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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Racconti dell'età del rap - Pag. 2

Io sono uno scrittore (che bello definirsi così, quanta autostima e quanta responsabilità racchiuse in una parola) provinciale. Orgogliosamente provinciale.
C’è ancora bisogno, a mio avviso, di storie raccontate da un’inquadratura diversa, che non sia quella banalmente autobiografica, facilmente autobiografica. Potrei raccontare la mia esperienza di medico, di siciliano. E’ dubbio che possa servire a qualcuno, ma di sicuro non servirebbe a me. Chi scrive solo di se stesso, prima o poi rimane senza niente da dire. Tutte le mie storie nascono da una semplice riflessione: non sarebbe divertente se…?
E così, ridendo e scherzando, son venuti fuori racconti allegri e tristi, amari e teneri, scarnificati e paradossali. Realtà spesso stralunate, volutamente, in cui il personaggio perde i riferimenti, le regole, le coordinate, ed è l’unico strumento possibile per rimanere normali in una situazione che normale non è. E che si autodistruggono, esplodono o annichiliscono con una taciturna conflagrazione, nel tentativo di assomigliare a ciò che li circonda. Oppure nel conflitto tra ciò che sembrano agli altri e ciò che sembrano a sé stessi.
Sono storie. Uomini comuni travestiti da antichi, da moderni, da americani. Mettiamo ad esempio “ Il figlio di Troia “. Il problema dell’incomunicabilità, del parlare lingue diverse, in senso mentale prima ancora che fonetico, è vecchio quanto il mondo. Enea e Lavinio potrebbero benissimo essere un europeo ed un arabo contemporanei. O un inca ed uno spagnolo. E l’ironia è soltanto un mezzo, facile, per parlare di un problema, che a ben guardare è spesso drammatico. Anche “ Janos il ceco “ nasce da un’idea ironica. Il pensiero delle difficoltà, assolutamente paradossali e quasi kafkiane, che si potrebbero incontrare nel voler aprire una finestra, in una città passata alla storia per una defenestrazione. Solo che, scrivendo scrivendo, la storia si è complicata sempre più e da racconto squisitamente praghese, locale, è diventata una storia che dovrebbe riguardare tutti noi. La battuta finale di Janos, potrebbe essere la risposta giusta al tizio grande e grosso, che strappa il pezzo di ghiaccio dalle mani di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
“ Hier hist kein warum “, dice il tizio, “ qui non c’è perché ”. Non è vero. Dovrebbe sempre esserci un perché. E se non c’è lo si cerca, finchè non lo si trova. E se non si trova lo si inventa. Altrimenti a che servono gli scrittori?
Racconti come “ Zia Susanna che vive sotto un tavolo”, sono stati fonte di una piccola polemica nel mio giro di amicizie. Le mie amiche più femministe, più sessualmente consapevoli, per dirla politically correct, mi hanno accusato di gretto e bieco maschilismo. Può darsi. L’inconscio di uno scrittore assomiglia alle fogne di Parigi. Ci finiscono dentro molte cose, non tutte veramente desiderate.

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