scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Neolatino a chi Pag.4

El siglo de oro:
Quello che in Spagna si chiama secolo d’oro, nel resto del mondo viene definito (anno più, anno meno) in parte Rinascimento…ed, in parte, Barocco…in esso vediamo nascere un uomo nuovo, che pone se stesso al centro dell’universo e dialoga con dio in un rapporto che, se proprio non è di uguaglianza, certo non è più di sudditanza passiva, come durante il medioevo…lo stesso Erasmo da Rotterdam, che pure incita ad un ritorno allo studio ed alla lettura delle Sacre Scritture e della patristica, pone quest’esperienza all’interno di un ambito ben più vasto, che è quello del dialogo interiore che ogni cattolico dovrebbe avere con dio…
La messe di opere e autori della Spagna di questo periodo è talmente vasta ( e sennò che secolo d’oro sarebbe?) che citarli tutti sarebbe impresa ardua e superiore alle mie possibilità…in ogni caso molti li incontreremo nella biblioteca di Alonso e non mancheremo di parlarne a suo tempo…diciamo che tre giganti torreggiano su tutti gli altri…Miguel Cervantes (ovviamente), Lope de la Vega e Calderòn de la Barca…se del primo parleremo ampiamente in seguito…ritengo necessario approfondire il discorso sui primi due…
Con Lope de la Vega, ci troviamo di fronte ad una straordinaria figura di poeta, che scrisse versi nella stessa maniera in cui visse…intensamente…la sua produzione è sterminata…scrisse poesie, poemi, opere teatrali in versi e prosa, villacincos, romances, sonetti, epistole, egloghe…il tutto nello stesso stile appassionato che caratterizzava la sua vita, i suoi amori e, sul finire della sua esistenza, la fede religiosa…questo straordinario autore, purtroppo misconosciuto in Italia, non aveva alcun bisogno di inventarsi un io poetico amoroso, come Petrarca o Bembo,…narra i suoi amori cosi come sono…ed è solo la sua grandezza immaginativa a farli diventare immensi, a riscattarli dalla quotidianità…

“ Llorò cuanto es amor, hasta el oblido
A amar volviò porque llorar pudiera
Y es la locura de mi amor tan fuerte
Que pienso que llorò tambièn la muerte “

... Pianse tutto l’amore, fino all’oblio,
e ad amar tornò perchè pianger potesse,
ed è la follia del mio amor si forte,
che penso che pianse anche la morte...

Anche nell’ambito del teatro la figura di Lope de la Vega assume un’importanza fondamentale, tanto che a tutt’oggi si parla di teatro pre-lopista e post-lopista, assumendolo a spartiacque di un nuovo modo di concepire la vita e la letteratura…lo stesso Miguel Cervantes, parlando delle commedie di de la Vega scrive …
“ Entrò poi il mostro della natura, il grande Lope de la Vega, e si alzò con la monarchia cosmica.
Avvassallò e mise sotto la sua giurisdizione tutti i farsanti; riempì il mondo di commedie ben fatte, felici e ben concepite, cosi tante d’aver scritto più di diecimila canovacci, e tutte, che è una delle maggiori cose che si possono dire, sono state viste o s’è sentito dire che sono state rappresentate”.

