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"Morta due volte" di Attilio Meoli

di Attilio Meoli

Si muore – ha detto qualcuno – semplicemente quando non si ha più voglia di vivere.

Irene era una donna graziosa, minuta, di cinquantacinque anni, ed è sempre vissuta in un piccolo paese in provincia di Sondrio.
Irene, alcuni anni orsono, ha commesso un crimine agli occhi dei suoi concittadini: «Si è innamorata di un uomo che non era suo marito». A nessuno importava sapere il motivo, nessuno aveva mai notato i lividi che spesso apparivano sul volto di Irene. Nessuno sapeva quanta dolcezza Irene trovasse nelle braccia di questo nuovo amore. Irene, donna minuta, non più giovane, con un marito violento che la trattava con disprezzo e dal quale aveva avuto due figli, decise di riprovare a vivere.
Il marito fece di tutto per non lasciarla andare, la riteneva una sua proprietà. I figli non la capirono e non la perdonarono. Le sue amiche semplicemente sparirono. Irene, piccola donna forte, sopportò tutto questo in cambio di un po’ d’amore, quell’amore a cui anelava e che sempre le era stato negato.
Dopo pochi anni di convivenza col suo nuovo uomo, Irene iniziò a non sentirsi toppo bene. Una strana stanchezza la pervase, in pochi mesi perse otto chili, diventando l’ombra di se stessa. Dopo ricoveri in ospedale e vari accertamenti, i medici, con malcelato imbarazzo, le comunicarono che era sieropositiva e probabilmente già in AIDS.
I sanitari consigliarono ad Irene di farsi curare presso l’Ospedale di Lecco, il solo, nelle vicinanze, che disponesse di un reparto di Malattie Infettive. Irene accettò di buon grado, sperando che così facendo, la notizia non trapelasse al suo paese.
In una fredda e piovosa giornata di febbraio, Irene entrò nel reparto dove io lavoro come caposala. L’accolsi come d’abitudine e le mostrai la sua camera. Senza dire una parola si mise la camicia da notte e s’infilò nel letto, il viso rigato di lacrime rivolto verso la finestra lasciava trapelare un’indicibile sofferenza. Non fu facile vincere la sua naturale diffidenza, per giorni il suo rapporto col mondo si limitò a pochi monosillabi. A poco a poco però la sua diffidenza si allentò, incominciò a fidarsi dei medici del reparto e ancor più degli infermieri. Il bisogno di rapporti umani vinse la sua timidezza e la sua vergogna. Così, un giorno, Irene mi raccontò la sua storia. Mi raccontò di come l’uomo che aveva amato così profondamente e per il quale aveva lasciato la sua famiglia, saputo della sua malattia si fosse dileguato. Di come i suoi figli si fossero sbarazzati di lei, ripudiandola. Della paura di morire sola, senza nessuno da salutare, nessuno da cui accomiatarsi.
Mi misi in contatto con i suoi figli, uno non volle nemmeno parlare, l’altro accettò di venire a trovare la madre. Ebbi un incontro con il figlio di Irene, vorrei dimenticarlo perché ancora le parole che ci scambiammo mi chiudono lo stomaco. Disse frasi assurde, che sua madre meritava quello che le stava accadendo perché aveva lasciato la sua famiglia per un poco di buono. Mi chiese di capire l’altro figlio che non voleva vedere sua madre, perché anche lui non riusciva a perdonarla. Mi parlò della vergogna che provava al suo paese, dove tutti ci si conosce. Mi disse che sarebbe stato meglio se fosse morta. La cosa più triste fu assistere al loro incontro. Mai una sola volta il figlio d’Irene guardò sua madre negli occhi, nonostante lei ricercasse insistentemente il suo sguardo. Non si dissero nulla più che poche frasi. Non tornò mai più a trovarla, né lui né nessun altro.
Irene è morta il mese di aprile, il suo corpo si è rifiutato di rispondere a qualsiasi terapia. Lei ha deciso di non vivere più e ha semplicemente smesso di combattere. Irene era già morta socialmente nel momento in cui è stata rifiutata dal mondo a cui apparteneva; Irene, come spesso accade ai malati di AIDS, è morta due volte.
(anno 2008)

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