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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Un altro mondo - Pag. 5

Mi volto indietro e uno splendido arcobaleno si staglia davanti alle nere nubi che occultano il valico. Sale dal fondovalle e va a incastrarsi là, sul fianco della montagna dove abbiamo visto quello splendido laghetto. Si dice che dove finisca l’arcobaleno ci sia un tesoro e il tesoro è proprio quel laghetto e noi lo abbiamo visto. Questo posto non finisce di regalarci emozioni.
Prima che l’alpeggio ceda il posto al bosco notiamo una baita un po’ più in alto. Anzi la notiamo perché un cane abbaia al nostro passaggio. Dal camino esce un fil di fumo.
Dalla baita esce un uomo. Con un braccio ci fa ampi segni di salire. Noi rispondiamo salutando a gesti.
Poi ci butta una voce: “Oee…! Vegnì su… A fò ‘l cafè!”
Noi senza fermarci gli rispondiamo che è tardi e dobbiamo andare.
Stizzito ci fa cenno, con un braccio, di andare a quel paese!
Ci fermiamo, ci guardiamo in silenzio. Ognuno di noi sa che non possiamo rifiutare l’invito di quell’eremita. Magari non vede nessuno da parecchio tempo.
“Arriviamo!”
Improvvisamente mi viene alla mente il ricordo di quell’escursionista disperso che avevamo incontrato in un’altra nostra uscita. Aveva perso il sentiero a causa della neve. Da un paio di giorni vagava senza ritrovare i propri passi; aveva dormito in un anfratto. Era stanco ed affamato. Mi è rimasto impresso che quando gli ho dato la mano per salutarlo, non la mollava più, la stringeva forte. Era così felice di vederci… Quella stretta di mano non la scorderò più.
Intanto arriviamo alla baita. Il cane ci viene incontro festoso e l’uomo della baita ci accoglie con un gran sorriso. E’ un tipo strano. In testa ha una bandana da cui spuntano capelli arruffati; una barba ispida ed incolta; un maglione di lana grossa con un buco in un gomito; pantaloni di tessuto grosso un po’ sporchi e due scarponi infangati. Forse è un pastore.
Strette di mano e cordialità.
“Sa, siamo un po’ di fretta.” Gli diciamo.
“E ma il tempo per un cafè…” e intanto ci invita ad entrare nella baita.
“Va bene, grazie.”
“Da dove venite?”
Gli raccontiamo di dove siamo e tutto il percorso che abbiamo fatto.
“Ah! Però! Avete delle buone gambe, eh?”
Poi prende la caffettiera, mette l’acqua e il caffè e la mette sul fuoco vicino a una pentola dal fondo annerito. Un fornello da cucina come quello che aveva mia nonna. L’interno della baita è molto spartano, immerso nella penombra. Un tavolo con un mozzicone di candela, un’altra candela è su una mensola, una panca, un paio di sedie mal ridotte. Sopra un vecchio lavandino in marmo c’è uno scolapiatti, un paio di piatti, un boccale da birra e uno scolapasta. Dall’altra parte c’è un camino con un fuoco crepitante; sembra quasi che il crepitare del fuoco segua un ritmo stabilito, ma è solo una mia impressione. Il cane si è accovacciato davanti al camino.
Il tipo ci dice di essere lì da circa un mese per fare dei lavori di consolidamento della baita. E se il tempo tiene si fermerà ancora qualche giorno, altrimenti tornerà giù in paese, in valle.
C’è una sorta di stupore e di rabbia, quando ci dice che la baita gli serve come base per le sue battute di caccia. Io penso subito ai camosci visti la mattina.
“Ma porca miseria! Proprio ospiti di un cacciatore dovevamo essere?” penso dentro di me.
“Magari è anche un bracconiere! Beh! Che differenza fa: bracconiere o cacciatore? E’ comunque un nemico della natura!”
Intanto il caffè sale nella moka. L’uomo della baita, da un pensile in fòrmica di una vecchia cucina, tira fuori quattro scodelle da caffelatte e vi versa il caffè. Dallo stesso pensile tira fuori una bottiglia senza etichetta: “Qui c’è la grappa, se volete.”
Non ci formalizziamo troppo sull’igiene. Aggiungiamo la grappa, così se ci sono germi l’alcool li uccide!
“Buono! Ci voleva!”
“Visto? E voi volevate tirare dritto! Va là, va là!”
Ringraziamo e salutiamo l’uomo della baita. Anche se purtroppo è un cacciatore, è stato un incontro piacevole.
Mentre riprendiamo il cammino, sotto un cielo plumbeo, i commenti si sprecano soprattutto ci domandiamo se oggi saremmo capaci di vivere in quelle condizioni: senza energia elettrica, senza acqua calda, senza il telefonino, il computer, la televisione…
Siamo concordi che resisteremmo al massimo qualche giorno, poi la pazzia avrebbe il sopravvento.
Lasciamo l’alpeggio e ci tuffiamo nel bosco. Subito incontriamo un tipo con un cesto in vimini dentro il quale si intravedono grossi porcini.
“Oh che belli!”
E già ci immaginiamo la morte migliore per quei funghi con un risotto, piuttosto che con la polenta.
Quando arriviamo in prossimità della nostra auto uno scroscio improvviso di pioggia ci costringe ad un’altra sosta forzata. Quando arriviamo alla macchina ha già smesso di piovere.
Mentre ci apprestiamo a fare ritorno a casa, dal sedile posteriore dell’auto mi volto a guardare le montagne che abbiamo salito, ma non si vedono più; il limite delle nuvole si è abbassato.
Sembra quasi che le nuvole facciano la guardia., sembra quasi che vogliano proteggere questi monti selvaggi, tenerli nascosti dalla civiltà dei consumi che colonizza tutto a velocità galoppante e che è appena qualche chilometro più in là.
Sì, forse è meglio così.
Questo è un altro mondo.

Stefano Chiarato 30.12.2008

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