Pedro Calderòn de la Barca nasce a Madrid nel 1600…la sua opera si sviluppa totalmente nell’ambito del teatro, sotto forma di tragedie ad argomento religioso e commedie a carattere filosofico…per motivi non solo anagrafici, possiamo dire che Calderòn incarna il barocco molto più di Cervantes e Lope de la Vega…nel suo teatro predominano gli allestimenti scenici, che sono un tutt’uno con la storia e anzi ne compongono spesso l’ossatura portante…anche se le sue opere riscossero enorme successo, gli mancò, a mio avviso, l’abilità rimaiola ed il calore di un de la Vega o l’intima ingegnosità di Cervantes…se questi due, letti oggi, mostrano ancora intatte tutte le loro potenzialità e la sostanziale modernità di temi e linguaggio, il teatro di Calderòn non può non indurre lo spettatore moderno a qualche sbadiglio, se non si attuano sostanziali riletture, che ne alterano di fatto il significato originale…ed a ben guardare, mi sembra che in questa differenza ci sia tutta la superiorità del Rinascimento sul Barocco…
E con questo avremmo finito il “breve” excursus nella letteratura spagnola…spesso a torto definita la minore delle tre letterature neolatine…essa, pur non avendo fino al sedicesimo secolo un autore della grandezza di Dante, ne inventa, di colpo, tre di tale statura da far impallidire qualunque confronto…quanto al concetto di “neolatino”…se approfondita ulteriormente, l’ipotesi di una poesia latina debitrice a quella araba di forme, temi e strutture fondamentali, è troppo bella e simbolicamente interessante per essere liquidata come “minore” fino a prova contraria…
Teniamocela pure come ipotesi dunque…cercando di non costruire su di essa alcun castello di carte, ma ricordiamocene sempre…soprattutto quando dovremo spiegarci certe rassegnazioni, certi fatalismi dell’animo di alcuni personaggi…volesse il caso che, sconfitto il Moro e sollevata la sua visiera, il cavaliere cristiano si trovasse a contemplare, per la prima e non certo ultima volta, se stesso?

Omero

Alessio il tuo saggio è veramente interessante.
Mi ha profondamente colpito quello che dici delle opere di Omero, e cioè che sono state "rimaneggiate" partendo da un nucleo originale. Ora, curiosa come sono, mi piacerebbe approfondire questa storia perchè non ho mai sentito nè letto che vi fosse appunto un nucleo rimaneggiato e ampliato, convinta come sono sempre stata che il tutto fosse semplicemente di Omero e scaturito dalla sua "magica penna"!
Grazie, Cla

-----------------0------------------------0--------------0-----
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Daniel Pennac

Diceria del cantore

Ulisse
ecco uno che tutto sommato ha la faccia
salato, tritato
begli anni negli Hilton d’Arabia
e dio se scopava.
(Ulisse – R. Vecchioni)

Laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno
con l’occhio azzurro invece ho visto e vedo
con l’occhio blu mi volto e ti ricordo
(L’ultimo spettacolo – R. Vecchioni)

“ E i falchi e il tempo e i sogni e gli ideali
e le città sconfitte in fondo al fumo
e il sangue e l'innocenza di nessuno “
(Le lacrime di Nemo – F. De Gregori)

