scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Durante" di Andrea de Carlo

Il diciannove maggio alle quattro e venti del pomeriggio ero seduto nel prato davanti casa in una pausa dal lavoro, senza un solo pensiero attivo in testa. Il termometro appeso sotto l’arco tra la casa e il laboratorio segnava ventisette gradi all’ombra, ma al sole ce n’erano almeno trenta. La testa mi scottava. Gli occhi mi facevano quasi male. L’erba già in parte secca mi pizzicava le piante dei piedi e le caviglie, mosche e api e altri insetti di varie dimensioni mi si posavano addosso e ronzavano intorno. Muovevo le mani a intervalli per scacciarli, respiravo lento. C’era anche una lieve brezza intermittente, che creava venature nell’aria densa e increspava l’onda tenue di blues elettrico che usciva dalle finestre. Cardellini e fringuelli e tortore dal collare cantavano melodiosi sugli alberi e tra i cespugli; la distesa delle colline tutto intorno era incantevole come sempre, benché i colori fossero un po’ sbiaditi dal secco prolungato e dall’intensità della luce. Nell’insieme avrei potuto dire che le sensazioni negative e quelle positive si bilanciavano, con forse una debole prevalenza di quelle negative dovute al caldo ed alla noia ristagnante nel retroterra dei miei non-pensieri. Poi ho sentito il rumore di un’automobile che scendeva per la strada sterrata, sono saltato in piedi. Oscar il cane si è messo ad abbaiare : scoppi di suono profondo, percussivo. Astrid la mia ragazza si è affacciata da una delle finestre aperte, ha detto « Chi è ? ».
« Che ne so ! ». Ho detto, mentre incespicavo sull’erba per infilarmi gli zoccoli di sughero e lana cotta bucati
dall’uso in corrispondenza degli alluci.
Sono andato al punto dove la stradina ripida scende al piano della casa, con le reazione contraddittorie di uno che vive fuori dal continuo intersecarsi di persone e attività della società urbana: fastidio, allarme curiosità, istinto di difesa del territorio. Osca abbaiava più concitato, ai limiti della sua catena tesa. Una piccola macchina bianca è sbucata tra i viscioli e le rose canine e i finocchi selvatici e le erbe alte, si è fermata a qualche metro da me. Mi sono bloccato anch’io, con tutti i muscoli del corpo e della faccia contratti, improvvisamente consapevole del cattivo stato della mia maglietta verde militare e dei miei calzoni di tela nera, la testa già piena di gesti e frasi per negare e respingere.

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