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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Marzo 2009 "Miguel de Cervantes Saavedra" di Alessio Pracanica

Nel giorno di San Michele
(succinta biografia di un caro amico muy ingenioso)

Miguel de Cervantes Saavedra, nasce a Alcalá-de-Henares il 29 Settembre del 1547, giorno di San Michele, quarto dei sette figli di un modesto chirurgo- cerusico, Rodrigo de Cervantes.
Ciò secondo la leggenda…anche se il suo certificato di battesimo è datato 9 Ottobre…
Della sua educazione umanistica, l’unica prova che ne rimane è la pubblicazione di quattro poesie giovanili in un’opera di Juan Lopez de Hoyos, il quale lo definisce “ il nostro caro e amato discepolo Cervantes”…in ogni caso, già nel 1568, il caro discepolo si trova in Italia, ove si era rifugiato per scampare a dieci anni di carcere e al taglio della mano destra (e questo sarebbe stato decisamente un guaio!) per aver ferito, in un duello, tale Antonio de Segura…
Si reca quindi a Roma sotto la protezione del cardinale Giulio Acquaviva,…il carattere “vivace” lo fa optare per la vita militare…partecipa alla battaglia di Lepanto nel 1571, imbarcato sulla galera “Marquesa”…viene ferito al petto e perde l’uso della mano sinistra ( da qui il soprannome “el manco de Lepanto”)…trascorre alcuni mesi di convalescenza a Messina…tutto ciò non lo scoraggia, anzi…l’anno dopo è già a Navarino, per suonarsele di santa ragione con i turchi nel corso dell’omonima battaglia…nei due anni successivi partecipa alla presa di Biserta e alla battaglia di Tunisi…con la sua guarnigione si sposta tra Napoli, Messina e Palermo…

Nel settembre del 1575, quando sta per tornare in Spagna, forse fidando che siano state dimenticate le sue vecchie pendenze con le patrie galere, viene catturato dai turchi e venduto come schiavo…per cinque anni cercherà inutilmente di fuggire, fino a quando non viene riscattato ad opera di alcuni frati…Appena tornato, si reca in Portogallo dal re Filippo II, ed ottiene un incarico da svolgere ad Orano. Al ritorno tenta, invano, di partire per l'America.
Tra il 1583 e il 1585 scrive diverse opere teatrali, rappresentate con alterna fortuna.
Nel 1584 sposa Catalina de Salazar y Palacios, mentre prima gli era nata una figlia Isabel, dalla relazione con un’altra donna, tale Ana Franca de Rojas (forse un attrice).
Nel 1585 pubblica il romanzo pastorale “La Galatea”.
Dal 1587 fino al 1600 abita a Siviglia, percorrendo l'Andalusia come intendente per la fornitura di viveri per l'Invincible Armada,… l’incarico, mai retribuito, gli rende un paio di scomuniche per aver sequestrato beni di proprietà ecclesiastica…
In seguito, rimasto senza lavoro per opera della marina inglese, accetta l’incarico di esattore delle tasse nella provincia di Granada.
Tra il 1587 e il 1597, si impelaga in nuovi guai giudiziari a causa di alcune irregolarità nelle forniture e per essere stato coinvolto nel fallimento di un banchiere, cui aveva affidato le somme riscosse con le tasse …le noie legali e i soggiorni in carcere saranno una costante della vita di Miguel Cervantes, permettendoci di porre un interrogativo…se cioè egli fosse uomo molto sfortunato e poco felice nella scelta delle amicizie, oppure individuo di mentalità disinvolta, come farebbero pensare tutte le condanne che subì…lui, nel corso del Don Chisciotte, si definisce scrittore “che ha più pratica di casi avversi che di versi”…lasciando intendere che sia la sfortuna la causa di tutti i suoi mali…io però, pur volendogli molto bene, propendo per la seconda ipotesi,…anche perché, Miguel, scrive troppo bene per essere un semplice frescone…mi risulta molto più facile credere che fosse (con tutto il rispetto per donna Leonor de Cortinas) un figlio di buona donna…
Si presume che cominci a scrivere il “Don Chisciotte” verso la fine del 1500, anno più anno meno,…nel 1603 si trasferisce con la famiglia a Valladolid, sede della corte, e nel 1605 pubblica la prima parte del romanzo con il titolo “ El ingenioso caballero don Quijote de la Mancha”.
Nello stesso anno, viene ucciso di fronte a casa sua (questa è jella!) il cavaliere Gaspar de Ezpeleta…Cervantes e la sua famiglia saranno arrestati e lui sarà processato per questo delitto…assolto, si trasferisce a Madrid nel 1607 al seguito della corte e nel 1613 pubblica le “ Novelas ejemplares “ e l’anno dopo “Viaje del Parnaso”.
In questo periodo esce una seconda parte del “ Don Chisciotte” ad opera di un certo Alonso Fernandez de Avellaneda (uno stronzo, sicuramente) che, non contento di questa bella impresa, nel prologo insulta Cervantes…” Ha più lingua che mani; tutto e tutti lo mandano in collera, per questo è cosi privo di amici”.
L’orgoglio ferito ne stimola la creatività e ciò lo induce a scrivere la seconda parte del romanzo, in cui si prende anche una piccola vendetta…fa in modo che Alonso e Sancio incontrino alcuni personaggi presenti nella falsa seconda parte,… uno di essi addirittura accetterà di testimoniare, davanti all’alcade del villaggio, che il Don Chisciotte qui presente “non è quello che andava alle stampe in una storia intitolata – Seconda parte di Don Chisciotte della Mancia-, composta da un certo de Avellaneda, nativo di Tordesillas “ …perfino nel testamento, l’ormai rinsavito Alonso Chisciano il Buono si ricorderà di Avellaneda per aver scritto “tante e tante sciocchezze”.
Verso la fine del 1615 pubblica le “ Ocho comedias y ocho entremeses nuoevos nunca representados “ nel cui prologo scrive “ Composi in quel tempo fino a venti commedie o trenta, e tutte si recitarono senza che si facesse loro offerta di cetrioli né di cose da lanciare”…anche se fosse stato davvero un rissaiolo senza scrupoli, con più lingua che mani, come si fa a non voler bene ad un uomo simile?
Ed è per questo che ne piangiamo la morte, avvenuta a Madrid il 22 aprile 1616.
Nel 1617, la vedova provvede a far stampare, postuma,… “ Los trabajos de Persiles y Sigismunda. Historia septentrional” … ambiziosa opera di ispirazione classica.

Alessio Pracanica

Il "Don Chisciotte" tra ieri e oggi di Nadia

Ho letto “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes dall'inizio alla fine, non proprio tutto d'un fiato come del resto è consigliato anche da Vincenzo la Gioia che ne ha curato la post fazione dell'edizione Frassinelli.
E' considerato un classico, un libro dal grande respiro ma non è riuscito a piacermi. O meglio, nel Cavaliere errante ed in tutto ciò che gli succede ho ritrovato tutta la meschinità degli uomini che, ancora oggi, si divertono alle spalle di persone con problemi o disagio psichico. Quante volte al bar buontemponi offrono da bere all'alcolista solo per poi ridere di ciò che gli capita. Di come cammina, di come si comporta e di ciò che dice o racconta da ubriaco.
Lo stesso capita a Don Chisciotte, vittima non tanto della propria pazzia, di cui ne ammette la presenza solo in punto di morte, quanto delle persone che attorno a lui inscenano storie di damigelle in pericolo alle quali occorre salvare l'onore per il gusto di vedere cosa dice o come si comporta il Cavaliere.
Don Chisciotte è un “saggio-matto”, dotato di grande fantasia, soggiogato dalle letture di libri cavallereschi al punto da far suo quel mondo e quel tipo di vita. E' una persona fondamentalmente ingenua se si vuol considerare ingenuità la totale fiducia nel prossimo. Ed è per questo che si lascia ingannare e, davanti all'evidenza di alcuni fatti, è più propenso a credere all'intervento di maghi contro di lui piuttosto che all'inganno di chi gli sta accanto.
Nel Don Chisciotte troviamo il tema della pazzia descritta in tutta la sua purezza. Le allucinazioni visive e uditive, il perseguire il proprio delirio credendolo una realtà.