Tenk iu Claudia.
Teniamo presente, innanzitutto, che ciò che si ipotizza per Omero, vale per molte altre opere dell’antichità, per esempio i Vangeli ed ovviamente, El cantàr del mio Cid.
Purtuttavia, non essendo né un semiologo, né un docente di letteratura classica, posso dirvi soltanto quel poco che so, condito con le mie immancabili ed arroganti opinioni personali :).
Su Omero le ipotesi sono tantissime (se non ricordo male uno dei primi ad occuparsi della questione fu la buon’anima di Giambattista Vico, nel lontano ‘700), ma quasi tutte quelle “ negazioniste”, quelle cioè che tendono a negare una reale esistenza dell’Omero scrittore, puntano il dito su alcuni aspetti particolari: lo stile, l’etica e la lingua.
Analizziamo per prima la lingua. Iliade ed Odissea abbondano di termini in dorico ed eolico, cioè lingue molto più antiche dell’attico parlato al tempo di Pericle e Platone. Ciò depone, ovviamente, per stesure cronologicamente diverse, poi confluite in un unico testo.
( Detto per inciso, potete immaginare la gioia di ogni studente liceale, quando incontra detti vocaboli nelle versioni, poiché la maggior parte dei vocabolari non li cita neppure).
Per l’etica è presto detto. L’Ulisse dell’Iliade è molto diverso da quello dell’Odissea. Nel primo poema è più o meno l’equivalente di un magliaro napoletano, nel secondo una figura a tutto tondo, con tutto l’orgoglio ed i difetti dell’Uomo con la U maiuscola. Insomma i due poemi sembrano pensati in due epoche eticamente molto diverse. Per fare un esempio, l’Iliade sembra figlia di un tardo medioevo (pensate all’Inferno dantesco, con la sua forte etica religiosa), mentre l’Odissea potrebbero benissimo essere stata scritta in pieno umanesimo. I miei sono solo esempi, si capisce, ma se prendessimo per buone le teorie del già citato mastro Giambattista Vico, dovremmo convenirne che spesso, la storia dell’uomo si ripete sotto mentite spoglie, in epoche molto diverse.
La storia si ripete sempre, diceva Charlie Marx, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ed applicando questa massima alla nostra epoca contemporanea, ci sarebbero parecchie riflessioni da fare, ma non divaghiamo, che il cammino è lungo.
Anche sullo stile sono state formulate parecchie obiezioni. L’Iliade è un poema epico in senso stretto, pensato in una cultura guerriera o comunque in un periodo in cui le virtù eroiche andavano per la maggiore. Alcune figure (se ci riallacciamo per un attimo al discorso sull’etica) sono di una drammaticità estrema, se solo si pensa all’episodio della morte di Ettore, un antesignano di Alonso Chisciano, con la stessa schiena dritta, ma senza averne la genialità.
Insomma, a mio avviso l’Iliade è figlia di un’epoca molto più semplice e lineare, sul piano socio-economico, rispetto all’Odissea. Dopotutto basta guardare la letteratura moderna per capirlo. Il lieto fine sembra necessario solo a società estremamente e nevroticamente sovrastrutturate, tipo la nostra, che lo esige nei vari fumettoni hollywoodiani. Se il paragone può sembrare azzardato e quasi irriguardoso, mi limito a sottolineare che l’epica greca veniva cantata dagli aedi di villaggio in villaggio, risultando quindi, a tutti gli effetti, più una forma di intrattenimento popolare, che di letteratura. Esattamente come i film di Hollywood, quindi (pensate a Star Wars). Se poi, nel corso dei secoli, qualcuno da tali racconti è riuscito a tirarne fuori due poemi di tale grandezza, va ad onore non tanto del singolo trascrittore, quanto dell’intera cultura ellenica. In definitiva mi sembra giusto attribuirli ad Omero come entità simbolica, rappresentante la casta degli aedi. Potremmo considerarlo una specie di premio Oscar alla categoria.
Spero di essere stato chiaro e soprattutto di non aver confuso le idee a nessuno ( odisseùs :) ) con le mie contorte e bislacche teorie.
Per riassumere : i poemi omerici molto probabilmente nascono da una serie di racconti orali, innescati da quella tragedia locale che dev’essere stata la guerra di Troia. Gli aedi li diffondono per i villaggi, finchè quella che era inizialmente solo una storia come tante, diventa un collante culturale, patrimonio collettivo, che i vecchi raccontano ai fanciulli intorno al fuoco. Infine, dopo parecchie generazioni, una Grecia più ricca e soprattutto più sicura di sé, trova dei volenterosi che si prendono la briga di trascrivere il tutto. Che siano più d’uno sembra evidente da ciò che ho detto (in realtà avrei potuto fare parecchi riferimenti in più, ma temevo d’essere palloso). Poco importa che Omero sia stato il primo a raccontarla o l’ultimo a scriverla. Mi piace pensare e quasi lo vedo, curvo sul suo bastone, mentre attraversa il paese, di villaggio in villaggio, per narrare le sue storie, con quegli occhi ciechi, che sembrano guardare veramente l’interlocutore. Vedo i bimbi ritrarsi dietro le schiene delle madri, quando Polifemo s’approssima ad Ulisse. Vedo i giovani maschi ammiccare tra loro, quando Venere s’avvicina a Paride ancheggiando. Vedo i vecchi piangere i figli che non torneranno, quando Achille trascina tre volte il corpo di Ettore intorno alle mura di Ilio.
Ma soprattutto vedo una nazione che prende forma, un mito che diventa poesia, come colori che fluiscono su una tela, per raffigurare ciò che esisteva solo nella mente del pittore. Ed anche grazie ad Omero ed a tutti gli aedi, i trobadores, gli junglares ed i cantastorie di qualsiasi epoca, riesco a percepire il tempo come un filo, come un tutt’uno, di cui faccio parte anch’io, piccolo e mediocre viaggiatore ed anche voi, amici di Scrigno.

