scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La rivincita di Eve" di Barbara Bolzan

di Barbara Bolzan
Donne sul luogo di lavoro: competizioni che avvicinano...

Dicono che il nostro non sia un lavoro serio. Tutto dipende da cosa si intende con questo
aggettivo.
Se significa: salvare il mondo, mettere a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare o risanare l’economia italiana, lo ammetto: non è un lavoro serio.
In questo ambiente non salviamo il mondo. Preserviamo la nostra beneamata scrivania.
Non mettiamo a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare. Mettiamo a punto strategie atte alla nostra sopravvivenza (il mondo se la cava benissimo da solo).
Non risaniamo l’economia italiana. Facciamo di tutto per risanare il nostro conto corrente.
Non è poco, se ci pensate bene.
Andiamo in giro e leggiamo. Scriviamo e studiamo incessantemente. Ci scervelliamo sul prossimo ovviamente interessantissimo articolo che pubblicheremo (magari infarcito di banalità che non vogliono dire niente ma l’importante è che suonino bene). Parliamo con la gente.
Poniamo domande sostanzialmente idiote nel corso delle interviste (e spesso ci vuole un’intera nottata per farcele venire in mente e costruirle in modo deficiente quanto basta, così che possano essere comprese dall’interlocutore).
Sono cose serie, queste. Serissime. È la nostra vita. E va preservata.
Qui dentro è una guerra costante.
Ragazzine in gonnellina sbarazzina sculettano portando comunicati stampa. Ti sorridono e, mentre te li porgono, implorano umilmente: “Posso fare altro?”
Ti guardano, ma è solo perché sono strabiche. In realtà, fissano la tua scrivania pensando: “Un giorno, tu sarai mia”.
Nei miei articoli, io mi firmo Eva Harrington, ma in realtà Eva Harrington siete voi. Siete la copia conforme di quell’altra, dell’attrice, ed io conosco tutti i vostri trucchi.
Voi potete anche prendere il caffè con il Grande Capo, potete anche sorridergli e fare di tutto per iniziare la vostra ascesa. Vi lascio fare, perché ognuno cerca di farsi strada nel mondo come può.
Credetemi: ne ho viste tante come voi, giardino d’infanzia! Fate quasi tenerezza. Assisto ai vostri tentativi per togliervi le scarpette rosa col tacco ed indossare gli scarponi da montagna che vi aiuteranno nella vostra brava arrampicata.
Li ho visti, quegli scarponi: lindi, nuovi, appena comprati. L’unica cosa che otterrete saranno innumerevoli vesciche ai piedi. Mi spiace dirlo, ma è bene che sappiate come stanno le cose.
Sono qui a scrivere di voi, di me, di tutto e di niente. Intorno a me: la mia scrivania, l’ufficio, il corridoio, gli altri uffici, le scale, i tre piani di questo edificio, l’edificio stesso, la sede di questo giornale.
Sto battendo al computer, ma sono distratta. È che la sua presenza mi affascina.
Lei è lì. Con la sua aria servizievole. Con delle bozze da correggere. Finge un interesse che è ben lungi dal provare. È qui da poco, vuole farmi una buona impressione. La fa, su questo niente da dire.
Intanto, però, mi studia. Tutte le Nuove Giovanissime Stagiste lo fanno. A suo tempo l’ho fatto anch’io.
Il tempo stringe. Mordicchio la penna, tamburello sulla tastiera del PC senza scrivere una sola parola.
La porta si schiude ed appare la testa del Direttore.
“Come va?”
Lo chiede a me, ma è Lolita che solleva la testa. È seduta alla scrivania che, a rotazione, tutte loro occupano per tre mesi.
“Benissimo, grazie.” risponde, sciorinando un sorriso che dev’essere l’orgoglio del suo dentista.
Il Direttore ed io ci scambiamo un’occhiata eloquente. Poi, il Grande Capo se ne va.
La Stagista mi fissa, perché vede che mi sono alzata. Il sorriso che mi rivolge è uguale a quello di prima. Lo sguardo, però, la tradisce per una frazione di millesimo di secondo.
L’invidia è mal giudicata. L’invidia non è un peccato. È un fatto. È insita in ogni donna in carriera o che tale vorrebbe essere.
Buttiamo la maschera. Non siamo angeli ed il focolare lo abbiamo affittato da tempo alla fatina di Cenerentola, visto che sembrava tenerci tanto. Non siamo gattini o pulcini bagnati (anche se, come la Stagista insegna, sappiamo diventarlo). In realtà, siamo il Proteo del duemila:

tutto o niente. Tutto e subito. Acqua cheta e fuoco.
Ci vedete camminare per i corridoi. In realtà, stiamo correndo. Stiamo sgomitando.
Ci calpestiamo l’una con l’altra. Questa, si sa, è una norma non scritta ma nota a chiunque abbia un briciolo di materia grigia.
Ci invidiamo. Ebbene sì. Ci invidiamo tutto ciò che c’è da invidiare: lavoro, carriera, fidanzati, mariti, amanti, appartamento, scarpe, vestiti, taglio di capelli.
Nascoste dietro le nostre ciglia allungate dal rimmel con cura maniacale, siamo le regine dell’invidia malevola. Ci sorridiamo e ci ricopriamo vicendevolmente di falsissimi complimenti ai quali nessuna di noi –diciamoci la verità- crede più. Abbiamo visto troppi film e letto troppi libri per lasciarci ancora ingannare dalle apparenze.
Perché questi pensieri?
Perché la Stagista mi sorride come la principessa di Walt Disney pronta a pungersi con l’arcolaio o a ricevere la mela avvelenata. Mi sorride con tanto di sottofondo di uccelletti che cantano.
E allora faccio il suo gioco. Bisogna pur divertirsi in qualche modo.
“Vado a prendere un caffè.” dico. Lei si illumina, ma non osa chiedere di accompagnarmi. È osare troppo, come direbbe l’Eva Harrington attrice.
Allora raggiungo la porta, la apro e guardo Lolita. È un invito. Che, naturalmente, vorrebbe accogliere con entusiasmo. Ma non può. Quindi, china timidamente lo sguardo.
“Lei crede che possa abbandonare per un istante il mio lavoro?” cinguetta.
“Non siamo in un lager.”
Mi raggiunge e usciamo in corridoio. Cammina un metro dietro di me, come le giapponesi con i loro uomini. Arriviamo alle macchinette.
Lei non parla. Non ne ha il coraggio.
“Allora, tu cosa fai?” le domando.
“Filosofia.” risponde. Oddio. Una futura disoccupata infarcita di idee aristoteliche sulla felicità, sulla ragion pura e sulla pratica peripatetica. Poi, si illumina. “Però voglio diventare giornalista.”
Di certo non un domatore di bestie del circo. Se sei qui, ci sarà un motivo…
Per il corridoio, alle nostre spalle, si sentono dei passi. Mi irrigidisco. Certe cadenze abbiamo imparato a riconoscerle. Non è il Direttore. È il Sancta Sanctorum. La Stagista non lo conosce. Io l’ho visto forse due volte da quando sono qui.
Quando sta per passarmi accanto, gli sorrido, sciorinando istintivamente un “Buongiorno, signore” che mi pone al livello del suolo. Scambiamo poche cordiali parole. Ho una proiezione di me stessa dall’alto. Mi faccio schifo perché non mi riconosco.
Quando la Stagista ed io torniamo sole, comprendo. Inutile mentire a se stessi. Posso raccontare tutte le panzane che voglio, ma Lolita ed io, in verità, non siamo poi così dissimili.
Ci guardiamo. Ricambio il suo sorriso. Da un pulcino all’altro, in questo momento.
Da una iena all’altra.

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