scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il gatto" Pag.2

Samar è di là, dorme tranquilla. Lei sì che la guerra l'aveva vissuta, subìta. Beirut, la guerra vera, mica quella che si era inventato lui, a proprio uso e consumo. Come tanti altri uguali a lui.

- Ormai ci avevamo fatto l'abitudine. E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola, e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più abbienti avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che i miei genitori non sapevano se ero viva o se ero morta.

Samar era tornata nella sua città due mesi prima, e c'era andato anche lui, con un visto speciale, per celebrare il matrimonio con rito musulmano. Doveva presentarsi all'ambasciata italiana tutte le mattine, ma questo non gli pesava.

Gli pesava attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di Kalashnikov, con le finestre vuote che lo fissavano, e lo seguivano mentre camminava. E uomini che gli correvano incontro, per fargli acquistare un pneumatico usato, o per affittargli una macchina scassata, o per vendergli una ragazzina.

Anche lui aveva sparato. Ma qui si era fatto sul serio, altro che in Italia. Per quattordici anni. Quattordici lunghi anni. Che avevano fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare ... Desolazione, rancore, e morti, a grappoli, a fiumane ...

L'unico albergo rimasto in piedi era il Bristol, nella zona araba. Roof Restaurant, atmosfera anni '50, luci troppo soffuse, tendaggi barocchi alle ampie finestre buie. Era solo, con Samar non ci poteva stare finché non si fossero sposati. Del resto lei era molto ligia, neppure a Milano aveva voluto andare a vivere con lui. Anche perché, se l'avessero saputo al consolato dove lei lavorava, probabilmente l'avrebbero rimandata a casa.

Nella sala, enorme, oltre a lui c'era un tavolo di arabi, e un tavolino con una signora bionda di mezza età. Verso la fine della cena, un vecchio signore sdentato, con i lunghi capelli bianchi, una giacca rossa e un violino in mano, fece la sua comparsa da dietro un siparietto, si guardò un attimo attorno, e subito si diresse verso il tavolo della signora. Iniziò a suonare, con grande impegno. Una melodia classica, tzigana. Lei abbozzò un triste sorriso. Sotto la veletta stava piangendo, ma continuò imperterrita a sorridere. Fino alla fine del pezzo. Poi, il vecchio si accorse che c'era un italiano e ammiccò con gli occhi verso di lui, attaccando Dicitinciello vuje e Torna a Surriento. Cinque dollari furono sufficienti per farlo smettere. Il violinista, riconoscente, si sedette al suo tavolo, e gli disse, mezzo in francese e mezzo in italiano:
- Sa, io ho lavorato in Italia, mentre qui c'era la guerra. Nei cantieri. Ero senza documenti, ma il mio capo era siciliano e mi diceva: se qualcuno ti disturba dimmelo, che lo uccido! Eh, sì, mi voleva bene. I siciliani quando vogliono bene, vogliono bene davvero! Proprio come noi.
- Sì, e quando odiano, odiano davvero. Con la pancia. E non con la testa, come facevo io.

Gli portarono un dolce di uvetta e miele. Era squisito.

Samar quel dolce glielo fa spesso. Ma a lui non piace più.

Non gli piacciono più le fotografie, le riviste, i ritagli di giornale.
Non gli piace parlare con nessuno.

Gli piace stare seduto sul tappeto, nella posizione del loto, con la testa svuotata, a guardare il suo gatto. E a parlargli in silenzio. Perché il gatto sa. Il gatto vede l'invisibile, conosce l'inconoscibile, è il più grande tra i filosofi viventi. Basta guardarlo. E allora lui lentamente chiude gli occhi, e ti sorride.

