scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il Discepolo" di Antonio G. D'Errico

Le prime pagine del libro
1

Che il mondo fosse uno schifo era un’amara consapevolezza che avevo acquisito.
Trascorrevo il tempo occupandomi di me stesso, preoccupandomi di dare cura e profondità al mio bisogno di esistere, cercando una verità sullo scopo della mia vita. Non avevo ancora un’eleganza e una raffinatezza logica per dare splendore e sapienza ai miei pensieri, probabilmente non ne sentivo neanche la necessità.
Avevo compiuto vent’anni. Possedevo un diploma di perito industriale, e avevo messo piede all’università, iscritto al primo anno della facoltà di Giurisprudenza. Non avevo mai frequentato un corso, né mai avevo letto una pagina di quei libri di diritto.
Avrei fatto volentieri a meno dell’esperienza universitaria, ma non mi era stata data altra scelta dai miei genitori, i quali avevano previsto per me un futuro da avvocato. Avevo cercato di non alimentare in loro quella speranza, mi ero opposto, come può fare contro i genitori un ragazzo di diciannove anni, ma niente, non c’ero riuscito. Mia madre, molto spesso, dopo lunghe e inutili lotte verbali, cercava di essere più efficace erompendo in pietose e disperate crisi di pianto, che mi mettevano addosso angoscia e sgomento. Mio padre mi colpiva col silenzio, e con l’indifferenza; solo qualche volta sospirava, con lo sguardo rivolto a mia madre, come se volesse dimostrare fastidio più che dispiacere per quel pianto.
Per giustificare il mio insuccesso universitario, sostenevo con mia madre la volontà di essere interessato piuttosto alla ricerca del lavoro. Impiegavo, di conseguenza, le mie giornate standomene seduto davanti al computer, compilando il mio curriculum vitae, che spedivo ad “aziende attive nel settore dell’elettronica”, nel quale sottolineavo la mia brillante votazione conseguita alla Maturità e la mia buona conoscenza della lingua inglese.
Ogni tanto, nel pomeriggio, veniva a trovarmi a casa un mio compagno di classe delle superiori. Era stato bocciato all’esame di maturità, e quindi era iscritto e frequentava ancora l’ultimo anno dell’Istituto Tecnico. Non avevo di lui nessuna stima, e neanche avevo molto da dire; covavo piuttosto rabbia e risentimento nei suoi confronti perché, qualche anno prima, la mia ragazza mi aveva lasciato per mettersi con quello, preferendolo a me. Non gli avevo mai perdonato quell’offesa. Federico, così si chiamava, mi aveva ripetuto più volte che se avesse saputo che saremmo diventati amici non avrebbe mai più pensato di poter cedere alle avances di quella, che dopo neanche una settimana aveva lasciato anche lui per provarci con un altro. “Era una stronza!” diceva tutte le volte, dando il suo giudizio perentorio su Anna, la ragazza che anch’io avevo amato. Poi parlava di sé, alludeva a scelte estreme che avrebbe dovuto intraprendere, per dare una svolta decisiva alla sua esistenza. Restava a fissarmi, cercando di scoprire nel mio sguardo un’emozione di interesse o di curiosità per quelle allusioni che, contrariamente alle sue aspettative, mi suscitavano nausea e intimo sdegno.
