scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Giorno dopo giorno" di Frank Spada

di Frank Spada

Mattina estiva e un uomo in là con gli anni esce traballando nel piccolo cortile dietro casa – un fazzoletto d’erba tra due muretti di pietrame, bassi, contrapposti a pochi metri di distanza uno dall’altro. Sul fondo, una tettoia profumata da un glicine in fiore, un flipper sgangherato, una Gilera Saturno rosso arrugginito, alcuni attrezzi da giardino, un baule...
L’uomo, spesso sofferente di vertigini, si siede subito sul muretto, quello a ovest, accende l’abitudine di una sigaretta rimuginando sull’instabilità delle stagioni e inanella nuvolette grigio-azzurre, a mezz’aria sopra l’erba che ondula il terriccio in montagnole, a destra o a sinistra di dov’è seduto – il pomeriggio, sempre se c’è il sole, si siederà su quello a est a raggrinzirsi il volto.
Un battito di mani per scacciare la monotonia irritante del canto di una tortora, tira una profonda boccata e abbandona con la corposità del fumo un lamento senza voce nel silenzio. E prova ancora a ricalcare la sua vita, seguendo i ghirigori di un’immagine mentale che non gli dice nulla: un groviglio di segni che si allarga a dismisura in modo indecifrabile, che in alcuni punti incrocia linee spezzate, una sull’altra per innumerevoli volte, come macchie di insetti neri spiaccicati sopra un foglio. Lui vive di incubi notturni, di visioni prive di memorie certe, che proietta su una carta stellare dove vaga cercando le origini del tempo, tra costellazioni senza nome, nel buio della mente. Un brontolio su in alto e distrae lo sguardo opaco dai pensieri. Un temporale estivo e inizia a piovere con forza. Lui resta immobile, a fissare una formica che sale tra gli slanci d’erba sullo stelo di una pratolina e un’altra, lì vicino, che sgambetta in una pozza di pantano.
Bagnatosi senza un’emozione, l’uomo in là con gli anni rientra in casa sgocciolando brividi e vertigini. Prende ad imbrogliarsi ancora per capire che senso ha avuto il suo esistere e soffia il fumo di un’altra sigaretta verso il rimpianto di una donna, forse vista in un baule, stecchita.
Intanto, riapparso il sole, cocente per l’ora quasi meridiana, la formica scende dallo stelo indifferente all’originalità casuale della vita; l’altra, invece, resta imprigionata dalla banalità della morte nella fanghiglia ormai rappresa di una buca.

micro cosmo

Da il senso di un' "espansione micro/cosmica del testo" questo racconto.
L'autore infatti, parte da un fatto quotidiano, osserva e descrive un'azione semplice di un uomo, dimostrando una grande proprietà di linguaggio e sapienza nell'utilizzo delle parole, ingigantendola perchè dica al lettore qualcosa di più.

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

Inferenza tra un fatto e un pensiero

Gentile Nadia, ho colto quella pratolina per donargliela, in ricordo di una formica,ahimè, morta.
Ma ecco che un'altra zampetta sul muretto; a questa risparmio l'incertezza dietro la fatalità e la schiaccio con un dito. Però, mi dico, non male l'acido formico che annuso; poi entro e vado a lavarmi le mani - sapone coloniale, l'illusione dell'esotico, i Caraibi... Marlowe!
Grazie di tutto.
Frank

Conoscevo questo racconto,

Conoscevo questo racconto, ma rileggere Frank è sempre un piacere.Gliel'ho scritto anche in un altro commento, che ha la capacità di frammentare la realtà e di ricomporla come in un caleidoscopio. Ognuno, come nel celebre test delle macchie, o più semplicemente come quando si vedono passare le nuvole, ci legge quel che vuole. Io ci leggo una grande, sconfinata solitudine, in un mondo abbandonato alla casualità, dove l'evento del nascere non è meno casuale e senza storia del morire. Non c'è nessun cinismo nella visione della vita che traspare in questo brano, ma al contrario una ironica, direi affettuosa malinconia, del tutto involontaria, come il profumo dei lillà che invade il giardinetto d'erba tra due muretti di sassi.Il flipper ci parla di canzoni, di gioventù, della musica che una volta inondava la vita dell'uomo come un fiume in piena, e come un fiume d'asfalto era la strada che la Gilera rossa percorreva rombando, mentre ogni tanto una lunga ciocca bionda o bruna della ragazza che gli si appoggiava fiduciosa gli staffilava la faccia, ma erano frustate dolci come le carezze che promettevano ben altre mete del giardinetto d'erba; prati e boschetti a distesa dove sussurrarsi segreti, mentre il cielo imbruniva e non esisteva nient'altro che quello stringersi e far fronte unico contro l'immensità del mondo. Allora non c'erano muri di pietre o di sassi, o di difficoltà, a precluderci l'amore, l'avventura, il mondo.E adesso, tutto sfuma come un sogno. La ragazza nel baule è l'immagine dell'amore perduto, sacrificato, chissà...e del resto, dopo tanto tempo, i ricordi scoloriscono, davvero ci si sente uguali alla formica,e la crudeltà del sottrarla schiacciandola alla casualità del mondo è solo apparente. Come non fare a meno di pensare tuttavia che niente è davvero scontato, e che la vita sorprenda l'uomo rassegnato, o meglio ormai indifferente, con un colpo di scena che negli ultimi dieci secondi capovolga la prospettiva?Basterebbe un vagito sotto il muretto di sassi, e il desiderio improvviso e folle che una, almeno una delle formichine si salvi. La tenerezza che desta il cuore, l'ansia di chiedersi se la creatura abbandonata sopravviverà dopo la notte al freddo, l'assurdo progetto di farsela affidare, lo scervellarsi per trovare il modo di non perderla nella casualità ancor più atroce della burocrazia...la vita, insomma, che uno sberleffo ed un sorriso ci dice che fino all'ultimo si è vivi, come lapalissianamente si potrebbe dire, e dopo si è morti, ma l'esser morti prima di esserlo, quello sì che è un gran peccato e uno spreco.
Non pensare Frank ad una riflessione buonistica. Molti anni fa in una bellissima zona residenziale una bambina bella come una bambola morì a poca distanza dalle mie finestre, abbandonata in un cespuglio. Ancora oggi ci penso, come ad una delle grandi occasioni perdute della vita, ed è rimasta nella mia mente il simbolo di tutto quello che si sarebbe voluto e non si è potuto fare.