Cat, pig and bastard

Parecchio tempo fa, dopo un trip di musica granulare, ho composto al pc un pezzo dal titolo “ il gatto e il topo”, basato sulle dissonanze. I bassi, lenti e grevi, rappresentavano il passo del gatto, mentre i cantini, rapidi e granularizzati, simboleggiavano la fuga del topo.
Nel complesso, la melodia era di rara bruttezza e fortunatamente, grazie all’avvento di un virus particolarmente virulento e soprattutto alla successiva formattazione, è andata perduta.
Dico ciò a mia discolpa. Almeno non siete costretti, oltre ai miei deliri verbali a sorbirvi anche la mia mus…..
Stop! Riavvolgiamo un attimo il nastro.
Perché vi stò parlando di me? Che c’entra? E’ successo inconsapevolmente, lo giuro … Io Alessandro Bastasi lo commento istintivamente, senza neanche rileggermi, con la presunzione del lettore appagato. E’ la verità, lo giuro su dio. E non venite a dirmi che sono ateo e quindi il giuramento non vale, io parlo del dio della letteratura.
Avevo intenzione di commentare “ il gatto” da parecchio tempo… l’ho letto, l’ho riletto. Avevo già bell’è pronte in testa tutta una serie di citazioni colte, di frasi incisive, di parole rotonde e pulitine … il terrorismo, la pace, la guerra…
Tutte cazzate baby … io la guerra non l’ho mai combattuta, una pace non l’ho mai stipulata … il terrorismo poi … il giorno che trovarono il cadavere di Aldo Moro era un giovedì … sapete perché me lo ricordo con precisione?
Perché il giovedì sera in tv trasmettevano Supergulp … cartoni animati con i Fantastici 4, l’Uomo ragno, Nick Carter … quella sera non lo mandarono in onda in segno di lutto ed io m’incazzai parecchio … ecco cosa ricordo del terrorismo …. avevo otto anni, non so se è una scusante. Forse lo è, forse no. D’altronde ero un bambino strano … che leggeva Hemingway a quattro anni ed a otto s’incazzava per un Supergulp in meno.
Certo, poi ho letto …. mi sono documentato, ma un conto è leggere … un altro vivere sulla propria pelle.
Sono un amante dell’horror …. per campare faccio il chirurgo (le due cose non sono necessariamente consequenziali) … ho vissuto e lavorato in posti, in cui la vita di un uomo valeva molto meno di una bottiglia di scotch …
Insomma non mi spavento facile … almeno teoricamente … la violenza non mi spaventa … appartengo ad una generazione che ha visto milioni di morti nei telegiornali ed ha ucciso miliardi di invasori spaziali nei videogames ….
Invece mi spaventa la tranquilla stanchezza del protagonista de “ il gatto “ …. perché so, intuisco … non per intelligenza, ma grazie alla divina follia degli scrittori … che quando si passa attraverso certe cose, non si torna mai indietro indenni … ed anche se non perdi una gamba o un occhio … certe parti di te la guerra le amputa lo stesso …
E tu non puoi farci niente ….
Non ho vissuto sulla mia pelle né guerre, né paci …. e di questo rendo grazie, non certo a quegli dei per cui non siamo che mosche, per dirla come un caro amico nato a Stratford, ma al dio della letteratura … che mi protegge e mi permette di esistere …
Per questo straparlavo di me all’inizio, per fuggire.
Qualche giorno fa, parlando di critiche letterarie con una lettrice, le ho detto che …. quando si legge qualcosa …. bisogna sempre chiedersi, se le sensazioni che proviamo sono veramente nostre o indotte da quel porco bastardo di un grande scrittore, che gioca con noi quasi fossimo cavie.
Io non so se Alessandro Bastasi volesse indurre questo in chi lo leggeva con questo racconto, ma perdio (sempre quello della letteratura ovviamente) quel porco bastardo ci è riuscito perfettamente.

Alessio

P. S.
Piccolo appunto fuori contesto : i siciliani non amano tutti con la pancia, Ale :)

Credo che la grandezza, o la

Credo che la grandezza, o la bravura o entrambe di uno scrittore si vedano proprio da quello che suscita quando si legge un qualcosa di suo. Se è capace di far vivere al lettore, attraverso il suo personaggio, un'esperienza non vissuta, significa che è riuscito nel suo intento, che il suo messaggio è arrivato dove doveva arrivare.
E sono convinta che Alessandro questa capacità ce l'abbia. Non tutti i lettori poi, sono uguali, o sensibili a certi argomenti, ma peggio per loro.
Credo che in genere un racconto o un romanzo piace o non piace a seconda di quello che suscita dentro e se suscita qualcosa (ovviamente non parlo di Dan Brown, Baricco, Vespa e compagnia bella bensì degli scrittori veri)nonostante, a parere mio, il "giudizio personale" debba essere a prescindere dalle proprie emozioni. Nel senso, se un romanzo o racconto è scritto bene, ma tratta di temi pesanti per me, perchè li ho vissuti in prima persona ad esempio, non è corretto che io dica che non è bello, che l'autore fa schifo. Devo avere il coraggio di dire "mi ha fatto star male ma è bello" mentre non sempre è così. In genere invece si dice: "non mi piace" e ancora, riguardo all'autore "scrive male, fa schifo". Ovviamente parlo di noi lettori "normali" e non dei recensori ufficiali perchè spero e presumo che loro questa capacità di estraniarsi l'abbiano ben presente.

