scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La nebbia, le torte, il ricordo" di Vera Demes

David si affacciò sul terrazzo. Il vento era aumentato di intensità. Era piacevole. Profumato di tigli e di altri aromi indefinibili. E strano. Non gli capitava di avere un pomeriggio libero da secoli. Osservò la distesa di palazzi sotto di lui e le prue delle canoe scivolare sul fiume. Gli sembrava di essere stato catapultato in quel luogo da distanze siderali. Non c’era abituato. Non aveva la minima idea di cosa dovesse fare. Si sedette su una delle sedie a sdraio disposte lungo il muro e allungò le gambe davanti a sé, sfilandosi le scarpe e le calze. Se lo avessero visto in quel momento, la sua immagine perfetta e inossidabile avrebbe subito un duro colpo. Ma non c’era nessuno accanto a lui. E se si escludeva il telefono, che continuava a squillare nella tasca dei suoi pantaloni, aveva chiuso fuori tutti. Era perfettamente e splendidamente solo.

***

Aveva fatto un sogno. Non ricordava esattamente tutto ma di una cosa era certa. Era stato un sogno strano. E sgradevole. Ricordava una strada grande, palazzi monumentali e immense fontane stillanti acqua. Camminava lungo quella strada e improvvisamente si rendeva conto di non avere nulla addosso. La sensazione di benessere che aveva provato ammirando quei luoghi principeschi, si era dissolta nella consapevolezza di essere completamente nuda, additata da tutti, impossibilitata a trovare un riparo. Non c’era un luogo in cui nascondersi. Aveva dovuto camminare rasente i muri coprendosi con le mani, sconvolta dalla vergogna e dall’umiliazione.
Era rimasta dieci minuti sdraiata nel letto, cercando di capire. Poi una doccia veloce. Era tardi. Come sempre. Il caffè lo aveva trovato già fatto. Suo padre si alzava all’alba e poi si chiudeva nello studio in fondo alla casa, a leggere. Lei non lo disturbava mai. Beveva il caffèlatte ascoltando distrattamente il notiziario delle sette e mezza. Poi sgranocchiava una fetta di pane tostato, che terminava di mangiare lungo le scale, cercando le chiavi del motorino nella grande borsa di cuoio.
La sua giornata cominciava così. Sfrecciando veloce nelle strade già affollate di impiegati, studenti e operai, diretti al lavoro. Non si guardava mai attorno. Neppure ai semafori. La città pareva un’enorme sfondo posticcio, un fondale sfumato che lei percepiva a stento, cercando di non fare tardi.
La fabbrica compariva sempre alla sua destra, a volte confusa nella foschia invernale, a volte nitida nella luce trasparente dell’estate. Era un fabbricato polivalente e moderno, progettato da un famoso architetto. La zona destinata agli uffici e all’area esposizioni era un enorme cilindro di vetro, su cui la luce e il cielo caliginoso della città si riflettevano in un gioco divertente di specchi e rifrazioni. A destra c’erano i quattro stabilimenti di produzione, bianchi e monumentali, con la ciminiera al centro, che spandeva nell’aria l’odore intenso della pasta cotta e dei dolci industriali. C’erano giorni, quando l’aria era bassa e immota, che quell’odore penetrante stagnava intorno alla fabbrica per ore, anche per giornate intere.
Le mattine erano tutte uguali, proprio come allora. Soltanto il cielo era diverso. Quel giorno era turchino, senza una nuvola, perfetto.
***

La radio trasmetteva vecchi successi degli anni ottanta. Love of the Common People. Che bella. Le ricordava le prime feste del Liceo. Come si era divertita, allora.
Al compleanno di Nadia, aveva conosciuto Giovanni. Si erano messi insieme dopo un mese, dopo che lui aveva tentato di baciarla. Era stato bellissimo. Era successo al cinema, a vedere Un mercoledì da leoni. Lui le aveva appoggiato un braccio sulle spalle e aveva avvicinato il viso al suo, premendo le labbra e inserendo la lingua tra i suoi denti. Era stato strano. E speciale. Lui era speciale. Uno dei ragazzi più tosti della compagnia, uno di quinta. Dio. L’aveva amato subito moltissimo. Senza riserve.
Sfilò le lenzuola dal letto e le ammucchiò sul pavimento. Sulla federa c’era il suo odore. Lo appoggiò al viso e sorrise. Amava prendersi cura di lui. Della loro piccola e giovane famiglia.

...

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