In fondo, chi è quella persona che non crede a ciò che vede ed a ciò che sente? Prima di chiunque altro, siamo noi stessi che ci fidiamo dei nostri sensi. E se siamo dotati anche di grande fiducia in noi stessi, perseguiremo il nostro istinto indipendentemente da ciò che gli altri ci dicono per dissuaderci.
Don Chisciotte è così sicuro di sé che riesce a trascinare nelle sue avventure persino il suo amico Sancho Panza, di gran lunga più sano di mente ma molto meno colto. Lo convince promettendogli ricchezze o il governo di una qualche isola che conquisterà. Ed è questa promessa che manterrà Sancho sempre a fianco del protagonista nonostante spesso rimanga vittima in assurdi duelli o sbalordito dalla saggezza mista a pazzia del suo padrone. Ma anche lui, una volta compreso come fare, imbroglierà Don Chisciotte seppure in totale buona fede e cadrà vittima dei tranelli degli altri personaggi del romanzo tanto da non comprendere più chi è il savio e chi il pazzo.
Ma forse io ragiono come fosse ai giorni nostri ed è questo il motivo per cui non riesco a cogliere il messaggio dell'autore nascosto nell'opera.
Ma anche a quei tempi Don Chisciotte restava un personaggio strano, un evaso dalla realtà. Si immaginava un mondo in cui vivere come meglio credeva, come più gli era appropriato. Niente mi distoglie dal pensare che il suo potesse essere un modo di reagire alla caduta dei valori di quel tempo, un rappresentarsi mentalmente un mondo ideale per sé ed entrarci a vivere per sentirsi meglio con se stesso.
Idealmente non è così la schizofrenia? Un vivere in fondo più libero dalle convenzioni e dalle ipocrisie di una società fondamentalmente morta nei valori? Una malattia seducente per gli studiosi perché inafferrabile come lo è l'anima. Comprensibile solo da chi ne è affetto e per questo inenarrabile. La si può solo descrivere dal di fuori, da ciò che si vede nei comportamenti del malato e dalle reazioni difensive o di timore di chi gli sta accanto. In fondo nulla desta paura più di ciò che è incomprensibile. Da qui nasce istintivamente il tracciare dei confini tra se stessi ed il malato per rassicurarsi sul fatto di essere sani. L'azione successiva sarà di distacco sia rifiutando ogni contatto sia deridendo o rendendo il malato, attivamente o passivamente, oggetto di scherno e di divertimento. E qui torniamo a Don Chisciotte. Che egli abbia vissuto nel 1600 o che viva oggi nel 2009, la sua storia non cambia.

Nel romanzo mi ha colpito un altro personaggio per la lealtà verso il protagonista. Credo sia doveroso parlare del baccelliere del paese, Sansone Carrasco, che lascia partire Don Chisciotte per seguirlo ed indurlo a tornare ma non con le parole, che già non erano bastate ad impedirgli di lasciare la propria casa per inseguire le chimere della sua fantasia, bensì fingendosi anch'egli un Cavaliere e sfidandolo a duello. Se avesse vinto lui, Don Chisciotte avrebbe dovuto tornare indietro, in caso contrario lo avrebbe lasciato continuare. Contrariamente agli altri personaggi del libro, l'amico si mette dentro la follia del protagonista, in totale sintonia con le leggi e le regole della Cavalleria errante, non per prenderlo in giro, bensì per proteggerlo e riportarlo a casa.
Cervantes ha preannunciato il detto per cui “bisogna sempre dare ragione al matto” condividendo il suo delirio per conquistarne la fiducia.
D'altra parte è difficile dire ad una persona con le allucinazioni visive o uditive: “non è vero che vedi o senti quella cosa che mi stai raccontando”. Ed è ancora più difficile però, fingere di crederci. Ma Cervantes ha preceduto tutti e ha dato, nel personaggio del baccelliere, un modo diverso di vedere, interpretare, comprendere, trattare, la malattia mentale. Non so se lo abbia fatto consapevolmente o meno. Non credo perché il suo messaggio era sicuramente tutt'altro. Ma io ho colto questo particolare e Carrasco si è preso tutta la mia simpatia. Peccato che sia arrivato quasi al termine dell'opera perdendosi qua e là dentro a quasi mille pagine.

Nadia
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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Sgarbugliamo la matassa.( O almeno proviamoci )

