scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

SALAM ALEIKUM Pag.1

di Mauro Gnugnoli

L’uomo riattaccò il telefono e con evidente soddisfazione si rivolse alle persone sedute all’altro lato della scrivania.
“Ragazzi, oggi è il vostro giorno fortunato. Il signor Frontoni ha deciso di affittarvi l’appartamento.” Il giovane si lasciò andare ad un lungo sospiro liberatorio e stringendo la mano della moglie azzardò “Allora, possiamo trasferirci già da oggi?”
“Certo. Giusto il tempo per preparare un contratto e…” non fece in tempo a finire la frase. Un tornado spalancò la porta dell’ufficio abbattendosi con furia sull’agente immobiliare, seguito a ruota dall’incolpevole impiegata che, senza successo, cercava di placare quel turbine.
“Cosa avevo detto all’ultima riunione di condominio?”
urlò l’uomo con ferocia all’indirizzo del titolare dello studio “Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro. Persone così, estranee…” ringhiò indicando i due giovani maghrebini “…nel mio palazzo non le voglio!”
Il geometra Righi, ormai abituato a sfuriate simili da parte dell’ anziano, cercò di mantenersi calmo e senza alterare il tono della voce rispose “Non è tutto suo il caseggiato, signor Colombrozzi, perciò…” “E cosa c’entra?” continuò ad urlare “Sono o non sono il maggior possessore di appartamenti in quel palazzo?”
“Certo, ma gli altri proprietari hanno il diritto di affittare a chi vogliono” ribatté deciso il geometra. Il vecchio, dall’alto del suo metro e novanta, aggrottò la fronte serrando gli occhi, si avvicinò al viso dell’amministratore ed esalando un alito pestilenziale sibilò.
“Faccia pure come vuole, Righi. Tanto lo so che lei è amico di quel comunista di Frontoni. Ma vi avverto, d’ora in poi, chi uscirà dalle regole non avrà vita facile.”
Dissotterrata l’ascia di guerra, girò le spalle ai presenti e a grandi falcate uscì dallo studio sbattendo la porta. La giovane guardò attonita il marito, ed entrambi fissarono il geometra che cercò di dare una risposta.
“Capisco lo stupore, e immagino cosa vi state chiedendo” disse stringendosi nelle spalle “sì, quello è un vostro vicino, nonché proprietario di gran parte dell’immobile. Ma, non abbiate timore, basterà seguire poche regole e nessuno verrà ad importunarvi.”
Il palazzo, incastonato in una fila di fabbricati simili nell’architettura, era l’unico a non aver beneficiato dell’opera di restauro voluta dal Comune per abbellire il centro storico del paese. La facciata mostrava impietosa i segni del tempo. Il portone d’ingresso, bloccato ormai da anni su vecchi cardini arrugginiti, introduceva in un soffocato cortile interno. Unica nota di colore, a spezzare il grigio circostante, erano i grandi vasi dei gerani. Cresciuti cercando un’improbabile via di fuga verso la piccola porzione di cielo visibile dal fondo di quel pozzo, sovrastavano la vecchietta che li stava accudendo.
“Buongiorno, Elvira. Salgo con questi ragazzi, da oggi saranno i suoi nuovi vicini. Hanno affittato l’appartamento del signor Frontoni.” La donna, riconosciuta la voce dell’amministratore, si girò in direzione del trio sbucatole alle spalle. Pulì la mano destra dal terriccio sul grembiule e sorridendo la porse al ragazzo.
“Che gioia, finalmente una coppia di giovani in mezzo a questa bolgia di vecchie cariatidi sclerotiche.”
Il ragazzo contraccambiò la stretta squadrandola con aria interrogativa. “Kamal, la signora voleva dire che nel palazzo ci sono molte persone non proprio…giovanissime” corse in aiuto il geometra “sa, Elvira, Kamal e Yasmeen sono tunisini” continuò rivolto alla nonnina.
“Tunisini? Kamal e Yasmeen in cambio di Craxi? Direi che ci abbiamo guadagnato allora. Ma…la ragazza non porta il velo?” “No, signora! Abbiamo deciso di no” intervenne Kamal abbracciando la moglie che, non abituata a ricevere attenzioni in pubblico, arrossì.
Nel frattempo entrò fischiettando nell’androne un arzillo vecchietto a cavallo di una fiammante bicicletta rossa striata da sfumature gialle lungo il telaio. A colpire l’attenzione dei ragazzi non furono i colori sgargianti, ma gli enormi specchietti retrovisori. Ereditati da un’auto, troneggiavano sul manubrio come le corna sulla testa di un alce. Piroettò un paio di volte attorno al gruppetto al centro del cortile, e andò a parcheggiare il velocipede sotto al cartone, legato al muro con uno spago, recante la scritta
