In the Dim, in the Light
1 novembre 1996
Mia cara Ailie,
ancora non sono sicuro di sapere perchè mi chiedi di raccontarti la mia storia, nè so cosa intendi trovare tra I risvolti cupi e luminosi della mia esistenza, ma visto che da un anno non mi dai pace e non ho motivo di nascondertela, mi inoltrerò in questa strana avventura I cui esiti sono ancora incerti.
In cielo, in terra e in ogni luogo, sia fatta la tua volontà.
Prima di scalare le vette del successo, Thomas Jay non esisteva neanche, aveva lo stesso volto ma un altro nome. E molto prima che esistesse, la sua caduta era già cominciata.
Come hai già scoperto da sola, sono nato ad Arezzo un decennio prima che l’uomo mettesse iede sulla Luna, quando la TV entrava nelle case e la guerra era già un ricordo.
Mio padre era un musicista di poco talento. Girava con la sua chitarra sempre in spalla e portava la zazzera alla Elvis. Non l’ho mai conosciuto: sognava l’America e lì finì male. Mia madre invece era figlia delle truppe alleate. L’ho viata per la prima volta che avevo quasi dodici anni. Non fu un grande idillio.
A prendersi cura di me intervennero due forze della natura che avevano ben poco in comune (le si sarebbe dette Yin e Yang): mia nonna e sua sorella “di latte”, Lillina.
Mi tirarono si con simpatia e con i vecchi vestiti di mio padre: la Lilina arrangiandosi con lavori saltuari e mia nonna impartendo lezioni private ai rampolli che se lo potevano permettere. malgrado ciò, nonmi fecero mai mancare nulla e crebbi, così, spensierato, coi piedi scalzi e i libri in mano.
Andavano d’accordo come cane e gatto ma si volevano un gran bene. Mia nonna tirava la carretta tra la scuola elementare e le teste dure che riempivano i pomeriggi del nostro soggiorno, così pieno di libri che non ci si poteva neanche camminare, e dal quale, in tali occasioni, ero rigorosamente bandito. Così io, senza troppo curarmene, trascorrevo in strada gran parte del tempo a razzolare selvaggio, oppure rifugiato in cima a un albero a leggere tutto quello che mi capitava per le mani.
La Lillina invece, faceva quello che poteva, con una gamba malconcia e il diabete. Nella vita aveva avuto poca fortuna, e tutto quello che il destino le aveva dato, prima o poi se l’era anche ripreso. Di figli ne aveva messi al mondo otto, tre morti nella prima infanzia, quattro durante la guerra e uno dopo. Ma lei non si era mai lamentata. Era uno di quegli esseri semplici il cui cuore gonfio era capace solo di elargire amore, e che i colpi della vita non avevano indurito ma addolcito come una carezza.
… mia nonna sembrava un tipo austero e rigoroso, amante dell’ordine e della disciplina. Ma se si raschiava un po’ la superficie, e le si dipingevano addosso dei vestiti un po’ più alla moda, le si scopriva una vità d’adolescente e l’impeto di una Giovanna d’Arco. Era anarchica fino all’ultima goccia di sangue.
Di statura era modesta e il corpo così esile da far temee che un colpo di vento l’avrebbe portata via, ma la personalità fiera e battagliera rendeva quel fragile fuscello una quercia che avrebbe resistito a qualsiasi uragano.
La Lillina al contrario, era rotondetta e paziente, coi fianchi sformati dalle gravidanze e le mani consunte dal freddo dei panni lavati alla fontana. Aveva un sorriso dolce e pieno di sofferenza ma dalle grandi aspettative. Era analfabeta e devota al cielo della propria ignoranza che la rendeva umile tra gli umili. E credo che avesse acconsentito che le insegnassi a leggere e scrivere come un atto di sottomissione a una volontà superiore, la mia. Per me avrebbe fatto qualsiasi cosa.
La mia vita era cominciata così, come un sogno dal quale non avrei mai voluto risvegliarmi: correndo in cima ad una collina e gridando agli aeroplani con un aquilone fatto di ritagli di giornale in una mano.
La felicità era in una giornata di sole.
Per queste due donne così diverse ma, ciascuna a modo suo, di un’umanità incandescente, ero stato un dono che avevano accolto come un miracolo. Quasi si sarebbe detto veramente che mi avessero trovato sotto un cavolo. Ero Giacomino sulla pianta di fagioli e Pollicino che semina le briciole. La mia infanzia la percorsi così tra la realtà che non sempre mi appariva come tale e la fantasia che invece mi pareva così reale.
Avevo mille nomi e non mi fermavo mai…
…
Per la recensione cliccare sul seguente link:
http://scrignoletterario.it/node/591

Commenti recenti
8 ore 25 min fa
1 giorno 8 ore fa
1 giorno 11 ore fa
1 settimana 9 ore fa
1 settimana 1 giorno fa
1 settimana 1 giorno fa
1 settimana 1 giorno fa
1 settimana 1 giorno fa
1 settimana 2 giorni fa
1 settimana 3 giorni fa