Chi è veramente Don Chisciotte?
Secondo me, egli è il Faber di un particolare universo…quello del mondo sognato,…ma noi sappiamo che, nella realtà, il dio del particolare universo-libro è tale Miguel Cervantes de Saavedra…allora possiamo trarne solo una considerazione, che peraltro zio Miguel esprime nelle ultime righe…autore e personaggio sono tutt’uno…coincidono, si sommano, si arrampicano l’uno sulle spalle dell’altro…
E’ questo l’unico caso in cui l’autore ( ruolo di per sé megalomane, che non troverete mai uno scrittore intellettualmente umile), delega al personaggio, il ruolo di creatore della realtà…
Partiamo quindi da questo assioma ( che, mi rendo conto, inficia tutto il resto)…se Don Chisciotte e Cervantes sono la stessa persona, allora tutta l’impalcatura del romanzo…l’irrisione dei poemi cavallereschi…è pura finzione, sovrastruttura…
Continuiamo in questo ragionamento…se Don Chisciotte è in realtà Cervantes sotto mentite spoglie…cosa voleva dirci zio Miguel?
O meglio, cosa ne ricaviamo da tante parole?
Per esempio, che Don Chisciotte non è per niente pazzo…o, se proprio lo è, la sua è una pazzia auspicabile…lente non deformante, ma migliorante la realtà…
Abbiamo ( ho) già detto, come la sua pretesa pazzia sia assolutamente consequenziale … finalistica…non è folle tutto ciò che ha uno scopo…al massimo è sbagliato se non condividiamo lo scopo…( e anche questa, comunque, è una visione particolare, relativistica e quindi rispettabile di per sé, ma parziale…baby…che eticamente non si pone su un piano qualitativo diverso…al massimo trova un consenso maggiore…quantitativo…a san Voltaire non piacerebbe!)…
Il mio amico Don Chisciotte ( anche se mi vergogno a chiamarlo cosi…se solo penso a tutte le mie vigliaccherie…passate e future)…ha un progetto, un’idea…distinzione di non poco conto rispetto alla folla di “normali” che lo circonda…che vive a caso…secondo schemi precostituiti … adeguandosi alla media di comportamento…riducendo l’etica a mera statistica…
Anzi, c’è più che un progetto…c’è la realizzazione del progetto stesso…il mondo sognato …una consequenzialità spazio-temporale, cui i “ normali” non possono che adeguarsi…
Riepiloghiamo un attimo…ci sono diversi livelli di “ realtà”…
1) La nostra…di lettori…in cui Don Chisciotte è il protagonista di un romanzo, scritto da Miguel Cervantes…
2) La middle-fiction del Cide Hamete Benengeli…quello che dovrebbe essere il vero artifex del mondo incantato…, ma noi sappiamo che non è cosi…il Cide delle Melanzane è stato inventato da Cervantes come artificio letterario…per poter aumentare a dismisura il gioco di specchi…percui, a mio avviso, è un elemento assolutamente ininfluente dell’equazione…
3) Infine ( si fa per dire) c’è il mondo sognato…gli antipodi (in senso letterale)…la terra del rovescio…foresta di cristallo in cui soffia il vento proveniente dal nulla…
Questo mondo…emanato nel primo livello dalla precisa volontà di Miguel Cervantes…esiste solo grazie a Don Chisciotte…aggiungerei, esiste mediante Don Chisciotte…
Parecchie righe sopra ho accennato al concetto di sciamano…ne abbiamo già parlato diverse volte…perché il mio non sembri un delirio alla Castaneda, vorrei solo ricordarvi come la Spagna sia il luogo in cui si incontrano ( e si scontrano) due grandi culture ex sciamaniche…i Franchi (sono Celti cristianizzati…ricordate il villaggio di Asterix e il druido con il pentolone ribollente?) e gli arabi…prima dell’avvento dell’Islam, quella araba era una cultura fortemente sciamanica, ma anche dopo lo rimane, pur se in forma traslata…il Profeta cos’è, in fondo, se non uno sciamano riveduto e corretto? …
E quanto rimane della figura dello sciamano, anche in religioni e culture insospettabili? … Abbiamo visto altrove, come lo sciamano sia un ponte mediatico tra questo mondo e l’aldilà…colui che deve condurre le anime oltre il grande fiume…
Bene, il capo della religione cattolica è definito, mi pare, pontifex…costruttore di ponti…con tanti titoli cui si poteva attingere dal cursus honorum…proprio quello!
Il delirio sciamanico, in cui lo stregone entra in comunicazione con l’aldilà, sarebbe causato da una divinità che entra dentro di lui…quando il papa parla ex cathedra, diciamo (dicono) che è infallibile, perché scende sul suo capo lo spirito santo ad illuminarlo…
Più sciamano di cosi!
Alla luce di tutto questo, potremmo desumerne che la Castiglia-Mancia, apparentemente zona un po’ fuorimano dal punto di vista medianico e sicuramente al di fuori dell’area sciamanica, in realtà è invece una delle zone più sciamaniche che esistano…
E la stessa letteratura epica, è piena di episodi magici, sicuramente più affini allo sciamanesimo che al cristianesimo…
Ok…mettiamo un punto e andiamo avanti…se accettiamo il mio assunto, che Don Chisciotte e Cervantes coincidono, possiamo allora, nello stesso modo, accettare l’ipotesi che il dio letterario del romanzo ( cioè quello da cui scaturisce la realtà) sia Don Chisciotte stesso…
Spiego, una volta per tutte, cosa intendo per divinità letteraria…
Secondo le diverse religioni, l’universo sarebbe emanazione di una precisa volontà…quella di una o più divinità…all’interno di un opera letteraria, il dio, di solito, è l’autore stesso,… egli crea quel particolare universo di carta e parole che, altrimenti, non esisterebbe…
Nel caso del Don Chisciotte, autore e personaggio coincidono, possiamo quindi, per comodità, considerare il nostro cavaliere l’artefice della realtà…giacchè la realtà che dobbiamo esaminare è quella del mondo sognato…
Ricordiamo come la magia, l’incantamento, il sogno, esistano solo quando c’è Don Chisciotte…lui è il solo, infatti, a trasmutare la realtà…a veder giganti dove ci sono mulini…eserciti a posto di pecore…a scambiar taverne per castelli…
Tutto ciò (almeno per me) non è follia…
Il tutto parte dalla decisione di farsi cavaliere…decisione di per sé discutibile, ma non certo folle…anzi mossa dal movente più nobile che un uomo possa provare…il senso di giustizia…
A questo punto interviene il mondo “normale” che gli sta attorno…che giudicando folle il suo proposito, decide di frustrarne i tentativi, con l’ipocrita scusa di guarirlo dalla follia…
In realtà non è per niente cosi…la reazione dei “normali” è dettata non certo dalla preoccupazione per Don Chisciotte ( i suoi “amici” non si faranno scrupolo di riportarlo indietro, rinchiuso in una gabbia e Sansone Carrasco lo disarcionerà senza troppi riguardi, infischiandosene della sua incolumità)…quanto dalla pura e semplice intolleranza alla sua diversità…
Quella del curato, del barbiere e dell’altra gentaglia che si affanna intorno ai nostri amici, è la reazione più borghese che si possa immaginare…non c’è casta più crudele ed intollerante della borghesia, nei confronti della diversità…
Basti considerare che un qualunque borghesotto, preferirebbe certo avere un figlio condannato per truffa o assegni in bianco, piuttosto che, per esempio, un figlio gay …
L’arroganza degli amici di Don Chisciotte è la tipica arroganza borghese…classe di mediocri per eccellenza, che si attribuisce il diritto-dovere di modificare il prossimo a propria immagine e somiglianza, con la scusa di nobili intenti edificanti…( “ Avete ucciso una religione, con l’irreligioso pretesto di difenderla” direbbe Pasolini ).
Il nostro cavaliere, con la sua condotta bislacca, mette a rischio il decoro dei suoi amici, che si sentiranno per questo obbligati, agli occhi del mondo, a mettere in atto tutta una serie di assurdi quanto stupidi tentativi di redimerlo…il rogo dei libri, il curato che si veste da donna…fino a non avere alcuna cura del suo decoro, riportandolo indietro rinchiuso in una gabbia…
Più volte ho accennato, nel corso delle vicende, alla percezione quasi religiosa che Don Chisciotte ha della cavalleria…
In realtà, se lui è il dio del mondo sognato, non vedo perché non si possa considerare come religione la sua etica…e come eretici i suoi amici, pagani che lo condannano ad un calvario tutto particolare…calvario che ho spesso definito come una Via Crucis all’incontrario…perché Don Chisciotte non è dio che si fa uomo, ma essere umano che si eleva…volontariamente…ad uno standard superiore…quello di cavaliere, che nella sua visione etica, acquista caratteristiche di tale distacco dalle umane cose, da essere, già di per sé, Uebermensch…oltre-uomo…e poi, nella realtà tangibile (!) del mondo sognato…diventa pontifex…cioè sciamano, tramite di questa realtà ad altri…ed infine (si fa per dire) deus…cioè artefice di questa stessa realtà, che senza di lui non esisterebbe…
Potremmo quindi riprendere per un attimo i famosi tre livelli di esistenza su cui si proietta il romanzo… e vedere come essi corrispondano alle tre figure che Don Chisciotte interpreta…nel piano della nostra realtà egli è cavaliere…nella middle-fiction di Benengeli egli è pontifex…sciamano…e nel mondo sognato vero e proprio è il Creatore…l’origine di tutte le cose…di quelle che sono in quanto sono e, soprattutto, di quelle che non sono…come l’uomo di un certo filosofo greco…
E’ questo, ladies and gentlemen, si chiama Umanesimo…
Il concetto di incontrario…inversione…ribaltamento…oltre ad essere presente in ogni piega della realtà del romanzo ( il Don Chisciotte è la piena applicazione letteraria della teoria fisica delle stringhe…in cui è previsto che ogni piano dimensionale della realtà ne contenga altri ripiegati su se stessi), continua anche, a mio avviso, nel paragone che ho citato parlando di Via Crucis…Don Chisciotte non muore sul Golgota tra atroci dolori fisici, ma nel suo letto…oppresso da atroci dolori etici…con l’idea di aver sbagliato tutto (almeno apparentemente), in realtà con la certezza di non essere stato capito…
E purtroppo è proprio cosi…il suo messaggio, rispetto ad altri, propone una visione etica estremamente difficile da accettare…se Cristo o Maometto, in cambio di una breve vita terrena fatta di sacrificio e/o espiazione, promettono un’eternità di beatitudini…il Credo di Don Chisciotte richiede un’eternità di sacrificio in nome del sacrificio stesso…l’inseguimento di ciò che è giusto a prescindere dalla ricompensa…forse è per questo che viene considerato pazzo…
Inoltre, il nostro cavaliere non ha seguaci…ad eccezione di Sancio, che però è seguace sui generis…tentativo di emulazione per assimilazione (un po’ alla Renfield, forse), ma allo stesso tempo figura disgiunta, che prende le distanze ogni qualvolta è in pericolo la propria fisicità…
Per il resto, i “normali” si comportano non diversamente dalla folla che acclama Barabba…si stupiscono per l’intelligenza dei suoi discorsi, ma il nostro eroe, ai loro occhi, matto è e matto resta…ciò vuol dire che lo si può ( anzi lo si deve) irridere il più possibile, per non apparire “diversi” agli occhi degli altri…
Solo da questo potremo desumerne la reale intensità di certe fedi, i buoni propositi di certe contro-riforme e le pie intenzioni di tanti fustigatori di costumi (altrui)…
L’eroe è da solo, al di sopra delle nuvole, con la confortante presenza di Sancio…che cerca di prendersi cura di lui, ma che più di tanto non può…
Se poi continuiamo l’analisi “matematica” del romanzo…potremmo riscontrare altre stupefacenti proprietà dello spazio-tempo cervantiano…riprendiamo per un secondo la teoria delle stringhe…
Ritengo doveroso ri-accennarla un minimo…oltretutto è solo un’ipotesi teorica, anche se stupefacente e credibile…secondo alcuni, lo spazio-tempo sarebbe composto di “pacchetti” a forma di stringa (tipo quelle delle scarpe)…ripiegati su se stessi…

