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"Compagni a Quadrivio Zappata" di Alberto Davanzo

Compagni a Quadrivio Zappata

Selezione di brani

Il Fiume: metafora dei movimenti degli anni ‘70 e radice della memoria
(pag.7)

Quel luogo era fuori dal gorgo della sua vita.
Oltre il tempo.
Era arsa davvero una torcia umana in piazza San Venceslao, ed era veramente Hue, o quale altro villaggio annidato fra le spire del delta del Mekong la terra incerta dove una bambina correva nuda?
Ernesto guardava l’immutato profilo del casale sullo sfondo deserto e rarefatto della golena del fiume, ed attendeva una giornata sconosciuta.
Sapeva che quei lontani bagliori di fuoco lo riguardavano.
Lo sapeva ogni volta che gli occhi neri di Gualtiero squarciavano la sua memoria, come lampi che sbregano una notte d’estate.
Osservava incantato il confine tra la vecchia casa colonica, le sue corti esterne ed il resto del mondo, un segno labile, una lunga e rada filiera di gelsi dal tronco tozzo e nodoso, rigogliosi di fronde frementi di un continuo chiacchericcio nel pieno della bella stagione.
Una traccia incerta che non escludeva la vista sulla strada bianca e sui passaggi delle bestie e degli uomini, che percorrendola segnavano il tempo meglio della meridiana tracciata sulla facciata, oltre l’arcata del portico.

(pag.8)
Il fiume vicino, con il suo forte respiro e il fragore del suo passaggio sulle ghiaie calcaree nei momenti di piena, ricordava agli uomini che quello circostante era il suo mondo e che il disegno geometrico dei campi di frumento, di granoturco, i filari stortignaccoli delle vigne, costituivano solo un ordine provvisorio, che le sue pulsioni irregolari potevano in qualsiasi momento travolgere.

(14/15)
Poco più in là, la sferragliante proboscide di un drago-draga faceva precipitare nell’acqua, con sordi tonfi, una benna dentata che s’immergeva a rubare le viscere del fondale ormai sfregiato e, trainata dall’argano, risaliva con fatica, fradicia, fino a rilasciare il maltolto sul vertice di una piramide di ghiaia.
L’altra riva del fiume era lontana, irraggiungibile ed in fondo ignota; per i veci oltre quella linea che svaporava nell’aria, c’erano sempre i Ustriaci ed era bene starne alla larga.

La Torino operaia (42)
La stazione ferroviaria di Porta Nuova e gli stabilimenti di Mirafiori erano gli unici terminali di quelle esistenze all’interno della città.
Le raffinatezze sabaude di Torino, i retaggi risorgimentali, le dolcezze del cioccolato, il barocco piemontese erano un altro mondo, separato da un diaframma invisibile ed impermeabile all’umanità operaia, che si addensava nelle periferie o nelle aree degradate del centro storico, come Porta Pila e il quadrilatero romano.
La città intorno alla fabbrica era per la verità ancora campagna punteggiata da cascine che squadravano il territorio circostante con le linee delle bealere e degli alti cipressi che ombreggiavano i viali d’ingresso ai grandi cortili interni.
Qualche piccolo addensamento abitativo al di qua e al di là del grande corso, che conduceva ai capannoni delle officine FIAT riusciva a malapena a dare un senso compiuto al reticolo di strade, che si sarebbe sviluppato col tempo.

(60)
La fabbrica
I sincronismi erano perfetti, ogni utensile aveva la sua tonalità sonora, quale più sorda, quale più stridula e si susseguivano o si accavallavano in una sinfonia geometrica che penetrava nelle teste segnando in modo preciso quella che doveva essere la norma inderogabile.
Ogni sincope vuota nel regolare tracciato del frastuono era immediatamente avvertita come una preoccupante anomalia che era quasi superfluo denunciare verbalmente, tanto tempestivamente scattava l’allarmata attenzione dei capi:
"A i è quai cosa ca va nen?"
"Nduma fijoi che l’travaj l’ha da marcè!"

