scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Patrizia Maestrale

di Patrizia Maestrale

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava
sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus.
In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo.
Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno.
Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima
della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e
scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio pensò che l'unico modo per indurla a svelarsi sarebbe stato parlarle. Ma come fare poi col suo immaginario? Dopo tutte quelle parole dette riferite riportate refuse stampate, quei caratteri ora più grandi o incurvati, allineati a formare sensi compiuti, logici, giochi geometrici di
sillabe da incastonare, dopo tutto quello scorrere di episodi di asserzioni, di cifre, interviste con foto, cani e famiglie e pubblicità, dopo tutto quello che stava racchiuso in quelle pagine, ora che tutto quello era stato creato e ricomposto di bel nuovo nuovamente nero su bianco con sfondi e riquadri,
insieme alle previsioni del tempo, ecco ora il desiderio di Giorgio era solo quello di stare seduto e di immaginarla, con i sensi.
Chissà come sarebbe stata la sua voce! Forse zuccherina, capace di toni bassi, arrendevoli quanto basta per rassicurare, lei sarebbe salita lì anche le sere a venire. C'era qualcosa di composta grazia e riserbo in lei. Ecco sì,
era per via delle mani piccole e affusolate. Le teneva in grembo, come se riposassero. Chissà come avrebbero stretto la tazza del caffè, come avrebbero preso le ginocchia verso il petto, avrebbero girato curiose le pagine del suo giornale, si sarebbero fermate sulla bocca sottile in una smorfia di compiacimento della lettura o indaffarate in un andirivieni
dagli oggetti della cucina e dall'acqua, nella tranquillità della cena, sapienti nello scegliere ridurre e riempire ciò che poi si gusta, per ritornare asciutte e bianche dentro la sua fantasia.
Giorgio si concentrò. Sopra il foulard, il naso sembrava si muovesse ai fremiti dell'aria, ora si appoggiava verso le guance gelatinose, ora si raddrizzava forse in preda a uno starnuto imminente, per tornare ad allargarsi tenue in uno spasmo di sopraggiunta stanchezza notturna.
Giorgio capì che avrebbe dovuto andarle vicino, almeno per sentire il suo profumo, quanto basta per riconoscerla in mezzo alla folla, di giorno, per seguire quell'odore come un segnale se lei non avesse preso più l'autobus.
La sera appresso proseguì a piedi oltre il suo punto consueto. Nei pressi della terza fermata si apriva un vicolo in discesa. Un gatto cercava resti tra bucce di arance, lattine di birra. Il passo piccolo di lei dondolava nella
notte. La sua sagoma ancora indistinguibile si muoveva davanti all'insegna di un locale dai riverberi verdastri nell'aria fredda. “Irina Pianobar”.
Che cosa strana, cercano Giorgio a quest'ora della notte sul numero del giornale. La voce attesa scorre, ride imbarazzata e si compunta triste in una domanda: “Perchè sei venuto al locale?” Ora anche la voce di Giorgio
rimbalza su quella di Irina. Un incontro come a un richiamo. Lei si fa supplicante: “Ho letto il tuo racconto a puntate. I venerdì mi ritrovo in un'altra parte del mondo. La via che mi ci porta è a due fermate dalla tua discesa. Se immagini quel posto, immagina la terra di sabbia, il sole accecante e asciutto e le donne vestite variopinte, mercati con banchetti
ricchi di frutta, altre strade altra città altri ponti altre case.”

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