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Sono sicuramente in accordo

Sono sicuramente in accordo con quello che sostiene Nadia, il giudizio personale "dovrebbe" prescindere da un racconto. Ma per scernere il piacere dal commentare criticamete e sopra il proprio giudizio bisogna avere una cultura, una capacità ed una sagacia che ahimé pochi hanno. Ed io non sono certo fra questi pochi! Un racconto mi suscita emozioni - è per questo che lo leggo - perché esso possa rappresentare (specchio o prisma) quello che io sento dentro, o ancora perché mi possa aiutare a comprendere qualcosa che non conosco, con cui - a volte fortunatamente come nel caso di questo racconto - non ho mai avuto contatto, che non ho mai vissuto sulla mia pelle. Un racconto lo posso apprezzare, se è scritto bene, se è piacevole, se è corretto e nelle sue parti più storiche corrisponde ad una realtà. Ma lo posso amare solo se mi lascia qualcosa dentro, se mi ha fatto piangere o ridere, sconcertare o sorprendere.
Non bisogna però mai dimenticare che, se ciò che leggiamo non ci piace, è il racconto a dover essere biasimato e mai cadere nell'errore che contraddistingue i pessimi critici: criticare l'autore e non il racconto.
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Nulla ha più valore di una lettera.

:)

A scanso di equivoci....a me il racconto è piaciuto moltissimo :)
Alessio

Anche a me, ovviamente!

Anche a me, ovviamente! :P

Nulla ha più valore di una lettera.

Da lettrice appassionata

Da lettrice appassionata quale sono, concordo con quanto detto da Nadia e da Silvia. Credetemi ragazzi, non è per niente facile distinguere le due parti di romanzo e scrittore quando non ti sono piaciute...mi spiego: se non mi piace un libro mi è poi difficile (ma non impossibile) scindere il racconto dall'autore, a volte identifico l'autore con quello che scrive e non è sempre giusto.
Alcuni autori scrivono cose completamente diverse, impossibile quindi identificarlo con un solo racconto....ripeto per me è difficile, anche perchè vado ad istinto.
Leggo istintivamente, a pelle, ed un romanzo mi deve suscitare un'emozione e non m'importa in che modo è scritto, m'importa il messaggio che l'autore vuole trasmettere, m'importa emozionarmi con quello che leggo sia nel bene che nel male. Per questo non "giudico" mai un libro, semplicemente perchè non possiedo strumenti per farlo, quindi mi limito a commentarlo con quello che ho in mano e cioè...il mio cuore!
Bacioni a tutti ^_^

L'Umanità

Mi diletto di pittura come mi diletto di poesia. Mi piace citare Annibale Caracci.: “Noi altri dipintori abbiam da parlare con le mani”, ma estendo il suo concetto alla musica, alla letteratura, all’arte in generale. Ma forse il concetto è ancora suscettibile di un’ulteriore correzione. Forse i nostri lavori, i nostri elaborati, le nostre elucubrazioni che trasferiamo sulla carta, sul monitor di un computer, sulla bianca tela, sono un’inconsapevole proiezione di noi stessi, delle nostre paure, delle nostre incertezze,delle nostre ansie o dei nostri desideri, nel calderone comune della Vita, che rimane un mistero, un percorso imperscrutabile di finalità nascoste o indecifrabili. Mi piace l’immagine del gatto che forse “sa” semplicemente perché non sa di non sapere. Noi uomini, consapevoli dei nostri limiti, ossessionati dall’idea di finitezza spaziale e temporale contrapposta ad un’idea d’illimitatezza che ci sconforta e confonde, raccontando le nostre inutili battaglie, gli episodi più o meno cruenti che possono turbare la nostra esistenza, forse eccitiamo quei neuroni specchio che stimolano la nostra empatia e ci coinvolgono tutti emotivamente. Meglio lo raccontiamo, più gente coinvolgiamo. Fino al raggiungimento dell’estasi massima, arrivando a perdere i sensi come nella nota sindrome di Stendhal, quando un’opera d’arte è così bella, così coinvolgente, così trascinante, da renderci veramente partecipi di un percorso comune, spesso doloroso e straziante, a volte amorosamente edificante, che coinvolge tutti quei misteriosi esseri pensanti che, tutti insieme costituiscono un’unica grande famiglia. E parlo dell’Umanità.

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