Un po’ come la figura che ho inserito (in realtà è un carattere arabo)…bene, la fisica (o meglio una parte dei fisici teorici), sostiene che in alcuni punti, le diverse anse di una singola stringa, siano a stretto contatto…e che in corrispondenza di tali giunzioni, lo spazio tempo sia in qualche modo “assottigliato”, in maniera che, spazi ( e soprattutto tempi) diversi, potrebbero coesistere…
E’ ancora in discussione (teoria nella teoria)…se siano spazi diversi a coesistere nello stesso tempo o tempi differenti ad occupare lo stesso spazio…, ma per il momento tralascerei la questione…
Abbiamo visto come il Don Chisciotte sia pieno di momenti del genere…quelli che Stephen King, nel ciclo della Torre Nera, chiama “sottilità” ( che fantasia, eh?)…
Nel romanzo abbiamo, su tutti, due grandi esempi di realtà assottigliata…uno è senz’altro l’episodio dell’antro di Montesinos, l’altro quello del cavallo di legno…
Sono momenti in cui i confini tra i piani di realtà si sovrappongono, confondendo ogni percezione …potremmo anche definirli stati di sonnambulismo…perfetto esempio di come lo sciamano Alonso Cervantes ( o Miguel Chisciano), lavori alla perfezione…
Se Einstein parlava di corridoi spazio-temporali e Jim Morrison diceva che “ in mezzo ci sono le porte”…Don Chisciotte è l’unico che non si limita ad ipotizzare una comunicazione tra il mondo reale ed una ulteriore ( nel senso latino di ulterior …oltre) realtà, ma la crea ed è il primo ad attraversarla…senza l’ausilio né di droghe, né di calcoli matematici…per puro effetto della propria visione etica…perfetta fusione di pensiero ed azione…liturgia e Credo fusi in un unico atto…per dar vita alla religione più laica e meravigliosa che possa esistere,…la fiducia dell’uomo in sè stesso, con l’umiltà di un servo e la nobiltà di un cavaliere…
Dopo aver trattato concetti cosi altisonanti, come la spazio-temporalità, parlare di aspetti apparentemente minori potrebbe sembrare una caduta di tono…
Per me non è affatto cosi, non c’è niente, nel Don Chisciotte, che non sia estremamente serio, …anche il comico, soprattutto il comico…
La comicità del romanzo si esprime anch’essa ( tutto è serio, tutto è terribilmente complicato, nel mondo sognato) su due piani distinti…un primo livello che è quello delle legnate pure e semplici…una comicità a volte un po’ rozza ( stile Stanlio e Ollio), in cui i nostri due amici vengono bastonati ad ogni occasione…un secondo livello in cui invece la comicità da fisica, diventa linguistica, etica, esistenziale…perché scaturisce dalla diversità di Don Chisciotte ( e di Sancio) rispetto ai “normali”…in altro momento l’ho definita una comicità alla Buster Keaton…seria in un mare di risate, composta, dignitosa…anch’essa, come lo spazio-tempo in cui esiste, ripiegata su se stessa…a mio avviso, questo tipo di comicità, più elevata, è un po’ l’altipiano dopo la salita, da cui non si può far altro che precipitare subito dopo nel dirupo del tragico…
Il dramma di Don Chisciotte non è un dramma qualunque, stile “dolori del giovane Werter” o altra colica letteraria…è un dramma di cui tutti noi ci sentiamo umanamente partecipi…dopo poche pagine, il nostro eroe diventa ( se solo si è dotati di una media sensibilità), il debole che vorremmo difendere, …il più piccolo della classe…l’handicappato preso in giro dai bulletti del bar…la sua debolezza umana lo rende ancora più divino, perché ce lo fa amare non per i suoi miracoli o la forza delle sue imprese…la sua fragilità dà ulteriore significato ai suoi propositi…è troppo facile salvare il mondo se si sa camminare sull’acqua o resuscitare i morti…
Cambiare il mondo da Alonso Chisciano…con un’armatura di cartone ed una lancia di legno…quello si che è difficile…ed anche i più “normali”…i discendenti del barbiere, del curato e di quello stronzo di baccelliere…dovranno ammettere, prima o poi, che, grazie a Don Chisciotte, il mondo è cambiato almeno un po’…
Ed ora…cherchez la femme…ovvero, parliamo d’amore…
Se l’eros nel romanzo è vissuto sempre con molto pudore…(il che mi fornisce l’impressione che zio Miguel fosse alquanto pudico, visto che quando può, evita l’argomento e quando non può…lo evita lo stesso)…anche l’amore non scorre via facile…
Distinguiamo innanzi tutto tra l’amore di Don Chisciotte e l’amore degli altri…
Abbiamo un amore da mulattieri…consumato nei pagliai con facili donne (spesso racchie, come la povera Maritornes)…l’amore dei signori, spesso contrastato dalle famiglie, ma che alla fine trionfa sempre ( un amore rinascimentale)…l’amore dei “diversi”, come quello tra la pastora e Grisostomo, che si uccide per lei…
Potremmo trarne un’ulteriore considerazione…l’amore normale trionfa solo quando i due amanti si trovano su un identico piano di realtà…tanto tangibile quanto etica…i mulattieri con le serve, i conti con le contesse…se invece non c’è questa consequenzialità, allora si assiste al completo fallimento del “progetto” amoroso ( non c’è, nel romanzo, un solo rapporto amoroso, che non richieda una progettualità, per tradurre l’idea in atto)…è questo il caso di Grisostomo e della bella pastora…tra loro non c’è consequenzialità, perché alla diversità della pastora corrisponde una finta diversità di Grisostomo, pastore per amore, non per scelta e…aggiungo io, per puro capriccio…
Insomma, per zio Miguel, l’amore è figlio delle stesse varianti ( e variabili), che investono i comuni rapporti umani…se la sua diversità fa passare Don Chisciotte per matto, nello stesso modo fa fallire i rapporti amorosi…
Detta cosi sembra una banalità, ma non lo è,…se solo ci guardiamo intorno…gli amanti veri parlano la stessa lingua…etica e semiologica… interpretano simboli comuni in maniera identica, il resto sono unioni di comodo…non sprecate tempo con persone di cui vi piace l’estetica, il ruolo sociale o solo perché vi sentite soli, è zio Miguel a consigliarlo, dal lontano ‘600…
Veniamo adesso all’amore di Don Chisciotte…esso è vissuto come dovere etico…come la castità di un monaco…un cavaliere errante deve avere un amor cortese…
Insomma, un po’ un voto e un po’ un feticcio…da inseguire, senza mai raggiungerlo…
Nella religione del nostro cavaliere, madonna Dulcinea deve restar vergine, per dogma…
Chi è in realtà Dulcinea…la mater del mondo cristiano? …una dea pagana del mondo classico, da adorare senza alzare lo sguardo? …o la Terra stessa, la fertilità del mondo sciamanico, simbolo di tutte le donne del mondo? …un frullato di tutto questo, a mio avviso…insomma tutto tranne una donna normale…che l’Uebermensch non né ha bisogno…anzi, un amore normale, che accenda i sensi e permetta di cogliere il nostro eroe con le brache calate ( se mi perdonate la metafora), lo farebbe ridiscendere tra i “normali”…
La a-sessualità di Don Chisciotte è voluta, necessaria, finalistica…Don Chisciotte fa l’amore con la cavalleria…i combattimenti sono i suoi orgasmi, le schermaglie verbali con gli avversari i suoi preliminari…il resto è follia…la nostra follia, quella dei “ normali” che si affannano a credere che ci sia un senso nello schema delle cose…un ordine naturale cui rispondere, quando ormai dovrebbe essere ovvio…dopo tanto cammino…che il senso consista nel diventare dei di noi stessi…e crearci un nostro mondo incantato …non falsità, visione schizofrenica di uomini e cose, ma acuta consapevolezza della reale scala di valori che permea l’intera esistenza…
Il viaggio per il viaggio…
Il giusto per il giusto…
L’amore con l’amore si paga…
E’ questa, secondo me, la lezione che ci lascia l’eroico cavaliere…, ma si sa…io sono solo un mediocre viaggiatore…

