scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Rinnegato" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato
alla ricerca delle certezze perdute
ascoltando un vecchio disco e riscoprire,
a trentaquattro anni dalla sua pubblicazione, che è più attuale che mai

Anche quella mattina, come sempre, mi ritrovavo a fare più cose contemporaneamente: guidare, ascoltare la radio e pensarne mille altre. Una mano ferma sul volante, mentre l’altra cercava affannosamente qualcosa di interessante tra i tanti canali delle emittenti. Ad un certo punto la mia attenzione veniva catturata da una vecchia canzone di Edoardo Bennato; quella che diceva:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Immediatamente la memoria è volata indietro nel tempo. A quella sera, quando all’Arena Civica, avevo assistito al mio primo concerto; al concerto di quel cantante che soltanto qualche giorno prima, sentendolo sulla frequenza di una radio libera, lo avevo bollato come un pazzo scatenato. E lui era lì, sul palco, e da solo era un’intera rock-band, armato di chitarra, armonica a bocca, kazoo, tamburello a pedale e una voce stridula, partenopea, piena di versetti e gridolini.
Che concerto!
Di lì a poco avrei comprato tutti i suoi dischi e perfino la chitarra e l’armonica.
Quella sera aveva cantato proprio quel brano che ora stavo riascoltando alla radio:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Era la canzone che chiudeva il suo primo LP; sì, i dischi si chiamavano così, i CD non esistevano ancora, erano in vinile nero e per ascoltarli si doveva selezionarne la velocità: o trentatre giri, o quarantacinque giri, poi passarci sopra lo spazzolino per raccogliere la polvere che immancabilmente, essi, nel loro ruotare, attiravano su di sé, e ciò nonostante gracchiavano sempre un po’. Erano grandi quei dischi ed era bello, mentre li si ascoltava, tenere in mano la copertina di cartoncino per seguirne i titoli o leggerne i testi delle canzoni, mentre oggi i piccoli e freddi CD sono accompagnati da piccoli albumini che per leggere i testi delle canzoni ci vuole la lente d’ingrandimento e sembra di non avere in mano niente. Però la resa sonora non ha paragoni.
La canzone in questione si intitola Rinnegato, non è tra le più famose del cantautore, ma i fans come me, la conoscono bene; sostenuta da un ritmo veloce e trascinante.
E mentre la ascoltavo, iniziavo a pensare che anch’io dovrei dire sempre tutto quello che mi pare. Per esempio che, non che i cantautori di oggi non siano bravi, ma non mi entusiasmano, non li trovo particolarmente impegnati. No, non ci sono più cantautori che mentre cantano, suonano la chitarra e il tamburello. Non ci sono cantautori che stimolino all’impegno sociale e, perché no, politico. Non ci sono cantautori che vengano presi a prestito dalla protesta giovanile. Per lo meno, quelli di un certo successo.

E le parole di quella canzone non mi hanno abbandonato neanche la sera mentre guardavo la partita alla TV. Anzi, mi hanno stimolato a dover dire che questo calcio non mi piace più, perché non è più uno sport e le squadre sono aziende che devono conseguire un utile. Il calcio di oggi è fatto di soldi, lusso, partite combinate, doping… È finito il tempo del calcio eroico, quello di Italia-Germania 4-3, tanto per intenderci. Quello che il numero sulla maglia identificava il ruolo e non il giocatore, così avevi la certezza che il numero 2 era il terzino destro e il numero 10 la mezzala sinistra e la indossava sempre il giocatore più prestigioso. Erano certezze, appunto, così come era una certezza che la mia squadra del cuore giocasse la domenica pomeriggio in contemporanea a tutte le altre. Oggi questa certezza non c’è più e se non si leggono i giornali o si seguono i programmi TV, c’è sempre il dubbio: ma giocherà la domenica pomeriggio, o il sabato alle 18 o alle 20.30, o giocherà in posticipo la domenica sera?
Le partite si giocano dal venerdì al lunedì e i restanti giorni sono dedicati alle gare internazionali; ogni sera almeno una partita in TV. Ecco, è questo che è diventato il calcio oggi, uno sport da televisione, uno sport da salotto. Certo mi emoziono ancora quando la mia squadra vince, ma il giocattolo si è rotto, mi ha un po’ stancato; giocare sempre allo stesso gioco, prima o poi stanca, e vedere partite tutte le sere, ormai, mi dà un senso di nausea.
E poi proprio non riesco a capacitarmi di come sia possibile che associazioni e organizzazioni nazionali ed internazionali, dai nobili intenti umanitari e sociali, abbinino la propria immagine a uno sport così corrotto e marcio. E di come sia possibile che le società sportive, nelle loro scuole di calcio, trattino i bambini come merce di mercato quantificabile in denaro.
E mi sento un po’ confuso.

