scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Racconti dell'età del rap - Pag. 1

SINOSSI

L’autocritica di per sé non dovrebbe essere mai un difetto. Scrivi per anni, mettendo da parte parole su parole, che nessuno legge, eccettuato qualche amico ogni tanto. Poi, un bel giorno, qualcuno di loro ti dice che, in fondo, le tue parole non sono peggio di quel che si sente in giro o si trova, accatastato in buon ordine, sopra un qualunque scaffale di libreria. Ovvio che, dopo una lode talmente sperticata, ti venga voglia di confrontarti, di misurare le cose che scrivi con un metro che non è solo il tuo, di verificare le tue parole con occhi di altri. Perché tutto ciò che si scrive è dettato da un’urgenza espressiva, dal bisogno di far uscire storie e personaggi che chiedono, in certi casi pretendono, di essere raccontati. Per chi legge invece, non sempre esiste tale necessità. Se esiste un dio nell’universo, lui solo sa quante maledizioni siano state scagliate da comitati di redazione e revisori di bozze sui pessimi scrittori, su inutili parole di cui nessuno, a cominciare dai personaggi stessi dell’opera in questione, avvertiva la necessità.
Ecco che si presenta il primo problema. Bisognerebbe aver cura dei personaggi, come di persone care, di famiglia, vecchi amici, e soprattutto lasciargli dire solo quello che effettivamente hanno da dire, né una parola in più, né una in meno.
Così viene fuori questo elenco di 22 racconti, ridotto all’osso, tenendo fuori parecchia roba. Storie che ancora non sono pronte, personaggi che non vogliono essere raccontati, situazioni che, a ben guardare, riguardano te e solo te.
Cosa accomuna queste 25 storie? L’autore, tanto per cominciare. Verrebbe da dire così, travestendo di ovvio ciò che ovvio non è. Non soffermatevi sul luogo, sull’ambientazione, come viene definita. Non è importante. Né quella geografica, né quella storica. Si spazia dal VI secolo a.C. ad un ipotetico anno 2456. Dal West a Praga, da una Sicilia quasi d’avanspettacolo ad un’antica Roma stile kolossal anni ’50. Non fateci caso, non più di tanto almeno. Sono solo facilità, comodi travestimenti cui si ricorre. Un personaggio come il Kid, uno stupido che muore da stupido, poteva stare solo là. Niente, a mio avviso, rende la stupidità come le interstate americane, lunghissime ed uguali, spesso senza che ci sia niente da guardare dal finestrino. Mettere uno stupido in un posto complicato, serve solo se si vuole far risaltare un confronto. La vita, la realtà, non sono quasi mai semplici, ancora meno se sono intelligenti. Se si vuole solo raccontare, ed è appunto il caso di storie come “ Il Kid va ad ovest”, il fondale dev’essere nudo e crudo, senza complicazioni non necessarie. Poi c’è il discorso dell’America, intesa nel senso degli States. Almeno 6-7 storie sono ambientate, di riffa o di raffa, in qualche punto degli Stati Uniti, ma non quelli veri. E’, volutamente, un’America di seconda o terza mano, com’è giusto che sia per chiunque descrive l’impero dalla periferia.

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com