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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"L'ombra del bastone" di Mauro Corona

Mi chiamo Severino Corona detto Zino. Sono nato a Erto il 13 settembre 1879 e ho vissuto sempre in questa terra selvatica e ripida che non dà niente di buono solo fatica ma che a me mi piace tanto. Che sia una terra trista e senza Dio l’ho capito anni dopo quando sono andato a vendere robe di legno nel Friuli e ho conosciuto quelle pianure ricche di tutto e piene di bestiame. Ma questo è successo che avevo già quarant’anni e non sarei mai andato via dalla mia casa se non fusse stato per forza maggiore. Non è niente di peggio che abandonare la sua patria dove si è nati e vissuti, e stati coi genitori, e i amici, e nei boschi a fare legna, e nei prati a falciare l’erba, e guardare a venire l’autunno, e aspettare Natale vicino al fuoco. E anche portare San Bartolomeo di legno per le vie del paese e altre cose che adesso non mi vengono in mente ma non per questo meno belle. La gente sta bene a casa sua ma non sempre si può stare. Io invidio chi può farlo e mi fanno rabbia perché si lamentano sempre e dicono che vorrebbero andare via e non sanno invece la fortuna che hanno a stare là. Quando volti la schiena al tuo paese è da piangere. Non si dovrebbe mai andar via di casa sua.
Ho un fratello otto anni più giovane di me che si chiama Sebastiano detto Bastianin de la smita perché fa il fabbro e la smita in ertano è la forgia. Mentre sto scrivendo questa verità in cielo il sole è alto. Sono tornato qui anche l’ultimo Natale, fuori era un metro di neve e faceva un freddo da far cadere gli uccelli. Era scoppiati i faggi per il gran freddo e io ero tornato al mio paese per vedere ancora una volta il Natale. Mi fermai solo qualche giorno poi tornai nella bassa del Friuli dove vago da mesi, da quel giorno maledetto che ho dovuto andare via perché mi correva dietro i rimorsi come cani che volevano mangiarmi vivo. Non tornerò mai più in questo paese, ma con la testa tornerò, perché mi penso sempre di lui, giorno e notte.
Io e mio fratello Bastianin siamo rimasti orfani ancora giovani. Avevo quindici anni e lui sette quando morì nostro padre Zolian. Fu trovato sul sentiero dei carbonai con la testa spaccata in diversi punti. Era stato ucciso e per questa uccisione misero in galera uno della frazione Pineda che si fece venti anni nella prigione di Udine. Intanto in quel periodo a Erto sul col delle Cavalle viveva un uomo che torniva il legno e, dopo morto nostro padre, cantava una canzone ma solo quando era ubriaco. Diceva più o meno così: “Tu cercherai la luna all’altro polo nessuno lo saprà perché fui solo”. Infatti nessuno lo sapeva e nemmeno sospettava che fusse stato lui a copare nostro padre.
Lo confessò in punto di morte al prete del paese. Lo fece chiamare e gli disse che era stato lui a copare Giuliano Corona detto Zolian della Cuaga. E gli disse anche come. Lo aveva copato col pilòt, una mazza tonda di carpino, a manico corto, usata per pestare il grano.

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