La sera dopo, per protesta rinuncio a vedere la partita in TV; e allora, con il telecomando stretto in pugno, posso scegliere tra una fiction alla TV di Stato e un target o un gossip su uno dei tanti Net Work, o magari un bel reality show, a cui poi segue un TG news, i trailers dei nuovi film e per concludere la serata ecco il talk show. Santo cielo! Ma un programma italiano non c’è? Un banale sceneggiato? No, non è più di moda chiamarlo così! Adesso inizio a rendermi conto che la mia lingua ufficiale, l’Italiano, è sottoposta ogni giorno ai continui attacchi di quella anglofona, anzi: americanofona.
Le fiction o i target sono programmi che fanno dormire; mi sveglio e c’è il solito giornalista, trasformato in show man, che sta già conducendo il talk show. Al programma partecipano pseudo- politici che danno spettacolo e gente di spettacolo che fa politica. Siccome tra i meandri del cervello mi rimbalzano ancora le parole di quella canzone di Edoardo Bennato, lo devo proprio dire: di questi politici non se ne può più! Di questi politici che quando sono all’opposizione contestano ciò che fa la maggioranza, e poi quando tocca a loro di governare, fanno le stesse cose di quelli che c’erano prima; ma non solo: ora chi sta all’opposizione contesta ciò che fa la nuova maggioranza, ovvero è come se contestassero se stessi. E non capisco. Di questi politici che mi vogliono fare lezioni di morale sulla famiglia quando loro stessi sono sposati, separati, divorziati, risposati e di nuovo separati. Ma quando parlano di famiglia, di quale parlano? E non capisco. Di questi politici che dicono che tutte le droghe fanno male. E non capisco se lo dicono prima o dopo che si sono fatti una canna.
Di questi politici che dicono che non si deve fare antipolitica. Ma l’antipolitica per esistere, ha bisogno che esista la politica. Oggi, questi politici fanno politica? No, fanno spettacolo. Quindi non si può dire che la gente di spettacolo faccia antipolitica, perché in realtà, è questa che fa politica.
Intanto il talk show verte sull’argomento dell’islamismo e delle radici cristiane e le tradizioni da salvare; tutti si accalorano a discutere, anche animatamente, attorno alla solita richiesta di un musulmano di togliere il crocefisso dall’aula in cui si trova il proprio figlio. Ecco che le parole di quella canzone di Edoardo Bennato tornano prepotenti nella scena della mia mente e da buon cristiano, lo grido, quasi con rabbia: «No! I crocefissi dalle aule non si toccano!» Ma poi mi fermo a riflettere su quella richiesta, da che cosa può essere mossa: forse perché i musulmani vedono un certo disinteresse, da parte dei cristiani, verso il crocefisso nelle aule e perché nessuno è in grado di spiegare perché sia lì. Poi mi ricordo della domenica precedente, di quando mi sono recato a Messa in orario come sempre, e del prete che si è quasi incazzato perché i fedeli entravano a cerimonia ormai abbondantemente iniziata e mentre li richiamava al rispetto della funzione e di chi dice Messa un telefonino trillava all’impazzata seguito da veloci passi che si allontanavano e il portone della chiesa che si richiudeva dietro di essi. Subito dopo ha regnato un breve istante di profondo silenzio che sembrava infinito. I musulmani sono molto più attaccati alla religione di quanto non lo siamo noi; vivendo accanto a noi sicuramente hanno notato un certo nostro disinteresse e una mancanza di rispetto per la nostra religione ed ecco che si sentono di avanzare una, secondo il loro punto di vista, lecita richiesta di togliere i crocefissi dalle aule delle scuole. Noi ci ricordiamo della nostra religione soltanto in questi casi.
Ma io no! Io sono cristiano. A Natale preparo il presepe per mia figlia così come lo faceva mio padre per me. Vado alla Messa di mezzanotte e poi festeggio mangiando il cappone e il panettone, quello con l’uvetta e i canditi, non quello con la glassa o ripieno di crema. La domenica delle palme vado a prendere il ramoscello d’ulivo da mettere accanto al crocefisso sopra la porta d’ingresso. O forse dovrei toglierlo nel caso ospitassi un musulmano?
Ma sono anche Italiano e fiero di esserlo, un Italiano che il 25 aprile festeggia la liberazione dal fascismo e il 2 giugno quella dalla monarchia.
Poi lentamente le palpebre si abbassano e mi addormento con la paura che qualcuno voglia portarmi via le mie tradizioni.