Me ne stavo chiuso in casa, aspettando la chiamata di una di quelle aziende alle quali avevo inviato il mio curriculum.
Solo qualche volta uscivo per fare un giro tra i viali deserti che si perdevano in mezzo alle villette di Longuelo, il quartiere di Bergamo dove abitavo con i miei genitori. C’eravamo trasferiti da poco più di un anno, lasciando la vecchia casa di Celadina, le cui due stanze e cucina erano diventate strette per contenere tutto il fardello di cose della famiglia.
Mio padre dipingeva. Il suo studio era pieno zeppo di quadri, accatastati l’uno sull’altro. Erano dipinti raffiguranti paesaggi urbani e alpini. Si ripetevano, nelle cornici dorate, scorci di archi segnati dal tempo, incastrati tra vecchie case di pietra scura.
Passava giorni e giorni in piedi davanti al cavalletto, spandendo colore che, evidentemente, non trovava né forma né armonia in quelle raffigurazioni povere di immaginazione. Dipingeva case, piazze e montagne standosene in ritiro in quell’angolo di mondo che non gli permetteva di dare valore ed espressione ai colori e alle luci, che i suoi occhi non avevano mai visto né mai la sua mente aveva potuto immaginare.
Lo guardavo, quando mi capitava di entrare in quel tabernacolo, a volte entravo solo per osservarlo, e fingevo di cercare qualcosa. Egli non si scomponeva, neanche faceva cenno di interessarsi alla mia intrusione. Nessuna ispirazione agitava la sua anima. Lo testimoniavano quei dipinti e tutto quanto dava volume a quella stanza senza vita.
A certe ore il quartiere sembrava piombare in un silenzio irreale. Gli alberi, non ancora cresciuti, lungo i marciapiedi disegnavano per terra ombre tremule e incerte. Le porte sbarrate delle ville facevano pensare che fossero disabitate.
La sera, mi appassionavo alla lettura di alcuni libriccini che avevo trovato frugando nello studio di mio padre. Erano biografie di pittori famosi, che davano informazioni sulla loro vita e sul tempo in cui erano vissuti; in appendice, riportavano tavole illustrate delle loro opere.
Restavo in contemplazione, affascinato dalle scelte pittoriche di quegli artisti: mistiche e provocatorie, realistiche e misteriose, pietose e allegoriche. In ciascuna si coglievano i segni di una medesima ispirazione, come se avessero dipinto per la stessa necessità. La luce che emanavano quelle opere, apparentemente frutto di epoche di pensiero e di scuole differenti, in realtà rendeva a tutte la stessa suggestione espressiva e la stessa carica emotiva.
Pensavo a mio padre, alle sue tele, e capivo quanto fosse lontano da ogni possibilità di elevazione.
Quei pittori avevano trascorso la vita alla ricerca della forza ispiratrice dell’arte, cercando nell’anima il soffio di quella ispirazione. Avevano messo a rischio la vita, in certi casi l’avevano maltrattata fino alla malattia e alla morte. Mio padre, invece, non aveva mai rischiato niente, neanche il respiro, che tratteneva gelosamente, per non dare l’opportunità a nessuno di rivolgergli una parola.
Provavo dispiacere per lui, perché adesso avevo la certezza che non era mai stato un pittore né mai lo sarebbe diventato.

