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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"L'acchiapparatti di Tilos" di Francesco Barbi Pag. 2

Oltre ai mercenari e ai contadini in compagnia della vecchia, erano presenti due pastori che vivevano nel contado circostante.
E poi c’era quell’uomo, seduto al tavolo nell’angolo. Avvolto in una lunga cappa di pelle foderata di montone, dava le spalle a tutta la stanza. Era giunto alla locanda in sella ad un grosso destriero nero, ai cui fianchi erano agganciati un baule di ferro e una strana sacca di cuoio. Non appena era entrato, completamente fradicio, si era diretto al tavolo senza proferire parola. L’oste lo aveva subito osservato con una certa preoccupazione. L’incedere lento e i movimenti flemmatici dello straniero avevano un che di inquietante; e quegli stivali chiodati, quel cappuccio calato sopra la testa...
Dopo essersi seduto, il forestiero aveva ordinato un bicchiere di acquavite. Ripensandoci, l’oste si rese conto di non averlo ancora visto in volto. Stava proprio avvicinandosi all’angolo della sala per dar fuoco all’ultimo stoppino, quando la sua attenzione venne richiamata dalla protesta del guerriero calvo.
«Quanto dobbiamo aspettare ancora!?» gli stava urlando. Benjam lasciò perdere il candelabro e tornò subito al bancone. Mentre si affrettava a riempire la brocca, si malediceva per la sconsiderata dimenticanza: doveva prestare estrema attenzione ad un simile gruppo di mercenari. Quelli erano uomini che cercavano continuamente pretesti per attaccar briga. Si svagavano così, sbronzandosi e scatenando risse, fracassando sedie e tavoli. L’oste, lanciando occhiate di soppiatto, si era reso conto che quella comitiva di mascalzoni era proprio in cerca di guai. Era dall’inizio della serata che il grosso soldato rasato non faceva altro che fissare la donna in compagnia dei due agricoltori borbottando oltraggi e producendosi in villane boccacce. Proprio in quel momento, però, forse esasperato per l’assenza di una qualsiasi reazione da parte dei due uomini, il guerriero fissò uno di essi, con l’ovvia intenzione di provocarlo.
«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?»
L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.
Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.
«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.
«Sono cinque monete di rame, signori.»
«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.
Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti » mormorò.
«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.
«Io...»
Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.
«Taci straccione! Come osi!?»
La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace.
Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda...
Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.
Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.
Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.
L’ultimo dei tre, in preda al terrore, si gettò verso l’uscita della locanda. In due balzi raggiunse la porta, la spalancò con una spallata e si lanciò nel buio. Un vento gelido penetrò nel locale piombato nuovamente nel silenzio. Solo lo scroscio della pioggia sferzante, all’esterno. Dentro gli avventori rimasero immobili, gli sguardi fissi sull’uomo dal volto coperto. Con una calma irreale, lo straniero andò al bancone.
«Acquavite» ordinò in mezzo al silenzio.
Dopo qualche attimo di esitazione Benjam riuscì a riscuotersi. A capo chino si affrettò a servire lo straniero. Afferrò la brocca con mani tremanti e versò il distillato. Solo quando ebbe appoggiato il bicchiere sul bancone sollevò la testa... e vide lo straniero in faccia.
Al di sotto degli occhi scuri, un’orrenda deturpazione devastava il volto dello sconosciuto: una lunga cicatrice che sconvolgeva inverosimilmente la simmetria dei suoi lineamenti. Una voce roca e profonda fuoriuscì dalla bocca distorta.
«Sellami il cavallo, oste. Chissà che quel vigliacco non mi porti dritto al loro covo.» Lo straniero squadrò Benjam. «Legali insieme. Tornerò a prenderli per le taglie... Anzi» aggiunse con un sogghigno, «portali tu a Giloc. Io sarò anche troppo carico. Ti daranno trenta pezzi d’argento per quello vivo e quindici per il morto. Pagaci i danni e il disturbo.»
L’oste non diede un fiato né accennò a muoversi. Rimase muto a fissare il forestiero, come intontito.
«Allora, oste! Sellami il cavallo per la miseria!»
Ripresosi a malapena dallo shock, Benjam si precipitò fuori dalla locanda. Lo straniero si voltò verso la sala. Il suo sguardo freddo e disumano calò sugli avventori, tesi sulle loro sedie, immobilizzati dalla paura.
«Fate qualcosa per la vecchia» sputò con quella sua voce arrochita.
«Chissà che non abbia tirato le cuoia.»
Nessuno si era ancora accorto che nel parapiglia la vecchia Macba era caduta a terra e lì giaceva, inerte.
«Questo non l’aveva proprio indovinato» ghignò il cacciatore di taglie. Poi scolò il bicchiere d’un fiato e uscì nella notte.

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