La mattina dopo, al risveglio, sento di avere nella testa una certa confusione e le parole di quella canzone che si muovono all’interno di essa. Penso che tutto ciò non sia normale e penso che forse sia meglio fare un salto dal mio medico. Lo studio del medico è gremito come al solito. Dopo circa un’ora di attesa tocca a me; sento un po’ di emozione o qualcosa che non riesco a definire, ma lui in due minuti si libera di me piazzandomi in mano un’impegnativa e spedendomi da uno specialista.
Esco e mi dirigo verso l’ospedale, imbocco il viale centrale della mia città e mi sembra diverso.
Lì dove c’era il salumiere ora c’è un kebab, di fronte c’è un Blockbuster, poco più in là ecco un McDonald a fianco di un Outlet Store, poi una Deutsche Bank, poi un Phone Center dove fuori sta gente delle più disparate etnie esotiche, ecco un Photo Service, un Edil Service e un bar con un vistoso cartello con su scritto Happy Hour per far sapere che lì servono aperitivi. Poi un forte odore di fritto ed ecco un ristorante cinese. E non sono più certo che questa sia la mia città, il mio Paese.
Finalmente arrivo all’ospedale, entro nell’atrio d’ingresso e mi trovo di fronte ad un cartellone indicatore; mi fermo a leggere per orientarmi: Day Hospital, Week Hospital, Week Surgery, Triage, Nursery, Morgue, Stroke Unit… Poi noto poco più in là quella che dovrebbe essere la portineria; mi avvicino e chiedo: «È la portineria questa?» Quello dall’altra parte risponde: «No, è il Front Office della Reception». A questo punto sento che è il momento di sciorinare il mio inglese scolastico: «Dovrei andare al cap».
«Il cap? Che cos’è il cap? Forse vorrà dire il CUP, Centro Unico di Prenotazione».
Ancora rosso di vergogna mi reco al CUP; sono fortunato, la mia prenotazione è urgente e così mi mandano subito in ambulatorio. Nella saletta d’attesa sono seduto accanto ad un ragazzino che ascolta musica con le cuffiette da un minuscolo i-pod che tiene chiuso nel pugno della mano.
Spiego il mio problema allo specialista e quello, in tutta tranquillità, mi dice che non è nulla di preoccupante, sono soltanto stressato e ho bisogno di riposo.
Quando esco ho più dubbi di prima: come posso stare tranquillo, riposare con tutto ciò che ho da fare? Ho mille impegni da portare a termine, mille scadenze da rispettare, e poi il lavoro, la famiglia…

Intanto il motivetto di quella canzone è ancora lì, si muove tra i meandri sempre più confusi della mia mente. Penso che forse sia il caso di affidarmi a qualche santo; in tanti lo fanno. Allora prendo in mano il calendario e… e mi incazzo come una bestia ferita, perché anche il calendario non dà più certezze. Ma come? Il giorno del mio compleanno è sempre stato Sant’Albino e ora non lo è più. Che fine ha fatto Sant’Albino? È forse stato degradato dal suo ruolo di santo? Ma c’è di peggio. Prima c’era la certezza che il 21 marzo fosse San Benedetto, così come il 31 dicembre San Silvestro. E invece no! Il 21 marzo non è più San Benedetto e non si può più dire: «A San Benedetto la rondine è sotto il tetto». C’era la certezza che fosse primavera, magari con qualche giorno d’anticipo o qualche giorno di ritardo, ma era primavera e le rondini facevano ritorno al loro nido di sempre. Forse chi ha avuto questa idea è stato un precursore dei tempi, prevedendo che le rondini sarebbero state una specie in via di estinzione e che le mezze stagioni, come la primavera, non ci sarebbero più state, passando da lunghe estati torride ad inverni altrettanto lunghi e miti.
Insomma non trovo certezze neanche tra i santi del calendario e il tempo ormai è impazzito.
Ormai sento che la confusione nella testa ha raggiunto limiti insopportabili.
Per favore basta! Non mettetemi altra confusione nel cervello.
Ma la frase appena pronunciata mi spaventa. Mi ricorda il testo di una vecchia canzone dei Pink Floyd:
…please don’t put your wires in my brain…
E anch’io ho paura di finire così: con i fili elettrici nel cervello.
Basta!

E invece non basta! Perché un bel giorno torno a casa e mia moglie in modo categorico e autoritario mi dice: «Fuori!» perché non sa che farsene di un marito musone, che non parla, che non si impegna e che non vuole cambiare.
«Fuori!»
E ora sento che tutta la confusione che avevo nella testa mi implode dentro.

BUM!