Alessio

Eccezionale analisi, da

Eccezionale analisi, da conservare e rileggere con attenzione. E, lo devo dire, quel cenno alla teoria delle stringhe in un commento letterario dimostra una grande capacità di sintesi culturale. E se te lo dice un fisico ... :-)
Complimenti, davvero.
Alessandro
PS Ma dove le hai studiate le stringhe? Hai letto "L'Universo elegante" di Brian Greene o libri più tecnici?

tenk iu troppo buono :)

Le stringhe non le ho studiate...ho solo leggiucchiato qualcosa qua e là sperando di aver capito.
I libri tecnici non sono alla mia altezza :) ....l'ultima cosa di matematica che ho fatto a scuola sono le equazioni di 2° grado e non mi ricordo nemmeno la formula per risolverle...
Alessio

E' bello notare come, alla

E' bello notare come, alla fine, almeno per quanto riguarda il personaggio principale, io e te la pensiamo uguale...
Don Chisciotte è il debole da difendere, che esprime tenerezza.

Il lato negativo, a mio parere, modestissimo, è la lunghezza del romanzo. Lo trovo troppo lungo per ciò che l'autore vuole dire...

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

:)

In realtà è lui a difendere tutti noi, dai nostri stessi difetti. Quel romanzo non è troppo lungo....è troppo breve semmai....ne vorrei altre diecimila pagine :)
Alessio

Grazie a tutti...

Mi avete fatto venir voglia di leggerlo... Stasera passo da mio padre e glielo rubo...

Mi associo!

Mi associo a Marco, anche a me avete fatto venire voglia di leggerlo!
Certo Alessio che sei un genio, fisica e letteratura insieme...pazzesco!

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Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Daniel Pennac

Riservata personale. (Lettera al mi amigo Alonso Chisciano)

