scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

David Fini

di David Fini
Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

E ogni volta, quando lei scendeva, Giorgio, appoggiata la testa al finestrino dell’autobus, la seguiva con lo sguardo allontanarsi lungo una traversa del viale, sparendo nel buio.
Era riuscito persino a osservarne attentamente il volto e aveva scoperto i suoi lineamenti dolci e sereni.
Del resto a Giorgio non capitava di fare molti incontri a quell’ora del giorno.
Lavorando in una tipografia per i giornali i suoi colleghi erano in gran parte albanesi o extracomunitari disposi a sacrificare le proprie notti su quelle rotative.
Tra i pochi italiani aveva stretto amicizia con un vecchio dipendente, Mario con cui, una volta alla settimana andava a fare colazione.
Ma questa solitudine in fondo Giorgio se la era cercata. Dopo il divorzio e il licenziamento dal precedente lavoro, aveva accettato quell’impiego per staccare da tutto giustificandosi con qualche centinaio di Euro in più da guadagnare.
Così non aveva da incontrare nessuno che gli chiedesse della sua famiglia, di come stava, di perché era successo, raccontando di nuovo tutto da capo con nuove e sempre più tristi spiegazioni.
Paolo invece non gli chiedeva niente. Stavano semplicemente assieme per un quarto d’ora e parlava di tutto fuorché di se stessi.
Gli altri giorni Giorgio andava diritto al suo autobus e poi, arrivato a casa dritto sul letto a volte senza neanche svestirsi. Ma dormire non era facile.
Per parecchio tempo i rumori della città che iniziava a muoversi lo tenevano sveglio. Sembrava che non volesse rinunciare in fondo a quella vita là fuori, e si sforzasse di riconosce, con la faccia conficcata nel cuscino, qualcosa di familiare e buono. Un sonno cattivo e senza sogni.
Finì per non riuscire a distinguere i rumori della città e la città stessa scomparve, lasciando steso sul un letto senza notte.
Poi era arrivata questa ragazza misteriosa e diversa.
Le facce che vedi in giro a quell’ora di notte hanno due espressione: ci sono quelli che rientrano a casa e sono così stanchi che non vogliono aspettarsi più nulla e ci sono coloro che si sono appena alzati e già sentono che il giorno è troppo pesante e sperano che non succeda nulla di più rispetto a quello che già gli aspetta.
A volte, ed è la cosa più rara, una ragazza come elen.
Aveva deciso di chiamarla così quella ragazza a cui mai aveva rivolto parola.
Provava a scriverne il nome coi caratteri della tipografia, sulle prove colore, per comodità, sempre senza la maiuscola e non sapeva ancora bene se con l’acca o senza.

Un giorno decise di seguirla. Scese con lei e la seguì mantenendosi a distanza. Poi si avvicinò sempre di più sino a quando fu sotto il portone della casa. Non capiva cosa stesse facendo o cosa avrebbe voluto fare. Esistò. Allora fu lei a decidere. Lei che non si era mai voltata ma ne aveva percepito la presenza, lo guardò dritto negli occhi, allungò la mano e se lo portò con sé.
Da quella volta fecero l’amore tutte le mattine che si incontravano. Lei lo invitava a venire con lui facevano l’amore. Poi gli chiedeva di andarsene in una lingua che non capiva.
Tutti le mattine tranne il venerdì quando lei spariva.
Il venerdì del resto Giorgio trovava un diversivo ai suoi pensieri incontrando Mario a colazione. Decise di raccontagli tutto.
Di quella donna misteriosa, di quanto fosse stato facile e bello l’amore con lei, del fatto che non capiva niente di quello che gli dicesse. E che non gli importava che lei potesse essere una prostituta. Che in fondo ne aveva provate altre e lei era così dolce e non aveva mai voluto soldi.
“Faccio l’amore con lei ogni mattina, ma oggi so che non la incontrerò”
Finì il suo caffè e avviandosi alla fermata dell’autobus

“La invidio sa?” lo soprese nei suoi pensieri una signora di mezza età che si sedette accanto a lui sull’autobus
“Non so davvero come faccia. Mi permetta… è un po che la osservo. Ma poi del resto ci siamo soli su questo autobus tutte le mattine...” aggiunse
“Come soli ?” pensò “ e elen? …come può non averla vista, non essersi accorta di lei?”
“Mi permetto di disturbarla perché adesso la vedo ben sveglio…” continuò la donna
“Mi invidia ha detto?” la interruppe Giorgio “e per cosa?”
“La invidio perché tutti gli altri giorni, non so come faccia, riesce ad addormentarsi. Appoggia la testa al finestrino e bag! Secco come un bambino! Poi giusto prima delle sua fermata si alza e scende come niente fosse.
Ah sa quante volte anche io sarei tentata di chiudere gli occhi! Che sonno leggero, senza pensieri, come se scartare un regalo che desideri. Che sogni chiari e brevi eh? Così semplici a quest’ora del mattino?
“Cosa sogna lei?”
Giorgio si sentì come inghiottito dalla voragine che si era aperta sotto di lui e cercò di dire “helen”, decidendo in quell’istante di aggiungere l’acca al nome del suo amore. Non maiuscola.
Ma la donna non ci fece nemmeno caso
“toh guardi!” esclamò la donna indicando la sosta a cui l’autobus si stava affiancando.
“Lei si ferma quì giusto?”

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