scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Fammi ridere" di Leila Mascano

FAMMI RIDERE
Paesaggio napoletano con figure in dissolvenza

Anacapri, Agosto 1950

Sulle prime non capisce bene che cosa l’ha svegliato: cerca a tastoni la peretta della luce, e intanto si rende conto che quel rumore è un pianto sommesso, accurato. La luce gli ferisce gli occhi, ci mette un po’ di tempo a riemergere completamente dal sonno, poi si tira su con un sospiro. Riesce ad alzarsi, finalmente. La giacca del pigiama, che non usa mai, è scivolata per terra accanto al letto, insieme ai Tex che ha letto fino a tardi e al giornale d’Italia, su cui atterra.
“La ventiquattresima divisione fanteria degli stati uniti ha superato il confine tra le due Coree…” Sempre cose brutte, ha ragione suo padre, meglio non leggerli i giornali, soprattutto in vacanza!
Il pianto proviene dalla stanza in fondo al corridoio. Guarda l’orologio sul comodino; le quattro. Non ha sentito rumori: “Saranno rimasti a dormire al Quisisana! Maria, figuriamoci,non la svegliano neppure le cannonate:vediamo perché piange questa benedetta bambina!”
Lei è seduta sul letto, a stento si distingue la piccola sagoma scura: piange come un cagnolino, con un uggiolato che ogni tanto si interrompe, per poi riprendere più forte. Si siede sul letto anche lui, l’abbraccia. “…Sss…sono io! Perché piangi? Hai fatto un brutto sogno?” L’uggiolio continua. Lui le tocca la fronte: “Sei tutta sudata…vuoi bere?”
Cerca l’interruttore; la luce è fulminata.
“Questo cos’è? Ah, è il tuo orsacchiotto! Vedi com’è buono? Non piange, lui.”
La prende in braccio: è molto alto per i suoi quasi quattordici anni. Il pianto si alza di tono:
“Sì, va bene, prendiamo anche l’orso! Andiamo a bere, eh?”
Si avvia scalzo in cucina, sempre con la bambina in braccio. Si dirige verso la ghiacciaia, ci ripensa, le versa un bicchiere di acqua minerale dalla bottiglia sul tavolo. Lei beve, bagnandosi tutta.
“Ma che brutta che sei, tutta mocciolosa!”
Tovaglioli in vista niente. Apre il cassetto della credenza con una mano sola, prende un panno pulito.
“ecco qua, ora va meglio! Non è che ti fa male la pancia, per caso…? E che telo chiedo a fare?”
Lei piange sempre, tutta un grumo d’infelicità. Pietro cerca di calmarla facendo un rumore come se chiamasse un gatto, dondolandosi sulle gambe lunghe. Il corpicino magro è sempre scosso dai singhiozzi. Le tiene una mano sulla nuca, se l’appoggia col mento sul collo:
“Allora? Allora? Svegliamo quella scema di Maria? Quella la sera si prepara un po’ di vino caldo con lo zucchero, tanto vino e poco zucchero: così si fa una bella ciucca, inverno o estate fa lo stesso, lei dorme come un angelo fino alla mattina, nemmeno il terremoto la sveglia! A te lo posso dire, tanto tu non lo puoi ripetere, nemmeno lo capisci, povera BambaScimmia!”
Le gira la faccina bagnata verso di sé, scostandosela un po’ per guardarla, e intanto col dito le dà dei colpetti sul naso, cercando di farla ridere. Piange ancora, ma si sta calmando. Sempre dondolandosi esce sulla terrazza, illuminata a giorno dalla luna. Canticchia:
“Au clair de la lune, mon ami Pierrot…Vedi, Fede, la luna lassù?” Ha quasi smesso di piangere, guarda la luna.
“Facciamola vedere pure all’orsacchiotto: ‘Orso vedi la luna?’ Ora la tiriamo giù e la regaliamo a questa bambina! Se la tiene legata a un filo, come i palloni, se no la luna se ne vola via: così le fa luce e lei non si sveglia più al buio e non piange, vero Fede?”
Ma lei ha smesso di piangere, due palpebre pesanti cadono sugli occhi velati di sonno. L’orso scivola per terra. Pietro, scalzo, in punta di piedi, la riporta a letto.

