scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

SALAM ALEIKUM Pag.2

La serata trascorse piacevole. L’Elvira, ex insegnante di lettere alle scuole medie ed in riposo già da anni, fu colpita dalla padronanza della lingua italiana da parte del ragazzo, così lo tempestò di domande, soprattutto sui motivi che lo avevano spinto ad emigrare.
“Sapete, anche tra i miei avi c’è chi ha cercato fortuna oltreoceano, in America, tanti anni fa.” “Per noi invece, è qui l’America, anche se tanti di voi non sono contenti di questa invasione” disse Kamal raccontando il fatto di poco prima giù in strada “purtroppo sono arrivati parecchi delinquenti e forse viene spontaneo essere aggressivi.”
“Può darsi. Ma Max è un buono a nulla. Se ne approfitta perché è figlio di Colombrozzi.” “Ma era vestito come un direttore di banca!” “Ricorda, l’abito non fa il monaco: quello non ha nessuna voglia di lavorare. Suo padre gli ha trovato un impiego in un agenzia immobiliare, dove pare stia lì perché il proprietario è stato salvato dal fallimento proprio da Colombrozzi. Lui si vanta di fare affari miliardari, ma i suoi colleghi dicono che non è in grado nemmeno di vendere un garage.”
“Lui, casa qui?” chiese la ragazza.
“Certo, qua sotto, di fianco all’appartamento del padre. Ma non si sa mai in quale porta entri alla sera, dipende da quanto è ubriaco. Una volta lo hanno trovato addormentato sulle scale.”
“Ma, suo padre…” disse stupito il giovane “…così, rigido.”
“Suo padre, ora non ha più nessun controllo su di lui, doveva pensarci prima.”
“Prima? Quando?”
“Quando è rimasto vedovo con un figlio giovanissimo da crescere.”
“Ma è difficile per un padre sostituire la madre” cercò una spiegazione Kamal.
“Con un genitore che pensa solo ai quattrini, di sicuro! Max si è cacciato più volte nei guai, ed è solo grazie al denaro del padre che ha evitato almeno un paio di volte la galera.”
“Non tutti hanno questa fortuna.”
“Appunto, andata bene una volta non approfittarne. Nel corso degli anni poi, il padre ha tentato di farlo apparire per ciò che non era, ma le bugie hanno le gambe corte e a poco a poco Aniceto si è visto girare le spalle dagli amici che gli avevano dato un briciolo di fiducia.”
“Allora, perso il figlio, gli rimaneva solo il denaro.”
“Certo di quello ne aveva un sacco. Ma era solo. Solo come un cane. Anzi no, era in compagnia del suo disprezzo che ogni giorno aumentava vedendo i figli degli ex amici sistemarsi.” l’Elvira fece una pausa e guardò i ragazzi che non si erano persi una sola parola della storia. “Ma, datemi retta, quando Max è ubriaco è meglio girare al largo, soprattutto se è in compagnia degli amici, giù al bar.”
Dopo cena, la stanchezza nel volto dei ragazzi, esausti per il trasloco, si fece tanto evidente che l’Elvira decise di togliere il disturbo.
“Continueremo la chiacchierata in un’altra occasione. Ora vi lascio riposare.” Non passò nemmeno un minuto da quando Kamal chiuse la porta che, dal cortile sottostante, giunsero delle grida. Corse alla finestra e vide Max con i pantaloni abbassati, in evidente stato di ebbrezza, che stava annaffiando i gerani.
“Bevete la mia pisciiia…fiori di meerdaaa…”
A nulla servivano le grida dell’Elvira nel tentativo di fermare l’uomo che, accortosi di essere osservato dall’alto, si girò indirizzando il getto verso la finestra aperta.
“Ne vuoi anche tuuu…marocchino di merdaaa?”
“Serve aiuto, signora?” chiese Kamal senza prestare attenzione all’ubriaco.
“Non ha bisogno, la nonninaaa…” non terminò la frase. Nel tentativo di girarsi di nuovo verso i fiori, inciampò sui suoi piedi, perse l’equilibrio e stramazzò a terra nella pozza di urina. Dal piano di sotto sbatté una porta e la voce autoritaria del Colombrozzi ordinò dura.
“Max, in casa. Subito!”
L’ubriaco si alzò a fatica e barcollando raggiunse le scale. Tentò di ripulirsi alla meglio dalla poltiglia ma non fece che peggiorare la situazione.
“…Caazzooo, io piscio dove mi pare” cantilenava ondeggiando. Ma non appena imboccò la rampa uno scroscio d’acqua lo inondò costringendolo ad indietreggiare.
“Ho detto in casa, subito” urlò il genitore con il secchio gocciolante in mano.
L’Elvira assistette in silenzio alla scena e Kamal la vide entrare in casa rassegnata, lo stesso comportamento tenuto da Callisto dopo il rimprovero per la bicicletta.