“Ragazzi, il signor Colombrozzi quando parlava di regole, non intendeva questo” precisò il geometra. L’anziano scese dalla bici, si avvicinò al trio, prese sotto braccio l’Elvira e con aria spavalda sentenziò. “A noi quello che dice il cartello del signor Aniceto Colombrozzi non ce ne frega niente. Non è vero, Elvira?”
“Dai mo’, Callisto, che se ti sente…”
“Ah, può anche sentire! Oh, stasera alla bocciofila c’è Amadori con la sua fisarmonica” disse mimando un passo di valzer “as bala stasira, Elvira. Fatti bella che ti passo a prendere.”
I giovani accennarono un sorriso, e seppur non avessero capito nemmeno la metà di quel dialogo, cominciarono a pensare che in fondo il calore di quelle persone sopperiva allo squallore dell’edificio. A rompere la gioiosa atmosfera del momento fu l’ingresso del Colombrozzi che, senza salutare, si avviò verso le scale seguito dagli sguardi dei presenti. Si bloccò. Tornò sui suoi passi e agitando l’indice ossuto verso Callisto, sbraitò.
“Lo so! Lo so che lo fai apposta, vecchio balordo. Ma l’ho già detto anche al geometra questa mattina. D’ora in poi qui si dovranno seguire delle regole e non voglio più vedere quella cosa qua dentro” disse indicando la bicicletta parcheggiata sotto il cartello di divieto. “Ma è solo una bici…” l’Elvira prese le difese dell’amico.
“Non ne approfitti, signora, se no faccio togliere anche i suoi gerani. Con tutto lo sporco che fanno!” chiuse così la conversazione e riprese soddisfatto la via delle scale, consapevole di aver dato una bella dimostrazione di forza di fronte ai giovani maghrebini. “Venite che vi faccio vedere l’appartamento” il geometra ruppe il momento di impasse, invitando i ragazzi a seguirlo.
Per tutto l’arco della giornata, l’andirivieni di Kamal lungo le scale carico di scatoloni e vettovaglie fu oggetto di particolare attenzione da parte del guardiano del fabbricato. Arrivato all’ultimo di questi viaggi, scese in strada per chiudere l’auto già sgombra. Dal gruppetto di persone che stazionava fuori dal bar di fronte, si staccò una figura che attraversò di corsa la strada urlando.
“Ehi! Sei tu il marocchino che è venuto a stare qui?”
“Sono tunisino. Comunque sì, sono io. Perché?” rispose garbato Kamal.
“Perché? Perché se non te lo ha detto nessuno il posto dove tu hai parcheggiato…‘sto cazzo di catorcio…” ringhiò con disprezzo all’indirizzo della Fiat Tipo “…è riservato alla mia auto” indicando la Mercedes di fronte al bar, dove il gruppetto di amici si godeva la scena sghignazzando.
“Ma questa è una strada pubblica. Non ci sono segnali” “Allora, non hai capito un cazzo. Qui lo sanno tutti che in questo posto ci parcheggio io” proclamò indicando i compagni sull’altro lato della strada che annuirono ridendo “quindi, vedi di spostarti in fretta. Hai capito, marocchino di merda?” gli urlò a pochi centimetri dal viso, forte della combriccola pronta ad intervenire. Gli occhi del ragazzo, iniettati di sangue ed il forte odore di alcool, fecero desistere Kamal dal continuare quella discussione.
“Ok. Vado via” disse.
Salì in macchina e si mise alla ricerca di un posteggio che a quell’ora appariva come un miraggio. Rientrando trovò la moglie sul pianerottolo delle scale in compagnia della signora Elvira.
“Guardare dono, Kamal” disse raggiante Yasmeen con le poche parole di italiano che conosceva, mostrando la pentola fumante. “Oh, non è niente. Vi ho visto lavorare tutto il giorno per il trasloco ed ho pensato vi avrebbe fatto piacere un po’ di minestrone. Immagino sarete stanchi e affamati, non è vero?”
Per una frazione di secondo respirarono aria di casa. Da tempo non erano oggetto di premure e una scodella di minestra calda, preparata da una persona conosciuta poche ore prima, li scosse nel profondo dell’anima. Kamal chinò il capo, portò la mano destra al cuore e con voce rotta riuscì a dire. buona. Salam aleikum, la pace sia con te.”
“No, sono solo vecchia, e credo di saper riconoscere le brave persone.”
“Entri, signora. Prego” la invitò la ragazza. L’Elvira non se lo fece ripetere due volte. Quattro chiacchiere si fanno sempre volentieri, pensò entrando. Nessuno dei tre sentì la porta dell’appartamento al piano di sotto chiudersi.
Le quattro chiacchiere si trasformarono ben presto in un invito a restare a cena. “Sempre che non debba andare a ballare con il suo amico” scherzò Kamal.
“Ma non diciamo stupidaggini. Callisto lo sa bene che io non ballo, è che il lupo perde il pelo ma non il vizio e ogni volta cerca di trascinarmi nelle sue avventure. Ma con me non attacca.”

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