Posillipo, marzo 1967

Federica scrive velocemente, confrontando ogni tanto quello che ha scritto col libro che ha davanti. Ha deciso di tentare gli esami di licenza liceale a Napoli, il suo titolo di studio francese non è riconosciuto in Italia.
“ Un corpo lanciato nello spazio orizzontalmente il quale disegna una traiettoria curvilinea raggiunge il suolo nello stesso tempo da un corpo lasciato cadere verticalmente dalla stessa altezza. Se ne deduce che la componente normale della velocità istantanea è la medesima nei due casi.”
Un volo nell’azzurro. Azzurro sopra, azzurro sotto.
“ La caduta dei gravi è un esempio tipico di moto uniformemente accelerato, per cui sono valide le leggi di Galileo, riassunte nella formule s uguale a 1 fratto 2 gt alla seconda, v uguale gt, v uguale radice di due gs dove s è la distanza, t il tempo, v la velocità, g l’accelerazione di gravità (9,8 m/s alla seconda). La velocità di un corpo che cade dipende dalle dimensioni e dal peso specifico. La resistenza dell’aria…”
Si ferma, lo sguardo perso nel vuoto. La velocità è fulminea, tutto avviene prima che tu realizzi quello che sta succedendo, prima dello schiaffo doloroso dell’acqua, dopo quell’urto (splash!) silenzio, solitudine, buio. La penna le cade dalla mano, incapace per un attimo di trattenerla.
Qualche volta passano mesi, forse un anno… Accade sempre più raramente, ma accade ancora.

Posillipo, luglio 1952

“Un corpo lanciato nello spazio orizzontalmente raggiunge il suolo nello stesso tempo di un corpo lasciato cadere verticalmente dalla stessa altezza.”
E’ andata giù come un sasso, disegnando un arco nel vuoto prima di sprofondare nell’acqua. Poche manciate di secondi che sono parse un’eternità! Poi è tornata in superficie pallida, a braccia aperte, con gli occhi chiusi, come una bambola rotta.
Livio paralizzato sul pontile, incapace di muoversi quando ha capito quello che stava succedendo.
Lodovica, che dalla terrazza del Circolo aveva seguito distrattamente la scena, fino all’epilogo pazzesco, ora urlava con quanto fiato aveva in gola. Si sono tuffati in quanti? Cinque, sei, l’hanno riportata a riva. Un tuffo di almeno quattro o cinque metri, forse pure di più, a quell’età deve esserle sembrato di cadere da un secondo piano. C’era un medico che prendeva il sole, le ha fatto un massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca e via, l’hanno caricata in macchina, in ospedale a sirene spiegate. No, non aveva bevuto: non troppo, almeno. Era sotto shock, quando è entrata nell’acqua ha perso i sensi, dopo quasi non respirava più…
Livio piangeva, l’incosciente, alla fine faceva pure pena.
“Ma che ti è saltato in mente?” gli dicevano, lui niente, piangeva e basta: eppure a sedici anni capisci che fai, no?
Lodovica intanto si era sentita male anche lei, ancora stavano cercando di calmarla; pure un’iniezione le avevano fatto, non faceva che gridare:
“Voglio andare da mia figlia! Voglio sapere come sta!”
Insomma, raccontavano, la bambina correva sul pontile, avanti e indietro. Scendeva giù, riempiva il secchiello d’acqua e risaliva su, sempre di corsa, per vuotarlo a mare.La signorina che doveva badare a lei si era allontanata un momento, per quello la madre guardava in quella direzione, voleva vedere se era tornata e soprattutto perché non diceva a Federica di smetterla.
Un gruppo di ragazzi e ragazze prendeva il sole sul pontile, lei scavalcandoli di corsa li schizzava con l’acqua e loro protestavano, ma tutto nell’ ambito dello scherzo. Poi Livio si alza e che ti fa? Afferra al volo la bambina, la fa dondolare due o tre volte, ma forte, poi la scaraventa giù.
“Lei si sarà terrorizzata, pensa che volo! E poi non sa nuotare, scherziamo? Una bambina di quattro anni…”
Eccola, Federica, che dorme sul letto della stanza degli ospiti. Respira tranquilla, solo sotto agli occhi ha due ombre azzurre. Pietro s’inginocchia vicino al letto, è tornato di corsa da Capri appena l’ha saputo, in tempo per scontrarsi con Livio che è venuto a scusarsi.
Poco fa Pietro, in camera sua, ha dovuto trattenersi dal mettergli le mani addosso, ma lui con le lacrime agli occhi gli ha detto:
“Sono stato uno stronzo, Pietro, ma ti ho visto tante volte dondolarla nel vuoto, sul pontile, che buttarla giù mi è parso solo uno scherzo! Te la porti sempre al largo, a mare, io pensavo che sapesse nuotare! Perdonami, Pietro: io non ho il coraggio di andare neppure da tua zia…”
“Lo stronzo sono io” pensa Pietro. Ripensa a quel gioco stupido, crudele a pensarci adesso, e vorrebbe mettersi a piangere. Guarda quant’è piccola, che piedini, che manine: un uccelletto, un passero.
La porta si è aperta alle sue spalle, Lodovica entra senza far rumore e lo sorprende così, con gli occhi bagnati. Pietro si alza, le si avvicina, vede che anche lei ha pianto.
“Lo so, Pietro, quanto le vuoi bene. Pensa che poteva succedere, tutto per quel cretino… Non puoi capire che cosa ho provato quando l’ha lanciata dal pontile… io ero sulla terrazza, mi arrivava la musica di una radio, suonavano “In the mode” di Glenn Miller, non la voglio sentire mai più quella musica!”
Ricomincia a piangere. Pietro l’abbraccia, e si sente una specie di Giuda.

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