L’arroganza di quell’uomo incuteva timore alle persone anziane che vivevano nel palazzo. Gli svariati tentativi, da parte di alcuni proprietari, di eseguire lavori di manutenzione, approfittando degli incentivi comunali, erano stati tutti affossati dal Colombrozzi. Lo considerava un inutile sperpero di denaro e poi non voglio aiuti dai rossi, era solito aggiungere riferito al colore della giunta. Forte dei suoi millesimi, obbligava gli inquilini, come Callisto e l’Elvira, sotto la perenne scure dello sfratto, a sottostare in silenzio ai suoi voleri.
Era per comportamenti di quel tipo che Aniceto in paese non aveva amici. Solo conoscenze di lavoro. Non se li porta mica nella tomba, vedrai che ci pensa quel disgraziato del figlio a spenderli, era la frase più ricorrente, tra i paesani, nel commentare l’avarizia dell’uomo.
La mattina seguente Kamal scese di buon ora. “Buongiorno” salutò incrociando Colombrozzi sul portone di casa. L’uomo, colto di sorpresa ebbe un sussulto, lo fissò per un istante accigliandosi poi, incurante della cortesia, riprese del suo passo. A Kamal però non sfuggì quel lieve movimento del capo, quasi un saluto.
Un piccolo passo avanti rispetto all’accoglienza di ieri. Pensò. Con il passare del tempo, nonostante la buona condotta della coppia nel seguire le leggi di quel microcosmo, il duro atteggiamento dell’anziano non mutò. Ma ciò che preoccupava maggiormente il ragazzo non era il mancato saluto dell’uomo, ma le attenzioni, sempre più pressanti, che Max riservava a Yasmeen.
“Non ci badare, vedrai che smette se non lo consideri.” Cercava di tranquillizzarla. Ma lei rientrava dal mercato ortofrutticolo, dove aveva trovato lavoro, ad orari in cui la combriccola si radunava al bar per l’aperitivo serale. Dapprima erano solo sguardi e qualche fischio, ma ben presto diventarono battute ogni giorno più pesanti. Yasmeen, in ventidue anni di vita, era passata attraverso l’arroganza di molti uomini, a cominciare dal padre autoritario, che le aveva rubato la speranza di vivere un grande amore promettendola in sposa in cambio di un fazzoletto di terra. Fino ai mercanti di sogni, che vendevano posti barca a peso d’oro per raggiungere l’Eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, da tutto ciò ne era sempre uscita indenne, eppure la strafottenza di quell’uomo la indisponeva.
“Non ne posso più!” esordì dopo l’ennesimo approccio
“Mi ha seguito fin sotto il portone stasera. Ho paura, Kamal.”
L’istinto del giovane fu quello di affrontare il molestatore, ma poi fu la razionalità a prevalere. “Ok, domani chiederò di anticipare l’uscita dal lavoro, così passo io a prenderti.”
La ragazza si sentì sollevata dalla proposta del marito e quella notte dormì serena. La presenza maschile al suo fianco servì in qualche modo ad acquietare gli animi e tutto parve tornare alla normalità. Una sera, al rientro dal lavoro, rischiarono di essere travolti da un’ambulanza che, a sirene spiegate, usciva dall’androne del palazzo.
“Cosa è successo?” chiese Kamal all’Elvira intenta a raccogliere dei calcinacci.
“E’ caduto un pezzo di tetto, da lassù” indicando il cornicione da cui si era staccato. “Ha preso Colombrozzi su una spalla.”
“Era lui sull’ambulanza? E’ grave?”
“Macchè grave. Quello c’ha la pellaccia dura.” intervenne Callisto che con un badile aiutava a ripulire lo spiazzo dai detriti.
“Se invece di spendere tutti quei soldi in cineprese, lo avesse aggiustato non sarebbe all’ospedale adesso!” “Non sono cineprese, sono telecamere Callisto.” lo corresse l’Elvira.
“Telecamere? Quali telecamere?” si stupì Kamal.
“Quelle che ha montato per controllarci.”
“Ma, dove sono?”
“Le ha nascoste bene. Una è sopra la porta del suo appartamento camuffata da lampada e l’altra si trova sul davanzale della finestra, quella che guarda sul cortile, dentro ad un finto vaso di fiori.” svelò l’Elvira. Da sempre appassionato di elettronica, Aniceto nel corso degli anni si era costruito un impianto di sorveglianza collegato con il videoregistratore di casa. Tutto per proteggere i suoi interessi, diceva, ma sotto sotto nascondeva un inguaribile voyeurismo, senza contare il fatto che per lui sapere, era sinonimo di potere.
Nel bel mezzo del discorso entrò nel cortile Max, aggirò il gruppetto senza accennare ad un saluto ma l’Elvira lo bloccò informandolo di quanto accaduto. “Max, è successo un incidente a tuo padre. Lo hanno portato all’ospedale.”

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