scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Femmina de Luxe" di Elisabetta Bucciarelli

Olga è vestita di velluto verde bottiglia. La sfila solo un po’ ai fianchi. Per il resto avvolge le sue forme e la rende oltremodo tonda, ma perfettamente semisferica in ogni curva. Non si può dire che porti male la sua ciccia, ma neanche che non ne abbia di troppo. Un boa tipo peluche rosa, le copre il collo e una mantella scura la protegge dal freddo. A Milano febbraio porta colori ma non calore. Così è quel primo pomeriggio, freddo pungente ma che fa ben sperare. Aspetta già da un po’ in Corso Garibaldi, davanti al teatro delle Erbe. Dall’altra parte in arrivo il Pazzo dell’arte. Trascinandosi avanti la raggiunge.
«Ciao, scusa se sono in ritardo ma non ho trovato neanche una cabina libera», ansimando e baciandola sulle guance.
«Non preoccuparti. Dove andiamo?», affiancandosi a lui che non smette di camminare. Ha un cappotto color cammello slacciato e sotto una tuta blu, con un marsupio stracolmo legato in vita e zoppica.
Lei se ne accorge: «Ti sei fatto male? Rallenta il passo che zoppichi».
«Mi sono lavato, si sente?», chiede lui.
«Per la verità no, ti annuso se vuoi?», gentile lei.
«Tu sei bella, molto elegante, sembri mia zia Teresa», con entusiasmo per la zia Teresa.
«Era il vestito di Isotta, nel Tristano e Isotta. L’ho adattato un po’. Senti com’è morbido», e allunga il braccio che lui non tocca e nemmeno guarda.
«Dove stiamo andando?», chiede il Pazzo dell’arte.
«Non lo so», lo guarda lei, «oggi decidi tu».
«Al Panino Giusto, ti va?», infantile e gioioso.
«Ma andiamo sempre lì e non c’è mai posto», fa lei corrucciandosi.
«È prima del solito, magari troviamo un tavolo», con speranza autentica.
«Oh sì, certo, proviamo. Magari poi andiamo al cinema, che dici?», parandogli lo sguardo di fronte.
«Poi però ci tocchiamo, vero?», chiede lui preoccupato.
«Sì, sì, certo, dopo sì, ci tocchiamo, e anche di più», lo rassicura lei.
«Anche di più? Magari no, anche di più. Preferisco di no», rabbuiato, «ma se ci tocchiamo sì che mi va», con sorriso.
Vicini ma non per mano. Si parlano ma pochi sguardi. Di più quelli della gente che li vede passare, quasi ora di aperitivo a Milano. Tacchi alti e nero d’ordinanza. In forma e magri. Un po’ abbronzati da settimana bianca. Loro, invece, bianchi di pelle e flaccidi. Grassi e con poco appeal. Entrano al Panino Giusto, un tavolino d’angolo libero. Provano a sedersi ma non ci riescono. Posti smilzi. Incastri perfetti per fisici palestrati. Desistono e ritornano all’esterno. C’è solo un posto fatto su misura per loro. McDonald’s. È lì che vanno a finire.

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