scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Regina Coeli" di Andrea Scala

Riflessioni sul carcere, la libertà, gli anni che passano

Vent’anni di galera da contare senza pause sulle punte da spilli di questi settemilatrecento giorni che feriscono superficiali senza avere sufficiente pietà per uccidermi. Giorni che pungono la pelle nuova che non ricorda il colore di quella maglietta leggera con su ricamata la scritta libertà.
Anni da scontare da una vita tutt’altro che infinita, pagamento in contanti, pronta cassa e
senza sconti. Il carcere non è un negozietto di provincia.
E il tempo alla fine non è denaro, è più simile all’amore vero, lascia segni profondi e nessuna offerta speciale. E’ un po’ vigliacco, ma sempre giusto e onesto con tutti.
L’onestà è del tempo, non è dell’uomo.
Quando due persone non si vedono per vent’anni si dice “è una vita”, vent’anni consumano infanzie, macinano finemente maturità, matrimoni.
Cadono milioni di capelli in tutto questo tempo. Una non vita, un’esistenza al contrario che diviene antivita e come l’antimateria esplode al contatto di tutto ciò che è materia, il carcere esplode dentro di me a contatto di tutto ciò che è vita vera.
Per non essere disintegrato dovevo liberarmi di tutto il mio passato fuori. Capii questo e lo capii in fretta, lo feci e diventai un lombrico, non un topo come spesso si dice di noi carcerati, troppo furbo, troppo pieno di comodità e libertà. Ci sono topi qui, vanno e vengono più dei parenti, mangiano bene e non prendono botte.
Siamo lombrichi, nudi e tutti simili, lenti, ciechi, sordi, infilati sull’amo, divorati dai pesci, bocca e carne senza pensieri, prigionieri della terra pesante e sporca e come lombrichi ci adattiamo a divorare solo terra, cagando qualcosa di utile se non per noi per qualcun’altro.
C’era un unico colore vivo nella mia cella. Unico in questa piccola stanzetta grigia dove lentamente sbiadisce anche il poster, un tempo abbronzato, di Sabrina Ferilli, c’era una gabbia con un canarino giallo. Non lo tenevo per affetto e neanche per la sua bellezza, lo guardavo raramente. Forse era solo la mia vendetta verso la massima libertà di chi possiede le ali.
La prigione; piccoli piaceri, piccole vendette. Come lombrichi s’impara ad accontentarsi.
Cantava alla luce, al sole o alle nuvole, cantava al nuovo giorno senza significati.
Ma una mattina rimase in silenzio, lo fissai a lungo per la prima volta dopo tanto tempo, mi guardava serio e poi parlò. Parlò con la voce che avrebbe qualsiasi canarino se parlasse. Non mi stupii, niente mi stupisce più.
Mi chiese il perché della mia tristezza, mi cinguettò il suo dubbio, perché non cantavo con lui felice ogni giorno?
Gli dissi che la mia felicità era troppo grande per poter entrare in una stanza così piccola, attraverso sbarre così strette, e che forse mi aspettava fuori.
Rispose: “Perché allora tu ingabbi anche me se il dividere la tristezza non la rende più leggera?”
Mi convinse, era facile da spostare la mia sferica indifferenza.
Aprii la porta e lui volò fuori, volò via, mi disse salutandomi che avrebbe cercato la mia felicità e l’avrebbe convinta ad aspettarmi per tutti gli anni che mi mancavano.
Mangiai il suo pane secco e misi un pezzo di carta nella gabbia foggiandolo vagamente con le mie rozze mani affinché gli somigliasse.
Quel giorno, quando il secondino mi portò fuori per l’ora d’aria passeggiavo con lo sguardo basso, opposto al cielo, scalciavo la ghiaia divinando un futuro, il mio, che era solo un minuto più in là. Un futuro non scritto, ma inciso su una roccia tanto dura da trattenere le catene.
Aprii le braccia, rigide, dritte, le muovevo lentamente, ma non volai via.
Rimasi lì a guardare i sassi, insistente, con le braccia larghe come uno spaventapasseri. Privo di vergogna.
Qualcuno mi abbracciò forte afferrando una speranza, la speranza che io potessi davvero volare portandolo con me in un posto lontano dove i luoghi scorrono senza incepparsi come meccanismi rugginosi. Non mi girai a guardarlo in faccia, solo cercai di assorbire il calore solare di quella carne e il calore ci portò davvero in alto per un istante solo, insieme, come solo due esseri umani sanno stare. Continuammo a camminare, intrecciati in silenzio, senza più trascinare i piedi nel cortile recintato, cercando di assomigliare sempre meno a lombrichi e in questo istinto primordiale di libertà, si dilatò, in un cerchio sempre più largo, la circonferenza del nostro camminare fino a che, impavidi come aquile, sfiorammo il muro di cinta con le nostre imperfette ali.
Un soffio d’aria mosse la carta nella gabbia e sentii una goccia cadermi sulla testa.
Forse stava per piovere o forse era solo un anticipo, una promessa, un frammento di quella cosa che mi attendeva oltre le sbarre. Forse davvero qualcosa di grande là in alto nel cielo aspettava paziente.
E dopo anni, io sorrisi.

di Andrea Scala

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com