scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Guido Casamichiela

...forse il Venerdì Santo?
di Guido Casamichiela

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Gli servirono quarantasei giorni per decidersi a fare qualcosa più che guardarla arrivare, sedersi, alzarsi e poi scendere dall’autobus. Quarantasei giorni. Sette lunedì, sette martedì, sette mercoledì, sette giovedì, nessun venerdì, sei sabati, sei domeniche. Quarantasei giorni Giorgio la guardò con un’intensità che secondo lui l’avrebbe costretta prima o poi a ricambiare lo sguardo, anche solo per capire l’origine o la spiegazione di quella disturbante insistenza. Ma la ragazza non lo guardò mai. Di più, nemmeno una volta diede l’impressione di accorgersi che oltre a lei e all’autista qualcun altro si trovava nell’autobus. D’altronde, capitò a Giorgio di pensare almeno sette volte in quei quarantasei giorni, se il gelo sembra non sfiorarla, che effetto potrei mai farle io? Sarebbe però sbagliato concludere che questa intoccabilità lo infastidisse; in realtà ne era conquistato, tanto che una parte di lui si sarebbe ribellata ad un contegno diverso, giudicandolo inadeguato. O almeno così sarebbe stato nei primi giorni, prima che la curiosità di sapere qualcosa in più su quella ragazza diventasse via via più impellente.
Fu dopo tredici giorni che si decise a sedersi un po’ più vicino alla ragazza. E dopo altri tre a sedersi di tre quarti, per osservarla meglio. Al ventesimo giorno si accorse di una piccola cicatrice sul mento della ragazza su cui si interrogò a lungo. Due giorni dopo sancì con se stesso che quella cicatrice le conferiva un qualcosa in più (chissà, sarà caduta sul ghiaccio per via del sandalo, fu un pensiero del giorno numero ventinove). Il giorno trentatré si mise a fissarle il lobo sinistro chiedendosi se fosse più grande del destro o se fosse solo un effetto della posizione della testa leggermente reclinata. Il giorno successivo si vergognò del suo pensiero, un attimo dopo aver capito che i lobi erano tra loro identici. Il giorno trentotto si domandò se per caso la ragazza era la stessa ragazza che era nella foto sulla prima pagina del giornale di due o forse tre mesi prima, quella che si era suicidata lasciando un biglietto con scritto “mi uccido solo perché non ho nessun motivo di suicidarmi e se a voi sembra strano pazienza”. Due giorni dopo si ricordò che quella ragazza non esisteva e se l’era inventata una notte che alle rotative si annoiava più del solito.
Il giorno quarantadue si sedette così vicino da poterle vedere i sottilissimi peli trasparenti che le crescevano sulle dita dei piedi. Quei peli l’attrassero, nonostante avesse sempre avuto una repulsione per qualsiasi segno d’incuria nella donna. Allora si chiese cosa volesse dire questa attrazione, ma smise di chiederselo quasi subito, attirato dal fatto che la ragazza a tratti si massaggiava un piede con la pianta dell’altro piede, come per coccolarsi, o per riscaldarsi. Coccolarsi, o riscaldarsi? Non riusciva a decidersi. Quale delle due? O forse né per coccolarsi né per riscaldarsi, ma solo per imbarazzo, un imbarazzo più che giustificato quando si ha a un passo un tale che ti osserva i piedi? Poteva anche essere imbarazzo, certo. E in fin dei conti non gli importava neppure più di capire il perché di questo massaggio, e si contentava di guardarle i piedi, e di provare una certa tenerezza, e di baloccarsi con l’idea che quella cosa era forse la prima che quella ragazza faceva che sfuggisse a un’impressione di algida intangibilità.
Da quel giorno, il giorno quarantadue, il decisivo giorno quarantadue, la curiosità cedette il passo appunto alla tenerezza, tanto che qualsiasi cosa la ragazza facesse, respirare sul vetro, mettersi le mani in tasca, spostare il foulard dal collo, era per lui la prova di una sofferente dolcezza. Il giorno quarantaquattro arrivò a pensare che non aveva mai visto nessuno vidimare un biglietto con tanto struggente, trattenuto fascino (anche se va detto a sua discolpa che dopo poco si diede del cretino per questo pensiero, ma senza smettere del tutto di pensarlo). Il giorno quarantacinque si disse che il giorno dopo, se non avesse voluto avvicinarsi ancora di più e dunque a questo punto sederlesi in grembo, avrebbe dovuto per forza parlarle.
La notte quarantasei lavorò male, distratto, alla ricerca di un argomento forte da sottoporre alla ragazza, o almeno non così debole da vederla scappare prima della solita fermata dopo essersi appesa al pulsante della fermata a richiesta. L’argomento non lo trovò, e salì sull’autobus col dolente abbassamento dell’autostima di chi sa di non avere molte carte da giocarsi. Poi lei arrivò, e gli apparve così tenera, così misteriosa, così bizzarra che si dimenticò di non sapere cosa dirle, e mentre lei stava andando a sedersi in ultima fila lui la fermò.
“io, beh, cioè, tu, io, no, no, io, vedi, quei piedi, no, scusa, non è che, voglio dire la tenerezza, non so, e i respiri, e poi, non, scusa, il biglietto, e questo fatto del venerdì, sai, mi chiedevo, non che siano fatti miei, per carità, ma chissà, se c’entra, chessò, il venerdì santo, e la passione, cioè, con tutto il rispetto, ma la sofferenza, e poi i peli, non, scusa, i peli, non i peli, cioè, io… scusa”
La ragazza lo guardò, per prima volta. E gli sorrise, per la prima volta.

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