Mio caro Alonso…
Posso solo dirVi, che è con animo tremante che mi accingo a narrare ad altri l’opera Vostra…
No, Vi prego, non sorridete dietro la celata…
Voi sapete quanto affetto mi leghi alla Vostra persona, da quel giorno in cui per la prima volta lessi e appresi della Vostra esistenza.
La mia titubanza (oserei dire la mia paura) è dettata dal semplice rispetto che ho di Voi…
A volte succede che ci si leghi ben più ad un personaggio di un libro, che ad una persona in carne ed ossa…, ma non è questo il caso…perché Voi avete per ossa, quella certa segreta speranza che alberga nelle cantine dello spirito umano…quel senso di rigore e giustizia, l’intraprendere tutto ciò che è bello e nobile per il solo gusto di farlo…senza ricompensa alcuna che non sia l’impresa in sé…e per carne, che riveste il Vostro apparentemente incerto e traballante scheletro (seppur interiormente cosi diritto), avete i muscoli ed i tendini della fantasia e dell’ingegno, contratti e tesi, rivestiti dalla pelle dell’umorismo…salutare ironia che è sì magra e rugosa scorza…, ma comunque ricopre e protegge dal freddo,…ben più dei vestiti cela il proprio all’altrui pudore, non per nascondere i sentimenti, ma per presentarli con buon gusto… anche in un’epoca come questa…soprattutto in un’epoca come questa.
Non a caso quindi, amico mio, ho scelto di esserVi fraterno…che anche l’amicizia è cosa che si sceglie…tra i mille esempi possibili di umanità che ci circondano…l’individuar l’affine…setacciare il simile tra i dissimili, come rada pagliuzza d’oro nel fango di una fiumana in piena.
Aggiungerò anche che non c’è alcun merito in questa mia scelta (per altro largamente condivisa da altri uomini come me)…non c’è alcun ingegno nella mia ammirazione…essa non è simbolo di gusto…non fa di me un intenditore d’uomini e cose…né d’arte e letteratura…
Come potrebbe, d’altronde, il Vostro cammino non indurre a tale sentimento? …Chi non si commuoverebbe per la Vostra entrata nella taverna…a vederVi deriso da un’umanità stantia…eppure, contemporaneamente, chi non ne riderebbe? E’ prerogativa solo dei grandi…degli immensi personaggi che la fortuna fa inciampare sulla nostra via, l’esser comici e tragici insieme…
E’ prerogativa dei forti rimanere imperturbabili in un vortice di avvenimenti…
La Vostra serietà, che solo gli sciocchi scambiano per pazzia,… no, amico mio no…è serenità…è sapere la direzione, il cammino e il fine del viaggio…cosa di non poco conto in quest’epoca di uomini sbandati, in quest’era di ansie illusorie, di sdegni teatrali e teatranti ritegni…
Lasciate che ridano di Voi, Alonso, lasciate che Vi misurino col metro del loro tedio…sopportate paziente la nomea di stolto, che v’hanno affibbiato dall’alto della loro pochezza…
Non avvertite forse, dietro il loro malcelato sorriso, la paura che si nasconde, l’invidia che divora, quel loro ristretto senso del tempo,…angusto spazio in cui confinare la misura delle cose?
Non sentite che mentre mormorano di Voi, delle Vostre pazze imprese…interiormente avvizziscono per la loro viltà? La loro pretesa normalità non gli impedisce di sapere quanto sia giusta la Vostra scelta, quanto coraggio e quanta coerenza richieda.
Anche il più forte di noi è un vigliacco, Alonso…perché la più vulnerabile delle umane debolezze è il bisogno del consenso…
Forse non abbiamo la fortuna, come Voi, di attraversare un’epoca senza tempo…viviamo in un’era di omologazione…in cui ci si conforta reciprocamente nell’esempio dell’errore altrui…e nessuno avrebbe il coraggio, che so, d’attaccar mulini…che essi sono cari ai venditori di merendine…forse unica cosa sacra in un tempo che tutto dissacra…che tutto corrode…
Sono molto triste, amico mio ed ho timore, come Vi dicevo, di non essere abbastanza abile nel descriverVi ad altri…di non saper rendere, con le mie poche e contorte parole…la grandezza del Vostro gesto e la forza dell’ammirazione che nutro per Voi…, ma anche se io errassi nel parlare,…straparlassi nell’incedere…sappiate che sarà solo per il troppo affetto, come ubriaco inebriato da sì forte liquore…
Voi, ingegnoso cavaliere, mille volte battuto eppure mai sconfitto…mille e mille volte disarcionato eppure ancora ritto in sella…accorrete al galoppo ed aiutate questo povero, mediocre viaggiatore… a spiegare cos’è il vero eroismo in quest’epoca di eroi…cos’è il coraggio in questo mondo di guerre giuste e preventive…cos’è l’onore in questa terra di uomini “d’onore”…cos’è la pietà in questo incubo di bambini mutilati dalle mine, di mani protese, respinte indietro a calci ad ogni frontiera…e la bellezza, la dignità, il rigore…che questo mio tempo, così dissennato e confuso, sembra aver dimenticato…
L’importante, mio caro Alonso…è che non smettiate mai d’azzuffarvi, se ne avete genio e se v’aggrada, con ogni ombra o mulinello di vento…che non vi manchino mai né la tempra né il coraggio…e che continuiate ad insegnare, con l’esempio, quella stupenda virtù che è l’esempio stesso…monito vivente di tutto ciò che è giusto…
Con infinita ammirazione ed eterna gratitudine per tutto ciò che mi avete insegnato…
Mi pregio di esserVi e Vi prego di credermi
nunc et semper
Vostro devotissimo amico

Alessio

Il baccelliere

Ritorniamo a noi o meglio, ritorniamo al baccelliere.
Il punto fermo è che Don Chisciotte è un personaggio debole, da proteggere. Eravamo rimasti così.
Altro punto fermo è che gli amici di Don Chisciotte si comportano con lui in modo burlesco per prendere le distanze dalla sua diversità e accettano di lui solo il suo genio. Il resto non li deve coinvolgere, non appartiene a loro e, di conseguenza, per dimostrare a tutti di non essere come Don Chisciotte, lo prendono in giro inscenando damigelle da salvare, missioni da compiere...(troppe a mio parere, da qui la mia pesantezza nella lettura).
Che lo facciano per timore della diversità o perchè ne sono un poco attratti e magari invidiosi (la follia seduce...)non ci è dato di saperlo, lo si può solo intuire a seconda della propria sensibilità.
Ora il punto "dolente", quello sul quale non mi trovo d'accordo con Alessio: il baccelliere.
A mio parere è il vero amico di Don Chisciotte perchè lo riporta a casa senza forzarlo, entrando nel suo mondo e vincendo, contro di lui, un duello.
Quindi, se è vero che Don Chisciotte è da difendere, il baccelliere lo fa, a mio parere, nel modo più corretto.
E non considerare questo suo modo significa rinnegare anni di psichiatria "positiva", significa lasciare tutti i Don Chisciotte del mondo persi nelle loro fantasie, nei loro mondi, ad un destino orribile di diversità, additati e derisi da tutti.
Oggi forse Don Chisciotte morirebbe arso vivo su una panchina di un parco...

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Moebius

“ Molte e autorevoli storie ho letto io di cavalieri erranti, ma non ho mai letto né veduto né sentito dire che i cavalieri incantati li portassero via in questo modo ….”
(Don Chisciotte)

Alonso non è un debole da proteggere, tutt’altro. Si limita a sembrarlo nei primi capitoli, anzi siamo noi a vederlo così, per tutti i limiti percettivi insiti nella nostra visione. Inoltre mi sembra che si dimentichi la frase di zio Miguel “ Soltanto per me venne al mondo Don Chisciotte ed io soltanto per lui. Egli seppe operare ed io scrivere; tutti e due insieme noi facciamo uno solo. ”
Insomma Cervantes lo considera tutto, tranne che matto.
Come ho già detto, lui non è pazzo. E’ il faber della realtà di un particolare universo.
Limitiamoci a considerare un fatto, abbiamo tre livelli di percezione:
realtà assoluta ( la nostra di lettori e del Cervantes vero scrittore)
realtà relativa ( quella del Cervantes finto ricopiatore del Cide Hamete Benengeli)
ed infine ( but not least) quella di Don Chisciotte
Proviamo a sommare e sottrarre i vari termini
Cide Benengeli esiste solo nel secondo e terzo livello
Cervantes solo nel primo, che nel secondo e nel terzo è un semplice scrivano che plagia il Cide
Solo Don Chisciotte esiste in tutti i tre livelli di realtà. Egli dunque è l’unico vero dio e Sancio è il suo profeta. Poco importa che nella realtà reale ( il nostro tempo) sia Cervantes il dio che crea l’universo-Don Chisciotte. Nel romanzo è il personaggio stesso il faber ( fortunae suae)… Cide Benengeli è il dio-feticcio posto da Cervantes nella narrazione come artificio letterario, feticcio perché spostato nel futuro, i suoi atti creativi verranno dopo l’evento che devono determinare e va da sé, che se il creato viene prima del creatore, allora è l’universo a creare dio e non viceversa.