Così mi risveglio la mattina dopo che ho perso il treno che mi porta al passo coi tempi che cambiano e mi ritrovo a vagare, come uno zombie, in una metropoli di due milioni di abitanti, dove tutti si muovono freneticamente, dove tutti corrono di qui e di là urtandomi e io rimbalzo da una spalla all’altra. Ad ogni urto sento nella testa gli echi diffusi di quella implosione che si perdono nei meandri più reconditi della mente.
Mi ritrovo scaricato da tutti, senza un punto di riferimento, senza un orizzonte, senza sapere che cosa faccio, che cosa voglio, chi sono. Sono solo, in un’immensa, popolosa e brulicante metropoli, ma è come se fossi in mezzo al deserto. Poi metto una mano in tasca. Trovo un documento d’identità e dice che, sì, sono proprio io. Allora mi chiedo che cosa ci faccio qui e non capisco, non posso capire, che cosa c’è da capire? Sento l’ansia che mi assale, il respiro diventa frenetico, veloce. Ho paura, ma neanche io so di che cosa. Sento un gran fuoco dentro il petto che risale su, fino alla gola che mi si secca. Ho sete e…
Cristo!
Sono solo in mezzo al deserto e non ho neanche una borraccia con un goccio d’acqua. Penso che sia finita. Mi sento irrimediabilmente perso.
Piano chiudo gli occhi e mi rifugio in un nostalgico passato. Travolto dalla malinconia.

Rientro nella mia vecchia casa e trovo tra i pezzi di me stesso, sparsi tra le antiche radici, quel vecchio disco di vinile nero, quello che ha in copertina un grande fiammifero, tipo svedese, rosso fiammante con la capocchia gialla, su uno sfondo bianco. Lo metto sul piatto dello stereo. Gracchia un po’, ma fa niente. Poco dopo partono le note e le parole di Non farti cadere le braccia.
…non farti cadere le braccia
Corri forte ma più forte che puoi
Non devi voltare la faccia
Non arrenderti né ora né mai…
Lentamente riapro gli occhi e riprendo a guardarmi attorno, a guardare il mondo intorno, a guardare chi mi circonda, mi guardo allo specchio e sento che la vita forse può tornare a fluire.
Poi arriva la brevissima: Ma quando arrivi treno.
Ma quando arrivi treno
Portami lontano
Il testo della canzone è tutto qua. Adesso inizio a pensare che dovrei andare. Salire su quel treno e farmi portare lontano, non importa dove, ma sento che su quel treno devo starci.
Poi una sinfonia d’archi introduce ai primi accordi di chitarra e alle parole di: Un giorno credi.
Un giorno credi di essere giusto
E di essere un grande uomo
In un altro ti svegli e devi
Cominciare da zero…

Quando ti alzi e ti senti distrutto
Fatti forza e va incontro al tuo giorno
Non tornar sui tuoi soliti passi
Basterebbe un istante…
E allora mi rialzo e sento una forza nuova dentro, una forza che prima non conoscevo e mentre ritrovo anche gli ultimi pezzi di me stesso sparsi lì attorno, ecco che parte l’ultimo brano del disco, quello che per tanto tempo mi ha tormentato con quelle parole: Rinnegato.
Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…

Eugenio dice che io sono un rinnegato
Perché ho rotto tutti i ponti col passato
Guardare avanti sì, ma ad una condizione
Che tieni sempre conto della tradizione…
Ecco, ora sono pronto a salire su quel treno, ad uscire di nuovo senza sentirmi uno zombie.
Ora posso ricominciare, ma non da zero. Così come diceva Massimo Troisi:
Ricomincio da tre, perché tre cose mi sono riuscite nella vita.
Perché le dovrei rinnegare,
io posso ripartire da due, le uniche due certezze che ho: mia figlia e il mio passato. Sì, perché nessuno mai potrà portarmi via queste due certezze.
E allora grido al mondo intero la rabbia che covo dentro e lo dico a squarciagola: «Non sono un rinnegato. Non ho rotto i ponti col mio passato, perché il passato è la mia storia e io sono la mia storia. Rinnegare il mio passato sarebbe come rinnegare me stesso. E non rinnego neppure le mie tradizioni, me le tengo strette!»
Rifugiarsi nel passato potrà sembrare anche una vigliaccheria, una fuga da una vita che stressa, potrà sembrare nostalgia o malinconia, ma se si ripercorrono i ponti che ci legano al passato possiamo ritrovare chi siamo, che cosa facciamo, che cosa vogliamo, possiamo ritrovare le certezze che ci fanno ripartire e andare avanti.
Ora sono su quel treno che mi porta lontano, neanche io so dove e non mi importa, ma so che su quel treno devo starci e mi porterà a conoscere nuovi mondi, oltre i confini, ma mai fuori dal tempo in cui vivo.
E ogni tanto quel treno tornerà a percorrere i ponti che mi legano al passato.
Perché i ponti col passato sono le fondamenta del futuro.
(anno 2007)

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