)

Ridi!

Pompeo va a visitare una nave. Un enorme nero forzuto è sottocoperta e con un tamburo dà i tempi ai disgraziati ai remi, stravolti dalla fatica, accecati dal sudore, piagati dalle catene alle caviglie e ai polsi e dai colpi di staffile quando perdono il ritmo. Il nero, annunciando la visita di Pompeo, promette un regime più umano per qualche giorno e acqua da bere ( in genere possono solo bagnarsi le labbra ) se gli faranno fare buona figura, e dunque anche al capitano. I poveracci si mettono a remare freneticamente. Caldo atroce, ossa dolenti, schiene spezzate, mani ,coperte di stracci, che sanguinano. Ma la neve fila come un gabbiano e Pompeo, entusiasta, decide di femarsi a pranzo a bordo. Pranzano un po' meno miserabilmente anche i disgraziati sottocoperta, e il nero si allontana di buon umore. Torna mezz'ora dopo battendo le mani: Forza ragazzi: un altro piccolo sforzo! Pompeo vuole fare un po' di sci d'acqua.

Ridere

Sì, vorrei ridere ancora. L'effetto principale del dolore è che si perde la capacità di ridere. Si cerca di anestetizzarsi con quella distanza dal dolore e dal piacere che secondo alcuni filosofi antichi sarebbe la misura della saggezza e dunque di quel che più rassomiglia alla condizione ottimale ( si sa che anche i filosofi sono restii a parlare della felicità.) Credo che quando si soffre la dimensione del piacere ( inteso nella sua accezione più vasta ) si riduca moltissimo o scompaia addirittura. Accade poi che la dimensione interna si dilati, e quella esterna sfumi in una specie di nebbia, il che accentua la sensazione di isolamento. La realtà perde spesso contorni e colori: sembra che la causa sia un irrigidimento inconscio del nervo ottico, e dunque della capacità di mettere a fuoco. Può accadere che di punto in bianco non ci vedi (quasi più). La gente che incontri ha chiazze confuse al posto della faccia, non parliamo delle targhe delle auto e così via. L'oculista registra che hai perso due gradi in poche settimane: ma il problema non è negli occhi, il problema sei tu. Anche i colori si confondono, e così magari ti fai pure una tac, visto che il tuo equilibrio spesso vacilla.Ma il prolema, ancora una volta, non è materiale. La persona nello specchio non sei più tu, e menomale che ci vedi male. Allora chiedi alla scrittura, come altre volte, di soccorrerti: ma anche lì non è facile.Scrivi piccole cose, il cuore provi ad aprirlo virtualmente a sconosciuti amici atttraverso le parole di carta e vorresti ritrovare i colori, le dimensioni del mondo, il sorriso, anzi, addirittura, la capacità di ridere.

Lady, non affatichi gli

Lady, non affatichi gli occhi, un binocolo l'attende! Poche battute, sorrida ancora, non mi lasci pensare che... ma lei, è davvero la Mascano, quella di "Fammi ridere"?
Picciré, picciré, ma non capisci? E qui: un punto.

e quindi ridiamo....

Cara Leila che non conosco per nulla nella realtà e un pò nel virtuale, facciamo si che la sensibilità sia un valore e non un handicap; io non so quali e quante siano le ferite della tua anima ma sembrano profonde. Però sò che qualsiasi cosa persona o evento le abbia provocate appartiene, lo dicono i tempi dei verbi, al passato. Il futuro lo scriviamo noi e quindi.... ridiamo...
P.S. lady Leila i rematori si pregiano inviarle elegante borsetta in pelle di Pompeo con elegante scritta interna "Amo lo sci d'acqua"

Borsetta

La borsetta sì che mi fa ridere. Poveretto!

ridere fa bene (a parte il povero Pompeo)

Bene un risultato l'ho ottenuto, una risata di donna è molto :) Il tuo racconto ha stuzzicato il tipico animo sovversivo dei gabbiani; liberare ed istigare i rematori è stato un attimo :)) per Pompeo pazienza per citare un classico emiliano: "Te l'avevan detto che finivi male..."

Gabbiano anch'io

Capisco i gabbiani: non ho mai saputo bene come rispondere alla domanda di Bellavista, alias De Crescenzo: ma io sono un "uomo" d'amore o di libertà? Propendo per la seconda ipotesi. Tuttavia acquistai anni fa una strana gabbietta con l'intento di metterci una pianta. Non avevo calcolato che la fragile struttura non avrebbe retto il peso del vaso e la pagodina rimase inutilizzata, appesa ad un chiodino sulla terrazza. Ed ecco che un giorno sento un cinguettare disperato: uno strano uccellino si accaniva contro le pareti della gabbietta sgolandosi. Esterrefatta aprii lo sportellino, e lui ci s'infilò. Ci è rimasto tre o quattro anni, fin quando volò nel suo paradiso. Ogni tanto lo facevo uscire, ma lui tornava dentro da solo. Aveva una buffa crestina e somigliava a Berlinguer, così lo chiamai come il leader comunista.Gli ho voluto molto bene.

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