Riepiloghiamo un attimo qualche episodio del libro:

La decisione del curato e del barbiere di bruciare i libri di Don Chisciotte, per farlo rinsavire dalla mania per il mondo cavalleresco.

a) Già ci sarebbe la banalissima constatazione, che non si è mai visto un matto che ritorni normale solo perché gli si bruciano i libri. Bisogna poi ricordare che Cervantes, come tutti gli scrittori, era un bibliofilo terminale. L’unico bagaglio che lo seguì sempre in giro per la Spagna, era la sua sterminata biblioteca. Infine, zio Miguel Stesso semina un uovo di drago. Tra i libri rinvenuti nella biblioteca di Don Chisciotte c’è la Galatea, opera pastorale composta da Cervantes alcuni anni prima. :)

“ Da molti anni è mio grande amico cotesto Cervantes e so che ha più pratica di casi avversi che di versi.”

b) In verità questo episodio, secondo me, porta benzina al fuoco della mia ipotesi…la vera cosa ridicola non è l’epica cavalleresca, ma il comportamento dei “normali”…che pretenderebbero di guarire un pazzo bruciando pagine di letteratura…e il supposto intento di Cervantes, di privare di ogni credibilità detta epica, è solo il paravento di un discorso più ampio…mettendo un suo stesso libro nel romanzo, l’autore abbatte la sottile paratia esistente tra realtà e finzione…da questo momento ci si incammina per le strade del sogno,…che solo apparentemente sembrano i sentieri della Mancia e vi coincidono per pura comodità…la via è quella che porta all’interno dell’animo umano, e non è certo una scorciatoia…dovrebbe preoccuparci molto, inoltre, il fatto che, per detti sentieri, ci si inerpichi con il sorriso sulle labbra, in nome e per conto di una supposta comicità perchè, come è risaputo, è celiando che si dicono le cose più serie.
Ammesso che quella di Don Chisciotte sia vera pazzia, bisognerà ammettere che, per lo meno, c’è un disegno ben preciso che la ispira…la pazzia del gruppo di amici e familiari che gli si agita intorno, invece, è ben più grave e pericolosa, sia perché dissennata, isterica e priva di un disegno preciso (il rogo finale della cameriera non risparmia né libri buoni, né cattivi) sia perché non è mossa da una conoscenza ulteriore (nella fattispecie i romanzi di cavalleria), che consente a chi la acquisisce, il passaggio, seppur bislacco, ad una dimensione superiore…fatta di sogno eppur mirabilmente organizzata, ma, au contraire, è guidata da una negazione della conoscenza stessa, per un’esistenza priva di reali motivazioni e di un progetto specifico che non siano il perpetuarsi di una normalità, che possiede, ai miei occhi, più i caratteri della banalità che della solidità di modello proponibile.
In altre parole, il curato, il barbiere e tutta la banda di nemici dell’epica, non sono più normali (che orribile definizione!) sono solo più limitati nell’immaginazione e nell’etica…ristretti nei confini di quella che, col senno di poi, potremmo definire una visione borghese, non riescono a compiere lo stesso salto qualitativo di Alonso Chisciano…
A leggerissimo titolo di esempio, ricordiamo come Friederich Nietzsche sia stato definito, a sua volta, pazzo, per aver sostenuto concetti etici non molto diversi da quelli di Don Chisciotte. Riallacciamoci per un attimo al discorso di Uebermensch e del confronto tra apollineo e dionisiaco. Don Chisciotte è, il perfetto Uebermensch…l’oltre-uomo…le sue virtù non sono fisiche,…non è il supereroe palestrato cui solo la Kryptonite restituisce una parvenza di normalità…e non è nemmeno un anti-eroe alla Paperino…perché, come abbiamo visto, la sua realizzazione è indipendente dal successo…
Non è, quindi, il discendente di un Achille o di un Ercole…Don Chisciotte è un eroe novus ( nel senso, anche, di homo rinascimentale)…
Ogni volta che sale a cavallo, raggiunge una dimensione superiore, distaccandosi dal comune sentire,…e, da perfetto Ueber,…ciò lo fa interpretare come pazzo.
Venendo poi al confronto con Apollo,…il dionisiaco Don Chisciotte infrangerebbe ogni regola di normale comportamento, portando lo scompiglio nella comunità…
In realtà le cose non stanno proprio cosi…ad ulteriore dimostrazione che gli intenti di Cervantes non volevano essere esclusivamente comici ed anzi, semmai, il comico forniva solo un comodo paravento…se visto dal basso, ( cioè da un’angolazione normale), il comportamento del nostro eroe è indubbiamente dionisiaco…, ma, se diamo per buona la traslocazione in una dimensione superiore…allora non possiamo non riconoscere che tale pretesa e dionisiaca follia, sia dotata di un’immensa carica di rigore etico…
Quindi, a differenza del romanzo horror, in cui Dioniso è solo caos…nel Don Chisciotte (il vero, autentico Ueber), Dioniso è regola al di sopra di altre, cioè un Dioniso più apollineo dello stesso Apollo,…noncurante delle umane cose…non assenza di regola quindi, non dio aumentato di volume, limitandosi ad estendere le prerogative umane al di là del miracoloso, ma uomo che si fa dio, ponendosi al di sopra delle regole comuni, suprema libertà e somma arroganza.

2) La filippica di Don Chisciotte all’osteria, contro le armi da fuoco.

a) La lunga discussione di Don Chisciotte sul mestiere delle armi e che termina con un profluvio di imprecazioni contro le armi da fuoco, non deve affatto stupirci e ciò per due motivi.
In primo luogo, perché essa è, de facto, tratta dal discorso dell’Orlando ariosteo contro tali armi (opera per altro contenuta nella sua biblioteca) e secondo, perché fu la polvere da sparo a segnare, nella pratica, la fine dell’epica cavalleresca…
Con l’introduzione su larga scala delle armi da fuoco, infatti, avvenuta tra Quattrocento e Cinquecento, viene a decadere sempre più l’importanza delle virtù eroiche del combattente. Anche un rachitico vigliacco armato di pistola ( un ignobile e codardo braccio), potrebbe atterrare in uno scontro il migliore campione della cavalleria.
L’assennatezza di Don Chisciotte, essendo tratta papale papale dall’Orlando Furioso non fa testo…in realtà è finzione dentro la finzione…gioco di specchi portato al massimo grado.
Non è, insomma, una vera assennatezza (giudicando secondo il metro di chi dovrebbe ascoltarlo), ma atto dovuto in difesa della categoria, con cui dimostra di esser savio quando invece, per gli stessi motivi, dovrebbero giudicarlo ancor più matto (dato che attinge a piene mani, proprio a quel repertorio di epica cavalleresca che lo avrebbe fatto ammattire)
Insomma, se la pazzia consiste in un comportamento diverso dalla media dell’ambiente circostante, allora il nostro eroe è del tutto matto ( e si troverà quindi in buona compagnia, che anche Cristo, Leonardo, Einstein è tanti altri, potrebbero essere giudicati matti per gli stessi motivi) Se invece la pazzia è mancanza di una linea guida, come dire, di una logica consecutio tra ideazione e azione (cioè esattamente la definizione data dalla moderna psichiatria) allora, mi dispiace per quanti la pensino diversamente, il mio amico Don Chisciotte è tutt’altro che pazzo. Anzi, estremizzando il concetto, è l’unico, all’interno del romanzo, ad essere perfettamente, totalmente, definitivamente, tragicamente savio.

