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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Un altro mondo - Pag. 3

Giusto il tempo di dire:“L’ho vista!” e il batuffolo di pelliccia corre goffamente a rintanarsi. Di marmotte ne abbiamo viste tante, ma ogni volta è sempre uno stupore, una gioia.
Riprendiamo il cammino e faccio strada io; ora non c’è un sentiero vero e proprio, si cammina sull’erba e incrociando ancora il tubo dell’acqua e guardandomi in giro per cercare di vedere altre marmotte, porto tutti fuori pista. Ci guardiamo attorno cerchiamo i segni bianco-rossi. Li ritroviamo un po’ più in là. Poi ci troviamo di fronte ad una bastionata e cerchiamo di individuare da che parte si dirige il sentiero: “Eccolo là!” dice Filo e aggiunge: “Porca miseria! Va su dritto per quella bastionata lì! Ci sarà da sudare!”
“Saranno almeno tre o quattrocento metri dritti in piedi!” commenta Franz.
Infatti il sentiero è bello ripido e la morbida erbetta lascia il posto a cespi di erba secca scivolosa come il ghiaccio, frammista a sassi instabili. Il sentiero è praticamente in verticale e ogni tanto lo abbiamo proprio davanti alla punta del naso.
Saliamo a zig-zag ansimando e a circa metà di quel pendio ci fermiamo e guardiamo indietro il percorso fatto. Ce lo abbiamo tutto nelle gambe impresso indelebilmente nella mente, vivo nel cuore.
Altra foto, poi giriamo lo sguardo verso le montagne che chiudono la testata della valle e restiamo meravigliati dalla visione di una piccola gemma incastonata nella montagna. Un vero gioiello. Un piccolo lago dalle acque turchesi, trattenuto lì da una morena frontale di un vecchio ghiacciaio ormai ritiratosi molto più in alto. E’ incredibile ciò che riesce a fare la natura. Su quella morena la vegetazione, con radi abeti ed arbusti, sta colonizzando i territori detritici lasciati liberi dal ghiaccio. Sembra quasi una competizione tra ghiaccio e vegetazione. Del ghiacciaio riusciamo a vederne una lingua un po’ più in alto del lago. La parte sommitale è occultata dalle nuvole.
Ci avviciniamo al passo e adesso che siamo all’ombra delle nuvole, si sente subito la differenza di temperatura. L’aria è fina. Filo è davanti e Franz qualche passo alle mie spalle. Filo improvvisamente si ferma e dice con stupore sottovoce: “Guarda!”
Un branco di camosci è proprio sul nostro sentiero, ne contiamo sette. Proseguiamo lentamente per non spaventarli e loro vedendoci arrivare non scappano ma si spostano con agile eleganza fuori dal sentiero, ci lasciano il passo e si fermano poco più in là. Hanno capito che non abbiamo intenzioni bellicose nei loro confronti. Giunti alla loro stessa quota ci fermiamo a guardarli. Noi guardiamo loro e loro guardano noi; poi si guardano tra loro e sembrano dirsi: “Ma dove vanno questi tre matti?”
Intanto tiro fuori la macchina fotografica; questa è un’occasione da non perdere! Monto lo zoom, inquadro un camoscio in primo piano e c’è poca luce perchè il sole è nascosto; devo usare un tempo d’esposizione un po’ lungo; allora impegno le forze per trattenere tutti i muscoli, tutti i nervi e infine fermo anche i polmoni. C’è silenzio, sento solo il battito del mio cuore: Tum! Tum! No quello non lo posso fermare. Sto per scattare, ma l’animale si sposta. Accidenti! Lo tengo inquadrato e va a posizionarsi proprio sopra una roccia. Un camoscio vanesio! Click!
Siamo rimasti fermi solo pochi minuti e le dita delle mani si sono già gelate.
Finalmente arriviamo su al passo e il tempo che fino adesso ci ha assistito, ora è cambiato. L’altro versante della valle è immerso nella nebbia; non si vede nulla e tira un’aria decisamente fredda. Sosta obbligata. Giù lo zaino e su il pile. Scendiamo abbastanza rapidamente, tanto non si vede niente, attraverso un’immensa pietraia. Saltiamo quasi allegramente da una roccia all’altra seguendo i segnavia bianco-rossi dipinti sulle rocce.
Poi finalmente la nebbia si dirada, la luce aumenta e intravediamo laggiù il nostro rifugio accanto ad un piccolo lago. Laggiù c’è il sole. Sul pennone non sventola la bandiera, perciò è chiuso, ma noi abbiamo i nostri panini.
Appena veniamo investiti dalla luce solare nuova sosta obbligata: giù lo zaino e giù il pile; fa di nuovo caldo.
Arriviamo al rifugio. Non c’è nessuno. Siamo soli in questa immensità. Tutto è silenzio. Addirittura si sente il rumore di un leggero alito di vento. Incredibile! E pensare che ad un centinaio di chilometri di distanza una fiumana di gente rumorosa, in questo stesso momento, si starà accalcando in un centro commerciale o in un ufficio pubblico!
Sostituiamo gli indumenti sudati e poi fuori i panini!
Io ho portato anche mezzo litro di vino che ho travasato in una bottiglietta di plastica.
“Ma nella bottiglia di plastica…” mi si rivolge con ammonizione Franz.
“Il vetro nello zaino pesa! Ma se non ti va…” gli rispondo.
“No, no, un goccio ci sta bene!”
Seduti su di una panca, attorno a un tavolo in legno, mentre addentiamo i nostri panini, non possiamo fare a meno di notare i pannelli fotovoltaici che servono per l’alimentazione elettrica del rifugio.

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