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"Amore violento" di Attilio Meoli

di Attilio Meoli

Quando l’amore cambia volto.

Buio, silenzio, paura, il sangue mi cola dal naso, sento il suo sapore in bocca, quel sapore che ormai conosco così bene. La porta che sbatte mi avverte che lui è uscito. Il cuore ricomincia a pulsare, mi rilasso, cerco di alzarmi ma la gamba mi duole e ricado. Quanto tempo è passato? Mezz’ora, forse un’ora. Devo rialzarmi, ripulirmi e poi c’è ancora la cucina da sistemare. Per fortuna il nostro piccolo angelo è con i nonni, povero caro, così piccolo e fragile. Presto, devo far presto, se lui rientra e trova la cucina in disordine si arrabbia e ricominciano le botte.
Eppure Fabio, quando l’ho conosciuto, era così gentile, così galante, così bello. Dio, sembra passato un secolo da allora e invece sono passati solo tre anni. Tre anni lunghi come secoli, ed io a soli ventisei anni mi sento come n’avessi il doppio. Ritorno con il ricordo al giorno del nostro matrimonio, com’ero felice. «Nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi», disse don Angelo, e mi sembrò una frase bellissima. Anna, cara amica che ho ripudiato perché cercavi di mettermi in guardia, dove sei? Sei stata fidanzata un anno con Fabio, poi lo hai lasciato, così, improvvisamente, senza dare spiegazioni a nessuno, nemmeno a me, che ero la tua migliore amica. Qualche tempo dopo, quando ti dissi che ci amavamo e che ci saremmo sposati, mi raccontasti delle cose terribili sul conto di Fabio, così terribili che pensai fossi invidiosa di noi e ti allontanai. Cara Anna, potrai perdonarmi? Mi manchi, come vorrei averti qui ora ad aiutarmi, a proteggermi.
Finalmente la cucina è in ordine, le scale, che fatica salire al secondo piano. L’acqua della doccia mi ripulisce, la lascio scorrere sul mio corpo, a lungo, mi insapono più e più volte, ma mi sento sempre sporca. Finalmente mi getto sul letto, mi infilo sotto le coperte e mi rannicchio il più possibile in un angolo, immaginando di non essere lì.
La porta d’entrata sbatte, una bestemmia, è lui, è tornato e capisco da come si muove che ha bevuto. Lo sento salire le scale, barcollante, apre la porta della camera con violenza, come spesso è solito fare. Mi rannicchio impaurita, vorrei scomparire, annullarmi, non esistere. Lui si spoglia piano, sento il suo sguardo su di me e il terrore mi attanaglia la gola.
Eppure una volta ero felice quando lo sentivo rientrare, allora le sue mani non mi facevano paura e le sue parole per me erano dolci come il miele. Poi è nato Luca, il nostro piccolo angelo. La felicità era così grande che mi scoppiava il cuore. Fabio però incominciò a cambiare, mi accusò di trascurarlo, di occuparmi ormai solo di nostro figlio. Certo il nostro bambino occupava molto del mio tempo, ma il mio amore per Fabio non era diminuito, però lui non lo capiva. Poi una sera, rientrando ubriaco, mi accusò di trascurare la casa, disse che era tutto in disordine, sporco, ed iniziò ad insultarmi dicendomi cose che non gli avevo mai sentito dire prima. Quella sera mi violentò e mi picchiò selvaggiamente e da allora le violenze sono diventate quasi quotidiane.
Si infila nel letto, sento il suo corpo che si avvicina e l’alito pesante sul mio viso. «So che sei sveglia, lo sento da come respiri». Scoppio a piangere, il mio corpo è attraversato da spasmi di paura, ma questo non lo ferma, anzi, si getta sopra di me e mi prende con una violenza inaudita. Buio, silenzio, paura… domani… domani me ne andrò via per sempre… domani… forse… ritroverò la pace.

Due giorni dopo, il giornale locale, in un articolo di cronaca parlava di una donna trovata impiccata nella sua camera. Lasciava un marito e un figlio di un anno e rimaneva «incomprensibile» – così citava l’articolo – il motivo del suicidio. Eppure, continuava l’articolo, aveva un marito d’oro, gran lavoratore, che non le faceva mancare niente… neanche le botte, ma questo l’articolo non lo diceva.
(anno 2008)

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