P.S
La prima canzone citata è un riferimento all’Ulisse di Joyce, non certo l’ultimo, forse il migliore, dei discendenti dell’Ulisse omerico. Lo stesso dicasi per la terza. Il Nemo di Verne è un altro, degnissimo epigono del furbo Ulisse.

Alessio

Fantastico!

Grazie Alessio,
mi hai arricchito. Quindi l'Odissea e l'Iliade sono patrimoni culturali della Grecia di quel tempo...è fantastico!
Anche qui citi, alla fine, i cantastorie; li abbiamo visti in Spagna, qui in Grecia e...in Italia?
In Italia i cantastorie a che epoca appartengono? E anche le loro "storie" confluiranno in poemi scritti? O rimarranno solo nell'immaginario collettivo?
Grazie!

---------------------0------------------------0----------------
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo
per vivere.
Daniel Pennac

Da Platone a John Ford (passando per Dumas)

Grazie a te per la curiosità e per la possibilità che mi dai, di parlare di cose che mi piacciono. Tieni presente, però, che le mie sono solo un misto di ipotesi e ricordi, quindi verifica sempre ciò che dico e non prenderlo necessariamente come oro colato. Lo dico a te, a tutti e soprattutto a me stesso :).
Veniamo ai cantastorie. Appartengono ad ogni epoca. Rispuntano fuori come funghi, ogniqualvolta scompare la lingua scritta e la tradizione orale diventa l’unico, necessario mezzo per conservare memoria di sé e della propria cultura.
Molto probabilmente, almeno all’inizio, questo ruolo è svolto dagli anziani della tribù, che raccontano ai più giovani le grandi imprese, le grandi cacce, condendole di esempi edificanti, ad uso principalmente didascalico e di eventi fantastici, per rafforzarne l’impatto e (why not?) aumentare il proprio prestigio sociale. In seguito, è naturale che i più bravi nel raccontare si specializzino, si fa per dire, in questo ruolo, diventando i depositari della memoria collettiva. Altrettanto naturale che trasmettano ai propri figli tale memoria, dando vita nel tempo ad una vera e propria casta. Va da sé, che più si allontana nel tempo l’evento narrato, più acquista caratteristiche fantastiche e straordinarie. Insomma la cronaca si trasforma in epica. Ripeto, si possono incontrare in ogni tempo e luogo. Nell’antica Grecia si chiamavano aedi. Scompaiono quando la cultura greca diventa adulta, ma lasciano tracce di sé. Nei dialoghi di Platone ad esempio, che usa spesso l’artificio dell’affabulazione e quindi la favola e il mito, per trasmettere agli allievi la sua etica. Pensiamo a dialoghi come il Timeo e il Crizia, in cui Platone narra dell’antica Atlantide. E’ solo una fiaba, probabilmente ripresa da vaghe leggende caldee ed egizie, ma funziona talmente bene che c’è ancora gente che ci crede e quasi ogni anno spuntano fuori sedicenti archeologi, che dicono di aver identificato i resti di quell’antica cultura. Vedete, ciò che chiamano sincretismo religioso non è altro, in effetti, che un particolarismo figlio di una tendenza ancor più grande, il sincretismo culturale, proprio dell’umanità.
Se solo ci riflettiamo un attimo, sincretismo deriva, guarda tu, proprio dal termine greco (niente è mai per caso, in letteratura) συγκρητισμός (synkretismòs), alla lettera “ unione dei cretesi”. Lo usa per la prima volta Plutarco, che cita gli abitanti di Creta, come esempio di una popolazione che ha saputo superare le differenze di fronte a minacce esterne.
In ambito moderno la parola viene ripresa da Erasmo da Rotterdam, che la usa nel senso di “mescolanza”, attribuendogli una falsa etimologia a partire dal verbo synkerrannymi, “mescolo” e da questa fonte acquista una valenza soprattutto religiosa.
Ma in realtà, come dicevo, è un istinto comune nelle culture umane, anche molto lontane tra loro, adottare comportamenti simili in presenza di situazioni sovrapponibili.
Per fare un esempio che non c’entra niente, pensiamo alla biologia marina. Lo squalo è un pesce, il delfino un mammifero e l’ictiosauro un rettile del Giurassico. Ebbene hanno forma molto simile, perché è quella che in acqua funziona meglio. Altrettanto dicasi per le culture umane. Al crollo dell’impero romano, gli aedi da tempo scomparsi, rispuntano, prima in Francia e Spagna, poi nell’intero continente, sulla scia delle nuove lingue, “ volgari” che stanno nascendo. Anzi sono essi stessi a favorire la nascita delle lingue (prima l’uovo o la gallina?) spargendone il seme fin nei villaggi più sperduti.
