scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Milano capitale morale Pag.2

Un cancello su una via che non riconosco, Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, una sorta di vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso, io me ne intendo!, un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con grandi finestre da cui esce una flebile luce. La porta dell’edificio si apre, e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove stracazzo siamo?, c’è un bancone sulla destra, dove spillano la birra, molte tavolate nell’ampia sala, c’è un mare di gente, uomini e donne, molti neri, sudamericani (almeno credo), bianchi, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono … sulla sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia … e in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri.
- Ma dove siamo? – bofonchio
- Benvenuto nel centro sociale Mario Ferrandi, l’ultimo rimasto dopo la piazza pulita che ha fatto De Corato!
- Chi, il vicesindaco?
- E chi sennò.
Un centro sociale!
- Ma che fate qui? Ci dormite pure?
- Di solito no, di solito organizziamo concerti, ospitiamo dibattiti, letture, studiamo, ascoltiamo musica, giochiamo a carte … poi ce ne andiamo a casa nostra, si fa per dire, qui rimangono solo due o tre persone a fare la guardia. Stasera però ci siamo tutti, perché domattina vogliono sgomberare anche noi. Dice che questo è un covo delle brigate rosse, o racconta palle per giustificare la sua furia o si vede che non ha capito un cazzo di che cosa è diventata Milano, soprattutto con questa crisi che ci massacra da tre anni … Dai, prendi una birra. Ti fa ancora male? Quei bastardi infami! Ti volevano ammazzare!
- Pare proprio di sì … ma domani vado dai carabinieri …
- Ma ci sei o ci fai? Non ti scomodare, i caramba verranno qui loro, domani mattina. Anche se mi sa che avranno altro da fare che ascoltare te!
Non so che pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche dell’assassinio di Obama di un mese fa, della terza intifada in Israele che è appena cominciata, della fabbrica occupata in via Rubattino e delle cariche della polizia … Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare, senza fermarsi, il Grande Fratello, capisci, come Anche i ricchi piangono, o Saranno famosi prima di loro, è parte di un sistema di format imperialisti USA a diffusione imperiale, lo trovi uguale in Corea, in Canada o in Egitto, capisci, perché il loro scopo è colonizzare subliminalmente la mente del parco buoi, della massa lumpen-cetomedio imperiale e convogliarla giù dal burrone come una mandria di bisonti, consumisti, vendicatori di fame contadina atavica, cultori parossistici della propria improbabile importanza personale, capisci … ma chi sei? Da dove vieni? Sei venuto a darci una mano contro la milizia armata dell’impero che domani verrà a massacrarci? Dai, parco buoi, che ti trovo un posto per dormire. Beviti un’altra birra, dobbiamo farla fuori tutta, ché domani qui ci saranno solo lacrime e sangue!
Sono qui, su una branda improvvisata, e sento una grande nostalgia del mio SUV, che mi protegge da tutto. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so che cosa fare. Non c’entro niente io, con questi disperati … Per me questa di barbone è una situazione passeggera, ne sono certo, ho una professionalità, io, e prima o poi ci sarà occasione di farla valere. Mi si accappona la pelle. Domattina presto uscirò di qui, prima che arrivi la polizia, non voglio trovarmi in mezzo a ‘sta gente, al casino che combineranno, io …
Ma non faccio a tempo. Non è ancora l’alba che fuori si sentono arrivare le camionette piene di poliziotti. Saltano giù come razzi, equipaggiati come tanti robocop, in assetto antiguerriglia, con le tute nere e i caschi con la visiera, come avevo visto alla televisione tanti anni prima, a Genova nel 2001. Un tipo col megafono vestito in borghese ci intima di sgomberare o darà l’ordine di costringerci con la forza. Cento vaffa’nculo risuonano all’unisono, come un boato. Escono tutti fuori, donne e uomini, a fare muraglia, solo io resto dentro, ancora dolorante e paralizzato dalla paura. Due eserciti in miniatura, uno di fronte all’altro. Da una parte l’esercito in nero, indifferenziato, armato di tutto punto, che batte all’unisono i manganelli sugli scudi, dall’altra una moltitudine multicolore di individui armati di sassi, di rabbia e di parole. Grida da entrambe le parti, prima isolate, poi sempre più massicce. Partono le prime sassate, cui l’esercito in nero risponde con lanci di candelotti lacrimogeni, ad altezza d’uomo. Uno di questi finisce dentro la casa, l’aria si riempie di una sostanza che mi fa lacrimare, che mi entra dentro nei polmoni, non respiro più, mi sento soffocare, mi precipito fuori nel fumo denso della guerriglia, oltrepasso la muraglia colorata, corro verso i liberatori con le braccia alzate, non sparate, urlo, non sparate, io non c’entro!
Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato … Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Un silenzio assoluto. Mi ha sparato. Ha sparato a me. A me. Ma che cazz … Cado a terra come un sacco e non sento più nulla. Definitivamente.
Il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola dai visi …
E’ notte. L’edificio è immerso nel buio. Le finestre distrutte lo fanno sembrare un teschio con le orbite vuote. Neppure il miagolìo di un gatto, un silenzio di tomba pervade il fabbricato e tutta la zona intorno, solo il freddo entra indisturbato, con uno strano fruscìo. Improvvisamente, come a un tacito segnale, il fruscìo diventa sempre più marcato, e qualcosa si muove. E’ un’ombra che esce da una finestra, poi due, poi tre. Poi dieci, venti, cento. Si calano all’esterno, senza rumore, indistinguibili, percorrono in fretta il vialetto, oltrepassano il cancello divelto. La fioca luce dei lampioni ora li rischiara, è una moltitudine ormai, una moltitudine multicolore che monta passo dopo passo, fino a dilagare nella città.

Domani Milano si sveglierà, e nulla sarà più lo stesso.

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