2

Una sera, la pace del quartiere venne turbata dalle sirene di due volanti della polizia, che irruppero sgommando ad alta velocità. Gli agenti scattarono, scendendo dalle macchine e correndo su per le scale di una villetta poco distante dalla nostra.
Mia madre si precipitò alla finestra della cucina, il cuore in gola per lo spavento. Qualcuno si affacciò ad un’altra finestra, sporgendo con la testa. Altri uscirono fuori dalle case, con l’espressione smarrita, gli sguardi svaniti, cercando una ragione di quel tumulto. Mormorii increduli, gesti accennati che non trovavano risposte da parte di nessuno.
I poliziotti erano entrati nella casa ed avevano chiuso la porta. Due di loro erano rimasti nelle macchine, parlavano concitatamente alla radio.
Mia madre si precipitò nello studio, cercando di portare mio padre con lei dall’altra parte: “I poliziotti! Alfredo! I poliziotti!”.
Le rispose con un freddo mugugno di indifferenza, intenzionato a non voler abbandonare la tela che stava imbrattando.
Mia madre non insistette con lui, corse nel corridoio venendo verso la mia stanza. Aprì la porta: “Emanuele! I poliziotti! Vieni a vedere! Vieni!”.
Uscii, per farle piacere. Le andai dietro, lentamente, mentre lei batté i tacchi, correndo in cucina. Si affacciò alla finestra: “L’ambulanza, Emanuele! È arrivata l’ambulanza!” disse, facendomi posto perché mi affacciassi.
Restai in piedi, evitando di sporgermi. Guardai fuori. I poliziotti erano intorno ai portantini che scendevano le scale, sollevando la barella sulla quale pesava il corpo di qualcuno, coperto completamente da un lenzuolo.
“Dio mio! È morto!” esclamò mia madre, soffocando nel respiro.
Un clamore sordo soffocò il petto di quanti erano rimasti ad assistere a quell’evento scioccante e imprevisto.
Davanti alla porta della villa i familiari piangevano inconsolabili. Una donna si trascinava dietro alla lettiga spalancando la bocca, con gli occhi appannati dal pianto e dalla disperazione. Allungava le braccia, cercando il contatto col morto, che non voleva assolutamente che le fosse portato via. La seguiva un signore, piangeva con lo stesso dolore e lo stesso smarrimento, quasi cercasse un appiglio che gli consentisse di rimandare quel distacco definitivo.
I portantini caricarono il corpo sull’ambulanza. La donna, perse definitivamente le forze, collassando su se stessa. I poliziotti la afferrarono e la sorressero, mentre il signore abbracciò la donna con delicatezza, sospirando per l’affanno che gli stava bruciando la gola. Il portellone dell’ambulanza si richiuse. I poliziotti caricarono la donna su una macchina, il signore entrò e sedette accanto a lei. Gli agenti dissero poche cose tra loro e con gli operatori sanitari, poi fecero cenno che erano pronti per partire. L’ambulanza si mise in movimento, seguita dalle volanti della polizia, che azionarono le sirene.
Mia madre seguì con lo sguardo la corsa delle macchine, asciugandosi le lacrime che le erano scese copiose sul viso. Il corteo dei curiosi fece ritorno nelle proprie case.
“È morto il figlio dei Belotti!” disse qualcuno, sporgendosi dalla finestra.
“Oh, Signore!” commentarono i pochi che erano rimasti ancora sull’uscio delle case.
“È morto il figlio dei Belotti!” ripetè mia madre, incredula e spaventata.
“Com’è morto?” chiese sottovoce, con la stessa incredulità e lo stesso sgomento, la signora affacciata alla finestra di fianco.
“Cose strane” biascicò, con timore e dubbio, qualcuno dalla strada. “Lo hanno trovato nudo sul letto della sua stanza, il corpo ferito da tagli profondi. Le pareti imbrattate da scritte e simboli osceni, tracciati col sangue. Dev’essere stato un delirio suicida... Chi lo sa, un effetto di qualche droga che aveva assunto... Era molto chiuso il ragazzo, anche in famiglia riuscivano difficilmente a parlare con lui”.
Mia madre impallidì, confusa da mille dubbi che le turbinarono in testa, temendo probabilmente per un fatale destino che avrebbe potuto investire anche la nostra famiglia, viste le chiusure che regnavano anche tra noi, simili e forse ancora più gravi della famiglia dei Belotti. “Hai sentito, Emanuele?” disse frastornata.
“Sì, ho sentito”. Mi girai per allontanarmi, volendo evitare che continuasse con altre suggestioni.
Non feci in tempo. Continuò: “Non farti venire in mente di prendere anche tu certe porcherie! Non riuscirei a sopportare il dolore della tua morte!”.
Scossi la testa, sospirando la delusione che mi procurò la sua inutile e immotivata preoccupazione.

