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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Milano capitale morale" di Alessandro Bastasi

di Alessandro Bastasi

- Ehi … come va?
Chi è? Non riesco a parlare, ho la bocca gonfia, e se mi muovo impazzisco dal dolore.
Che cosa è successo? Ho la testa che mi scoppia, che mi è successo? Ricordo solo due tizi che mi hanno tirato fuori dalla macchina e mi hanno riempito di botte, poi … poi niente. E questo chi è, che cosa vuole …
Sono in due dentro al bar, stanno bevendo una birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro ha i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono, forza dobbiamo chiudere, dice l’uomo dietro il bancone, ma vaffa’n culo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta in piedi col bastone? e giù sghignazzi. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, è da solo, anche se sono solo le dieci non c’è nessuno in giro. Sembra notte fonda, è novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone misterioso attorno al lampione di fuori. D’altra parte è la Milano del 2012, mica quella di quarant’anni fa, con la gente che affollava i trani fino all’una di notte.
- Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può stare in queste condizioni, dove abita?
Dove cazzo vuoi abiti, deficiente. Abito qui. Ma che cosa sta facendo? Mi frega il portafoglio, mi frega! Mi vien da ridere, non c’è un euro che sia uno, eh!
- Scusi, sa, sto cercando un documento. Ah, ecco. Carlo Morosini, via Gulli al 18.
- No! – riesco a dire, più gesticolando che con la voce – no … non abito più là. E non voglio andare in ospedale, no …
- Perché no? Non sei mica un irregolare, che se vai dal medico ti denunciano e ti spediscono in un centro per immigrati clandestini!
- No, per favore … lasciami qui, sto meglio, davvero, grazie.
Mi rialzo a fatica, stringendo i denti, ma non voglio fargli capire che sto da cani, che quei bastardi mi hanno riempito di calci dappertutto.
- Ma scusa, lasciarti qui! Sei a cinque chilometri da casa tua, come fai?
- Senti, grazie, però adesso non rompermi i coglioni. Grazie. Va’ fuori dalle balle.
L’altro è incerto, non sa che fare. A un certo punto mi dice:
- Dai, vieni con me, ti porto al caldo, così bevi qualcosa e poi vediamo. Io mi chiamo Alberto, e tu sei Carlo, giusto?, l’ho vista nella carta d’identità.
- Ehi! Guarda lì quel barbone che abbiamo massacrato di botte!
- E’ ancora vivo a quanto pare. Chi cazzo è che se lo sta portando via, quel rottame! Ehi, coglione, molla giù quel sacco di merda!
- Dai che gli diamo fuoco!
Alberto ce la fa a portarmi nella sua macchina, una Peugeot 207 tutta ammaccata. Mi siedo a fianco a lui tra mille sofferenze, bestemmiando in silenzio e maledicendo Milano. Quella Milano che amavo, che mi dava un sacco di soddisfazioni. Io, rampante promessa di una importante società di costruzioni …
- Dottor Morosini, lo legge anche lei sui giornali. E noi ne subiamo le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui … insomma, a Milano non si costruisce più niente, e neanche fuori, speravamo con l’Expo, ma si è mangiato tutto il Ligresti, anche se col casino che c’è i famosi miliardi promessi nessuno li ha visti ... Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che una politica miope, la loro, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo …
Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. E la mia vita è cambiata. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente. Anzi …
In fondo non si sta poi malissimo, qui. Mi vien quasi da ridere pensando che il SUV che adesso è la mia casa me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quei disgraziati che con le loro macchinine ansavano lenti su due file nella circonvallazione. Pista, aria, sfigati! gli gridavo pestando sul clacson. Una volta un vigile mi ha fermato per darmi la multa, quasi mi arrestavano dal casino che avevo fatto! E adesso sono qua, ci dormo dentro, almeno le coperte quella stronza di mia moglie (ex moglie, per la verità) mi ha permesso di portarmele via. E pensare che la casa l’avevo comprata io!, indebitandomi fino al collo, e quando la banca mi ha costretto a rientrare del finanziamento mi son dovuto mangiare tutta la liquidazione, rimanendo senza un euro in tasca. Che schifo, bastardi delinquenti assassini! Come se non fossi stato in grado di trovarmi un altro lavoro, mica siamo in Africa, cazzo! Qui chi vale va avanti, e gli altri si fottano, si fott … Avevo però fatto male i conti. La crisi del 2009 era solo agli inizi, nei due anni successivi masse di disoccupati avrebbero fatto la loro apparizione, casse integrazione a manetta, ferie forzate, le mense dei preti assediate da masse cenciose, immigrati a fianco di operai e impiegati, e di quadri … come me!
Quanto tempo è che non la faccio andare, questa fortezza di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. Ormai c’è una puzza da far schifo, qui dentro, i finestrini sono appannati, per fortuna, così non mi vede nessuno … Piazza Aspromonte di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che mi venissero a dare fastidio. Quello che proprio mi disturba è questo grattarmi continuo. Vado nei cessi della stazione a lavarmi, ma a volte me lo dimentico, poi questo cespuglio secco che ho in testa non mi dà pace. La barba me la rado ogni settimana, e va bene, ma è il resto che non sopporto, i vestiti ormai sporchi, la manica strappata … Ne ho provate tante di mense, ma quella del Cardinal Ferrari è la meglio, solo che c’è troppa gente, si mangia stretti, con la puzza degli altri che si mescola alla mia, soprattutto la puzza dei neri e di quegli arabi che pregano col culo per aria.
Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stia andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente, mi lamento, e Alberto mi dice dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati. Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa, impauriti, ferocemente sospettosi, magari a guardarsi l’ottantesima edizione del Grande Fratello!

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