Il patrimonio cui attingono è molto più globalizzato di quanto si immagini. In Francia i trobadores narrano ai contadini la Chanson de Roland, gli junglares spagnoli declamano ai braccianti della Mancia il Roncesvalles e i cantastorie italiani illustrano “ la triste storia di Orlando e della bella Angelica”. Insomma tre diverse versioni dello stesso episodio, che trae spunto da uno degli eventi che più hanno formato l’immaginario collettivo europeo : la battaglia di Poitiers del 732.
Claudia mi chiede se le storie dei trobadores e dei loro colleghi confluiscono prima o poi in forme scritte o rimangono latenti nel brodo culturale dell’immaginario collettivo. Entrambe le cose ovviamente. Quando vogliamo definire il difensore di una qualunque causa, lo chiamiamo “ paladino” , tanto per fare un esempio, ma c’è di più.
I cantastorie non si limitano a far da padri a qualche poema, ma gettano le basi per l’intera cultura occidentale.
Ripartiamo un attimo dal mio amico Alonso.
Il Don Chisciotte, apparentemente, è una satira del poema cavalleresco, in quanto tale, dovrebbe rappresentarne la parola fine, la decadenza del genere.
Eppure, secondo me, ne incarna invece, la più alta maturità. Ridere di se stessi non è mai cosa semplice, richiede saggezza, ma non precorriamo troppo i tempi.
Il poema cavalleresco nasce figlio di molti padri e di innumerevoli madri. Non è certo mia intenzione ripercorrerne la storia, lunga, tortuosa, complessa e perlomeno a tratti, noiosa.
Diciamo soltanto, per brevità e con qualche licenza semplificativa, che nasce più o meno contemporaneamente in Francia e in Spagna come frutto dell’incontro tra cultura europea … cristiano-latina ( ma gli elementi celtici presenti, sono molteplici e li incontreremo tutti) e cultura mussulmana, con l’ovvia mediazione dei cantastorie. Va da sé che quanto sul piano storico era presentato come uno scontro (anche se vedremo che non fu sempre cosi) non poteva risolversi, sul piano letterario, come semplice incontro.
I sovrani e i papi che lottavano contro i Mori, certo non arrivarono a commissionare opere di cavalleria, ma ben gradirono che si facesse, anche tramite tale genere, buona pubblicità alle loro imprese, ed in ogni caso crearono l’ambiente storico, sociale ed etico, da cui scaturisce il romanzo cavalleresco. Non perché all’interno delle corti si verificasse veramente quel clima di alti valori morali cantati in letteratura, ma piuttosto perché essi rappresentano uno schema di ideali a cui tendere.
Per fare un esempio … i film western, che sono la trasposizione rozza in chiave americana della chanson de geste, non sono certo lo specchio fedele del West nella seconda metà dell’ottocento, ma ne rappresentano la novellization in chiave idealistica. Non è un caso infatti che siano stati prodotti soprattutto tra gli anni ’50 e ’70 ( cioè in piena guerra fredda) volendo raffigurare un richiamo morale alle consolidate virtù americane di fronte alla minaccia del comunismo.
(ovviamente parlo del western classico, alla John Ford per intenderci, non a caso un convinto repubblicano e non del western-spaghetti, all’italiana, in cui tali valori sono spesso semplificati in chiave ironica o troppo idealizzati. Vedi Sergio Leone, venendo quindi a ricopiare più gli schemi del kolossal storico stile Ben Hur, che di un John Wayne qualunque).
Similmente, la chanson de geste vuole rappresentare un richiamo a quelle qualità di eroismo, abnegazione e saggezza che il cavaliere cristiano ( l’elite di una società guerriera che riteneva, a torto o a ragione, di essere assediata dai musulmani) deve possedere, per poter prevalere sul Moro, che, come tutti sanno, è essere terribile, crudele ed astuto.
L’aspetto che mi preme sottolineare, comunque, non è tanto quello della produzione, quanto della percezione da parte del pubblico.
Nel Don Chisciotte incontreremo, tra gli appassionati lettori di epica, anche un curato, un barbiere ed un oste, certo non tra i migliori esempi di una casta di intellettuali, ciò potrebbe sembrare poco realistico in un’epoca in cui l’analfabetismo faceva più morti della peste.
Eppure, almeno dal tardo ‘500 in poi, è proprio cosi.
La letteratura cavalleresca inaugura un filone più vasto che, nel tempo, arriverà fino alle guide da cucina e ai romanzi di Barbara Cartland,(passando però, per “ I tre moschettieri”, “Sherlock Holmes” e “ Dracula”) … la letteratura popolare.
Soprattutto in un una forma che letteraria non è, ma che potremo considerare (con un pizzico di immaginazione e/o di cattiveria) la “televisione” del tempo, la narrazione del cantastorie.