Bravi Frank, Nadia e Leila

La terra trema, come in questi giorni nello Yemen del sud e, a migliaia, i nostri simili perdono la vita, oggi lì come ieri a L’Aquila o, indietro nel tempo, a Siracusa o a Lisbona quando fior di cervelli del calibro di Voltaire, Leibniz, Rousseau argomentarono a lungo sulla casualità della sorte. Un vulcano rutta la sua rabbia seppellendo Ercolano e Pompei o una scuola crolla, sotto altre scosse telluriche, falciando le giovani vite di Giuliano di Puglia. Si tira in ballo Dio, si cercano responsabilità umane, ci s’incolpa di peccati inesistenti, si cerca una spiegazione, una logica, una causalità. Ma la vita razionale ha da tempo scoperto che il mondo deterministico ipotizzato dal periodo positivista, era solo un’utopia, un vago sogno destinato presto a svanire. “Dio non gioca a dadi” gridava Einstein, contestando se stesso e le sue stesse scoperte, laddove la meccanica quantistica ci mostra un mondo regolato dal caos e dalle sue imprevedibili leggi. “Dio non gioca a dadi” ma uno stesso, identico evento, disintegra una formica e lascia la sua compagna libera di respirare e vivere. E questo mondo evocato dal bel racconto di Spada e dall’altrettanto bel commento di Leila, condurrebbe forse alla disperazione e allo sconforto, se non ci ricordassimo di Bach, di Vivaldi, di Beethoven e, trascinati dalla loro musica, dalla loro fede, dal profondo messaggio dei suoni maestosi dei loro strumenti e delle loro menti geniali, non riguadagnassimo la speranza e la coscienza di essere uomini comunque immortali, nella nostra semenza cromosomica , nell’enorme potenza delle nostre idee che trasmettiamo con l’arte, la musica, la poesia ed anche con queste pagine scritte quasi per gioco, ma che producono fiducia, illusione o conoscenza. Come diceva Derridà, prepariamoci a morire diventando immortali, elevandoci al di sopra degli eventi. La Scienza stessa c’insegna che non esistono nell’assoluto, né il tempo né lo spazio che, fusi insieme dalla relatività di Einstein , potrebbero ingannarci come potrebbero ingannarci i nostri sensi, i nostri occhi, le nostre orecchie, i nostri ricordi. Quelli evocati dal vecchio di Frank, tra i muretti e le tettoie ricoperte di glicine, sarebbe davvero un peccato che non fossero veri, perché producono in chi legge, un infinito tepore ed un’infinita dolcezza.

Più che strega, un'amica letterata!

Dove, non lo ricordo più, ma in qualche posto ho scritto che Leila Mascano ha stregato il mio compare, ora l'ha fatto anche con me! E come potrebbe essere altrimenti, mi chiedo allontanando appena un po' gli occhi dai pensieri, dalle preoccupazioni che sfiancano i miei giorni. Vorrei urlare, ma sono senza voce per la rabbia che le cattiverie, o le pazzie di chi interpreta se stesso anche con un Duomo in mano, invadono "stanze" dedicate alla Giustizia... poveri noi, tutti senza colpa, colpevoli.
Grazie Leila, per quanto "indaghi" con le tue straordinarie facoltà psicologiche, letterarie, con amicizia tanto da arrendermi, chiederti... siamo in due, ma siamo come una persona sola, inesistente, stanca.
Un caro saluto a Dino Licci.

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