3

I giorni successivi, la polizia fece visita più volte a casa dei Belotti.
Le indagini per accertare le cause di quella morte si erano complicate, e si stavano allontanando sempre più dall’ipotesi del semplice suicidio, come si era supposto ad una prima ricognizione. Ora l’inchiesta si era spostata sulla ricerca di un gruppo di fanatici, di cui il ragazzo evidentemente aveva fatto parte. Nel quartiere si sussurrava di un gruppo di giovani appartenenti a una setta satanica che aveva già dato manifestazioni del suo macabro delirio. C’erano stati piccoli fatti che, pur non avendo allarmato più di tanto le forze dell’ordine né suscitato la curiosità dei mezzi di comunicazione, avevano turbato notevolmente le persone del posto.
Qualche mese prima della morte del ragazzo, mia madre era tornata sconvolta dal lavoro. Lavorava come impiegata alle poste centrali di Bergamo, con un contratto part-time. Aveva il viso pallido e la voce affannata. Si era precipitata nello studio di mio padre, riferendogli di un grave sacrilegio che era stato commesso la notte nel cimitero di Seriate. Gliel’avevano detto alcuni colleghi in ufficio. “Dei delinquenti hanno scoperchiato le tombe, scomposto le ossa dei morti. Hanno mangiato sui loculi e vi hanno pure scaricato i resti puzzolenti della loro cattiva digestione. Dove si andrà a finire di questo passo? Dio mio, aiutaci tu!”.
Le chiacchiere che ora giravano nel quartiere sul conto del figlio dei Belotti, dando per certa la sua appartenenza alla setta satanica, avevano messo a rischio l’equilibrio in casa nostra. Mia madre spiava continuamente fuori dalla finestra, sobbalzando tutte le volte che scorgeva la volante della polizia aggirarsi tra i viali del quartiere. Mormorava tra sé, implorando Dio di evitarle la sciagura di dover subire il dolore per qualche mio sbaglio che avrei potuto commettere. Si convinceva sempre di più che il mio stile di vita e soprattutto la mia chiusura avrebbero potuto portare rovina nella nostra casa. E allora veniva a sollecitarmi qualche sciocca confidenza, giusto per farmi parlare, per impedire che mi abbandonassi a cattivi pensieri, che potessi maturare idee assassine contro me stesso e contro il mondo.
In realtà, io non nutrivo niente di quanto costruiva lei con la sua impressionabile immaginazione. Mi dava fastidio piuttosto, e mi metteva ansia, quando entrava nella mia stanza, interrompendo i sogni che facevo ad occhi aperti, aspettando una telefonata da parte delle aziende. Mi soffocava con la sua presenza, e l’ispirazione dei sogni diventava incubo e insofferenza. Allora mi giravo sul letto, mostrandole la schiena, gemendo ad ogni suo tentativo di volermi spronare il dialogo. A volte uscivo e scappavo fuori dalla stanza e dalla casa, per non sentirla, per non sentire nessuno. Facevo lunghe passeggiate tra i viali di Longuelo, infuocati dal sole estivo. Rientravo la sera tardi, di nascosto, riparando nella stanza, recuperando il senso della tranquillità e della pace, sperando che nessuno venisse a disturbarmi. A volte chiudevo la porta, per non permettere a mia madre di entrare.
Rinunciò finalmente ai suoi tentativi di confidenza con me, dopo tutte le volte che aveva provato inutilmente ad aprire la porta chiusa. Se ne rimaneva dietro la porta, invitandomi ad aprirla, disperandosi, sbuffando in preda all’angoscia.
Riconquistai in questo modo la libertà di godere del silenzio della stanza. Mia madre non si fece più sentire. Ebbi l’impressione che adesso volesse piuttosto evitarmi.
Quando ci incontravamo solo per il pranzo o per la cena, nessuno fiatava. A mio padre il silenzio era congenito, ma quello di mia madre avevo il timore che derivasse da una sua nascosta e profonda oppressione, che non le permetteva neanche di rivolgermi lo sguardo, che mi rifiutava tutte le volte quando io cercavo il suo. Intimamente ero dispiaciuto, mi sentivo colpevole di tutto quel disagio.
...

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