Anche quelli che siciliani non sono, non avranno difficoltà a ricordare il “mito” tutto siciliano dei “pupari”, mestiere in via di estinzione (se non del tutto estinto, che ormai sopravvive solo grazie a finanziamenti pubblici, ed è tutto dire) e che pure ha rappresentato per intere generazioni l’unica forma di intrattenimento.
Permettetemi un breve divagazione. Quando ero molto piccolo mio padre, alle sue molte assenze lavorative, ne aggiunse una in più. Saltuariamente si recava a Palermo per acquisire l’ennesima delle sue tante specializzazioni e per farsi perdonare la sua latitanza, mi portava dei regali meravigliosi ” i pupi”…
Ricordo pomeriggi interi di duelli tra Orlando, Rinaldo e il Feroce Saladino. Era molto più gratificante che far combattere i vari Big Jim e superpazzi anni ’70 iperaccessoriati, con lame rotanti e palle gonfianti.
Oltretutto,” il pupo” richiedeva ( a voler essere meticolosi ed io da bambino ero molto meticoloso) qualcosa in più rispetto ad un semplice pupazzo belligerante: la “declamazione” cioè, la narrazione teatrale e teatralizzata degli eventi di là da venire ( es. “ ora ti taglierò la testa, perfido infedele!”)
Volete mettere?
Che poi, nei miei combattimenti improvvisati, vincesse spesso il Feroce Saladino è cosa meno importante ( anche se letterariamente congruente, fu di gran conforto, scoprire molto più tardi, che a Roncisvalle successe qualcosa che, durante i miei pomeriggi infantili, era già accaduto).
Il teatro dei pupi, adesso ridotto a macchiettistica siciliana insieme alla cassata, ai cannoli e al carretto dipinto, un tempo era tradizione comune all’intera europa latina e non possiamo ( ne vogliamo) escludere che, di fronte ad esso, si compisse lo stesso meccanismo di delega dell’immaginativo e del fantastico che adesso avviene, per esempio, per il pubblico di Star Wars.
Il successo quindi, della figura non tanto di un eroe qualunque (stile Achille o Ulisse), dotato di super poteri, ma di un eroe particolare … il cavaliere … che combatte non a titolo personale, quanto come simbolo di una casta specifica e chiusa all’esterno è dovuto alla sua doppia presenza sia in ambiente “colto”, grazie a poesia e prosa, sia in ambiente popolare, mediante le cantate dei trovatori e tutto un patrimonio di tradizioni orali e musicali che lo narrano alle popolazione europee, in larga misura analfabete e quindi dipendenti (non diversamente da oggi, per altro) da altri mezzi, per la diffusione di idee, mode e notizie.
Inoltre c’è un piccolo particolare da aggiungere. Il romanzo cavalleresco è il padre di diversi sottogeneri. abbiamo già visto il western classico, ma anche il romanzo di cappa e spada (es.” I tre moschettieri”) tanto deve al suo progenitore (e non è un caso che trovi il suo massimo esponente, cioè Alexandre Dumas, proprio in Francia, la terra di origine della chanson de geste) in tempi più moderni anche il cosiddetto romanzo fantasy paga un forte tributo alla cavalleria. Pensiamo a “Il signore degli anelli” di Tolkien. In esso i motivi cristiano-latini (e quindi francesi) sembrano in second’ordine rispetto al profluvio di luoghi comuni celtici che si incontrano, ma non lasciatevi ingannare.
Innanzi tutto la chanson de geste nasce in Francia, la terra in cui maggiormente si incontrano ( e si fondono, soprattutto ad opera dei normanni, che altro non sono che celti cristianizzati) i due filoni culturali.
Secondo, in Tolkien si attua solo ed esclusivamente un meccanismo di trasposizione geografica e linguistica. Il suo romanzo è chanson de geste sotto falso nome.
Altrettanto se non di più, si potrebbe dire per la fantascienza americana anni ’50, quella di John Campbell e di “Astounding Science Fiction”, tanto per intenderci, in cui l’eroe ( bianco e ovviamente nordamericano) solo ricorrendo ad alte virtù riesce ad avere la meglio sui perfidi alieni.
Insomma che il nemico sia musulmano, pellerossa, marziano o orco della terra di mezzo fa lo stesso, è il romanzo cavalleresco a dettare temi, stile e finalità, non fatevi confondere dai travestimenti e ringraziate i cantastorie.
Detto per inciso, anche se noi li abbiamo da tempo soppiantati con la televisione, i cantastorie non sono del tutto scomparsi. C’è ancora un popolo, che non possedendo lingua scritta, si affida soprattutto a loro per serbare la propria memoria. Il popolo più europeo di tutti : i Rom.
Sperando di essere stato chiaro e soprattutto di non avervi annoiato

