scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Pietro dei colori" Pag. 2

Un mormorio di approvazione e di bestemmie seguì le parole dell’uomo e sgomentò di nuovo Peruzza che, raccolta tutta la sua risolutezza, ripetè:
– Da che guerra sarebbero scappati quei vescovi?
– Quella del condottiero di ventura Corrado da Fogliano contro il Monferrato, alleato con i veneziani, forse? – si intromise un ragazzo. – Dicono che Sacramoro da Parma e Giovanni della Noce gli abbiano inviato in soccorso duemila cavalli, di quelli allevati nella Valle dei Cavalieri, sì. Prima o poi partirò anch’io con un capitano di ventura.
– Vai vai! Vai a farti ammazzare. – replicò il vecchio sputando di nuovo in terra; poi, rivolto a Peruzza: – Ma no. Si dice che siano scappati dai Turchi. Lo scorso anno, in maggio, sono scappati lo scorso anno. E non paiono per niente briganti, no.
La donna assentì col capo, come a manifestare d’aver capito, poi riprese:
– Ne parlavano a Lucca i signori, eh sì. Santa Fina aiutami. Le guerre. Quella, poi, dei Turchi contro i cristiani di Costantinopoli. Sì, forse si tratta proprio di quella.
E prese a raccontare di Maometto II, il re dei Turchi, il quale, tre anni prima, aveva assediato la città che, in quel frangente, era stata abbandonata da tutti, anche dal papa, tanto che Costantino, l’imperatore cristiano, il giorno dell’assalto, il 28 maggio 1453, era morto combattendo solo con il suo esercito. L'indomani, in mezzo a saccheggi e massacri, il vincitore, Maometto II, era entrato nella basilica di Santa Sofia e l’aveva trasformata in moschea.
– I Turchi sono stati spietati con i cristiani. – concluse Peruzza davanti agli sguardi stupefatti dei poveri montanari che l’ascoltavano senza fiatare: – Pensate: non hanno avuto rispetto nemmeno per la cattedrale. Tutto, tutto è finito.
– E i cristiani di là cos’hanno fatto? I Turchi li hanno ammazzati? – chiese in coro l’improvvisato pubblico che assimilava ogni saraceno alla faccia ottomana del demonio infilzato da san Michele Arcangelo.
– Certo, ne hanno massacrati tanti, – rispose Peruzza, – ma molti altri sono riusciti a fuggire e a raggiungere l’Italia; forse anche quei presunti vescovi.
Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium… – eruppe a commento il borbottio di una supplica.
– Oh, dicono che abbiano un libro, – mormorò allora una donnetta corta e gobba, simile a una tartaruga, con la grossa testa incassata nel tronco, – un grande libro dalla copertina d’oro tutto scritto con l’oro.
Era ormai sera; Peruzza e il garzone trovarono albergo in una stalla; era troppo tardi per andare alla ricerca del libro dalle pagine d’oro, e poi chissà: la gente raccontava talmente tante storie.
Poteva trattarsi soltanto di un’enorme frottola, falsa come l’immagine sinuosa e lucente della donna dalla chioma rossa che s’inabissava nei boschi e che aveva investito Peruzza d’una feroce nostalgia.
Non l’avrebbe più abbracciata, mai più avrebbe pettinato quei suoi lunghi capelli, mai più avrebbe dormito stretta a lei nel freddo delle grotte o sotto il cielo stellato; mai più avrebbe ascoltato la sua indignazione rompersi in pianto dopo aver gridato tutta la sua rabbia contro ogni maschio sulla Terra:
“Non faceva, nascendo, ancor paura la figlia al padre, che ’l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura”. Devi far paura, devi far paura, se vuoi salvarti. – le aveva urlato spesso con i grandi occhi verdi infiammati di sdegno.
Far paura? E come? Come intimorire i tiranni del genere femminile che si ergevano a custodi, difensori, paladini d’ogni femmina sin dalla nascita, ma che, in realtà, ne diventavano poi i carcerieri?
Lei, ribelle, con i capelli rossi da incantatrice, aveva disubbidito al padre, gli si era opposta ed era piombata in un carcere ancora peggiore.
Eppure l’aveva amata e insieme avevano meglio sopportato il vagabondare per i boschi, la fame, il freddo e la paura delle guardie.
Amica e sorella, l’ostessa era stata forse davvero un po’ maga. Durante le buie notti nelle selve, abbracciate strette strette, le aveva raccontato di essere nata mentre il campanile della chiesa batteva i rintocchi della mezzanotte. I genitori, davanti ai suoi capelli rossi, si erano spaventati e l’oste suo padre aveva chiesto consiglio alla levatrice, perché non voleva crescere una strega.
La donna gli aveva suggerito di chiuderla in un sacco e gettarla nel fiume, ma l’uomo si era intenerito odorando il suo profumo e stringendola al petto.
Così aveva deciso di non affogarla come un gattino, ma di crescerla come una principessa e sposarla ad un nobile. Invece, il destino della figlia era stato altro.
Perché una strega non può che seguire la sua natura e ribellarsi.
Mentre, alle prime luci dell’alba, il giorno dopo, Peruzza scendeva verso il villaggio di Costa dei Grossi in cerca dei vescovi greci, o turchi, o macedoni e del libro d’oro, le era parso di scorgere il suo profilo sottile ed elegante dissolversi dietro ogni cespuglio e ogni siepe, quasi ad indicarle il cammino.
Amica, sorella, compagna, amante, complice in un amore vietato e immorale, ma unico appiglio alla vita, la figlia dell’oste le aveva narrato che alla morte della madre era stata affidata alle cure della vecchia levatrice alla quale aveva voluto bene e da cui aveva imparato i segreti delle erbe e tutte le arti magiche. Poi, disubbidendo al padre, aveva scelto i briganti.
Già, i briganti, i banditi: brutta gente. Peruzza sospirò e incitò i muli.
Doveva trovare i vescovi profughi e il loro prezioso libro, che poteva rivelarsi un buon affare se rivenduto a Lucca o a Firenze, e doveva svendere il ferro rimasto.
Rifletté sulla guerra contro i Turchi di cui tanto si era parlato nelle città toscane; ripensò ad una notte di maggio del 1453, quando un’eclissi aveva coperto il sole per tre interminabili ore.
Poi, a Costantinopoli, la sacra icona della Madonna era caduta a terra durante una cerimonia solenne e un vero diluvio si era abbattuto sulla città, avvolta, in seguito, da un’incredibile nebbia; e una luce inquietante, forse quella dello Spirito Santo, aveva lampeggiato sopra la cupola della cattedrale per poi accendersi e sparire nelle campagne. Solo cinque giorni dopo, Costantinopoli era caduta in mani turche. Già, i Turchi, i saraceni: brutta gente.
Ora Peruzza stava entrando nel villaggio ch’era stato del bandito Tommaso Marescalchi e, considerando che nessuno da quelle parti l’avrebbe riconosciuta per ciò che era veramente, sorrideva compiaciuta tra sé.
Peruzza: solo una donna, la “vecchia dei chiodi” che i bambini deridevano.
Peruzza: una brigantessa che andava a vendere ferro di contrabbando nel paese della famiglia di un celebre bandito. Come non ridere? S’era mai visto?
I ricordi di quegli ultimi anni le affollarono la mente e, invece di concentrarsi sulla ricerca dei vescovi profughi, ripensò al piccolo Pietro, alla notte in cui l’aveva visto arrivare, sporco e sanguinante, nella grotta delle fate, legato al cavallo di Noè, e a Lucrezia Fina, piccola, dolce, incantevole sposa fuggiasca.

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