A voler avvalorare la mia teoria generale (quella del don Chisciotte-faber) nello stesso capitolo è contenuto un piccolo significativo episodio … viene citato un soldato di nome Saavedra …
Insomma, Cervantes, oltre ad essere presente nel suo romanzo come autore, ci ritorna come semplice soldato ( ricordiamo che Saavedra è il suo secondo cognome) se poi pensiamo che il tutto è narrato nell’opera del Cide Hamete, che tra l’altro dev’essere ancora scritta (dato che Don Chisciotte ha da terminare ancora le sue imprese) allora ci troviamo di fronte ad una struttura di tipo frattale, oppure, ancora peggio, di fronte ad un nastro di Moebius, finito eppure infinito, quindi Don Chisciotte ha creato l’universo.

3) Veniamo al capitolo in cui don Chisciotte viene ricondotto a casa in una gabbia, lo riassumo per chi non avesse letto o non ricordasse il libro. :

Molto prima che il gallo canti tre volte (1), la compagine di mentecatti che ha deciso di sottrarre Don Chisciotte alla sua follia, elabora un piano…costruita una gabbia, si decide di mettervi dentro il nostro cavaliere e di condurlo a casa cosi, su un carro di buoi (2), mentre gli si dice che egli è vittima dell’incantamento di un mago…
“ Molte e autorevoli storie ho letto io di cavalieri erranti, ma non ho mai letto né veduto né sentito dire che i cavalieri incantati li portassero via in questo modo….”
Cominciato il viaggio, il triste convoglio viene raggiunto da un gruppo di cavalieri, tra i quali si trova un canonico, che chiede ragione del perché Don Chisciotte sia condotto cosi.
Quindi, saputone il motivo, s’impegna in una discussione con il curato a proposito del male che fanno le opere di cavalleria…e i drammi teatrali.
Intanto, Sancio approfitta del discorso, per accostarsi a Don Chisciotte e rivelargli che coloro che lo conducono in gabbia, altro non sono che i suoi cari amici, il barbiere e il curato…cosa cui il nostro eroe si rifiuta di credere …indi gli domanda se non abbia, come dire, alcune necessità fisiologiche da espletare…alla risposta affermativa del cavaliere, si decide di farlo uscire dalla gabbia, previa promessa che non si allontanerà…
Il canonico coglie l’occasione, per tentare di convincere Don Chisciotte che i romanzi cavallereschi sono pura invenzione ed è colpa loro se egli è ridotto in quello stato…
“…io trovo per conto mio che il senza giudizio e l’incantato è proprio vossignoria, poiché si è messo a sciorinare tante eresie contro una cosa tanto universalmente accettata e ritenuta per verissima che chi la negasse, come vossignoria la nega, meriterebbe la stessa punizione ch’ella dice che infligge ai libri quando li legge e lo indispettiscono.”
Il nostro cavaliere continua poi in un lungo discorso in difesa della cavalleria, al termine del quale il signor canonico rimane alquanto intontito…
Questa discussione sui massimi sistemi ( qual è in effetti la cavalleria all’interno del romanzo), viene interrotta dal comparire di un pastore, il quale, inseguendo una capra, cerca di convincerla a tornare parlandole…
Di fronte alla curiosità dell’intero gruppo al seguito di Don Chisciotte, narra una sua personale storia d’amore e finisce per litigare con il nostro cavaliere, quando egli si offre di aiutarlo a compiere il suo sogno amoroso.
L’ennesima rissa viene interrotta dall’arrivo di una strana processione, recante la statua di una madonna, il nostro eroe la scambia per una nobildonna, condotta contro il suo volere e ordina di liberarla…ulteriore colluttazione ne consegue, cui pone fine solo l’arrivo dei birri della Confraternita…
Il gruppo riprende cosi il cammino, giungendo sei giorni dopo nel villaggio di Don Chisciotte, esattamente a mezzogiorno…cosicchè tutti possono ammirare il cavaliere in gabbia.

(1) La frase è tutta mia…resta solo da sottolineare come anche questo tradimento avvenga prima dell’alba…
(2) Insomma, meglio che io stia zitto, che sennò il signor curato e il signor barbiere mi denunziano per diffamazione, ma, dico io, è modo questo di portar in giro un gentiluomo, come se fosse una bestia feroce?

Veniamo quindi a capo del mio ragionamento riguardo la pretesa pazzia di Don Chisciotte…se Cervantes fosse veramente stato del parere che il suo personaggio era in errore, non avrebbe mai e poi mai introdotto un espediente cosi umiliante per ricondurlo a casa…
In realtà vuole dimostrare, una volta di più, la stoltezza di chi lo circonda, e che prende provvedimenti assolutamente spropositati al fine che si prefigge…
Ricordate il mio precedente discorso sulla pazzia? È pazzo chi manca di collegamento tra pensiero e azione.
Il non sequitur degli “amici” di Don Chisciotte mi pare evidente…prima gli bruciano i libri, poi gli murano la biblioteca, infine lo rinchiudono in gabbia…
A riprova del vero pensiero di Cervantes, il canonico unisce nella sua riprovazione i romanzi epici e le opere teatrali (è necessario ricordare che le ultime composizioni di Cervantes furono proprio per il teatro?)
Il rifiuto di Don Chisciotte nel credere la verità è invece assolutamente consequenziale…egli è un cavaliere errante, non può credere che i suoi più cari amici gli facciano questo…ed in realtà, calandosi alla perfezione nella trama dell’incantamento, fa si che sia lui, di fatto a condurli…e non loro a portar lui…
Un’altra caratteristica del nostro eroe è la sua duttilità psicologica…la capacità non già di adattarsi alla realtà, ma di far si che la realtà stessa si plasmi costantemente intorno alla sua visione…ogni evento, viene assorbito, trasformato e proiettato all’esterno in maniera che si incastri perfettamente nel tessuto della vicenda…
Poniamo il caso che, ad un credente si neghi l’esistenza di dio…questi reagirà aggredendo verbalmente ( magari in modo educato) il miscredente…oppure, se è una persona intelligente, rispetterà le opinioni altrui e si terrà ben stretta la propria…
Bene, se un credente ha tutto il diritto di aver fede in dio, anche in mancanza di prove, perché Don Chisciotte non potrebbe avere il diritto di fare altrettanto riguardo la cavalleria? …
Credere per fede, a mio avviso, non è il modo migliore di usare il ragionamento, ma da qui a giudicare pazzo chi lo fa.
La fede di Don Chisciotte nella cavalleria è soprattutto fede in sé stesso…egli è la cavalleria, ne incarna valori e ideali…tutto il mondo che lo circonda ( nel romanzo) è emanazione della sua volontà…pretendere che egli neghi tutto questo, significa pretendere che dio neghi l’universo dopo averlo creato e abdichi a favore di altra divinità.
( Sia chiaro che per dio, intendo un dio figurato, letterario, filosofico…nello stesso senso in cui dico che lo scrittore è il dio dell’universo libro…non trascinatemi in dispute teologiche).

Insomma, a me sembra tutto chiaro. Non vorrei aver complicato le idee a voi, però.

Alessio

P.S.
Un bacio a Nadia. Non credo proprio che Don Chisciotte finirebbe bruciato su una panchina. Semmai si aggirerebbe per i parchi, nell’intento di difendere i deboli che qualcuno vuol bruciare.

Alessio

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