Alessio

Affascinante!

Mi hai fatto riflettere sul messaggio che la saga di Star wars ha trasmesso: i cavalieri e il loro codice morale.
Effettivamente non ci avevo mai pensato, non l'avevo vista sotto questa luce.
Sì allora concordo, è rimasto nell'immaginario collettivo ed anche nella lingua scritta.
Per i colti dell'epoca nella prosa e per la gente comune nel linguaggio volgare dei cantastorie.
E' incredibile vedere come una base a sfondo cavalleresco con i suoi codici morali possa ampliarsi ed arrivare a noi dopo secoli e sopravvivere così a se stessa.
I cantastorie quindi vanno rivalutati in quanto pure essenze e portatori di cultura e gesta epiche a cui noi possiamo e dobbiamo tendere. Quello che mi affascina è il duplice linguaggio che questi poemi avevano, sia per il popolo colto che per il popolo analfabeta.
Sono immensamente felice di vivere in quest'epoca che mi dà la possibilità di leggere queste epiche gesta ed anche di vederle trasformate in immagini, a volte (anzi spesso) fantastiche, attraverso cinema e televisione.

Sei stato chiarissimo, per niente noioso, scrivi in modo scorrevole e comprensibile.
Grazie, veramente grazie per tutto ciò che hai saputo trasmettermi e trasmettere a chi ti legge, ne sono uscita arricchita.
Un abbraccio, Cla

---------------------0------------------------0--------------
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Daniel Pennac

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com