(67)
Le ragazze in fabbrica
Veramente c’erano anche tante ragazze, che in quell’ambito erano molto considerate per una particolare abilità e perizia manuale, per la quale erano valutate migliori degli uomini.
Ruggero rimase per un attimo come incantato con il volto proteso all’indietro e gli occhi fissi, incollati in una direzione precisa.
Lucia aveva un corpo sinuoso, i capelli ricci, nero corvino, incorniciavano un bel volto olivastro sul quale facevano breccia due occhi scuri come la pece, seducenti e pudichi. Si sentì osservata e rispose inconsapevolmente allo sguardo che l’aveva avvolta, mentre un sorriso le increspava le labbra.
Ernesto dovette strattonarlo, ma Ruggero rimase appeso con i pensieri a quegli occhi per tutta la giornata.
"Chi è quello che le sta parlando?" chiese a Ernesto
"Caro mio, mi sa che arrivi tardi, quello è il compagno Lusetto, delegato con distacco sindacale, avrà tutto il tempo per istruirla…".
Arrivarono alla loro postazione con qualche minuto di ritardo, il capo Lagalaverna girava lì intorno, senza guardarli e senza dire alcunché, come il gatto che prima di avvicinarsi alla sua preda le gira intorno con passo felpato e noncurante.
Tuttavia anche quel giorno, a fine turno, il contacolpi segnava 600: 300 per Ernesto e 300 per Ruggero.
Nel tardo pomeriggio e fino a sera inoltrata il Centro sociale vicino allo stabilimento ribolliva di giovani selvatici che annusavano l’aria, si toccavano, si baciavano, giuravano che avrebbero spezzato le catene che i loro padri avevano dovuto accettare.
Sguardi orgogliosi, indomiti che si incrociavano in mezzo a dense volute di fumo e di bestemmie, e all’odore penetrante dei ciclostili.
Il cielo della liberazione dal lavoro alienato che spogliava l’uomo di sé, era libero sopra le loro teste e veniva riempito da un arabesco di volti, di parole, di storie che si intrecciavano nelle linee di un gotico fiorito.
Gli animi erano accesi dagli ardori di chi sa di essere in procinto di compiere un’impresa inaudita.
Il fiume era lì tumultuoso, di fronte alla loro vita.

(96/100)
La fuga:pedalare fino in Canadà

La nebbia e la notte s’erano fatte spesse: davanti a sé una coltre violacea spegneva lo sguardo in cerca di un filo da seguire, non di più di tre metri di asfalto viscido sul ciglio del fosso.
Radi passaggi di fari lo sorpassavano, lo incrociavano, poi di nuovo il buio grigio e umido di una notte dove la luna non ce la fa proprio a mostrarsi.
uel rumore sordo alle sue spalle era durato anche troppo – cosa aspettano a sorpassarmi?- Si tenne ancor più a destra, sentendo scivolare le gomme delle ruote sull’erba bagnata, cercando di agevolare il passaggio dell’auto, che non passava.
Si voltò e due fari gialli, come due occhi cisposi stavano sempre là, alla stessa distanza.
La fronte era madida di sudore, ma lungo il filo della schiena lo percorse un brivido freddo – questa bici nera è senza catarifrangenti, forse non mi hanno ancora visto - e pestò di nuovo sui pedali seguendo il filo d’una curva, imbucando subito dopo una stradella laterale che accompagnava una vena della bealera che alimentava il fossetto lungo la strada, smontò dal sellino e si cacciò giù per la morbida balza, con la schiena addossata al terreno e con un braccio proteso a trattenere la bicicletta che non scivolasse completamente nell’acqua.
Un cespugliame di rovi e un intrico, un grumo sfilacciato di carice lo proteggeva alla vista di chi si fosse fermato sul ciglio della strada.
La guazza impregnava tutto di un umido malevolo e Rocco la sentiva, attraverso gli abiti ormai fradici, scivolargli lungo la schiena, sulle natiche e sentì freddo.
Al mattino sarebbe diventata galaverna bianca e friabile, ma adesso era acqua che penetrava ogni cosa, anche i pensieri di Rocco.

Sulle morbide balze di Alcamo, Rocco aveva sentito il respiro della terra calda sotto i filari bassi dell’uva, mentre si nascondeva, giocando con i suoi cugini e la terra sotto il palmo della mano, fra i polpastrelli si rompeva a tocchetti e poi si sfarinava rossa e tiepida..
Accovacciato, riusciva a vedere la schiena della rocca di Calatubo, qualche torre merlata diruta, poi sarebbe riuscito a fuggire con gli altri fino al pozzo in pietra al centro della corte del Baglio di Villa Fico e se la sarebbero raccontata fino a tardi.
Già vedeva le palme all’ingresso del fornice che avrebbe attraversato di corsa.
"Rocco, tu devi andare al nord e studiare" gli diceva suo padre Calogero "Ho parlato con il tuo maestro e pure con u parrinu , dicono tutti che sei bravo, che ce la puoi fare."
Rocco rideva, diceva di si e intanto scappava e saliva; saliva a perdifiato fra i profumi della zagara e del gelsomino, cercando la cresta per vedere il filo dell’orizzonte scendere e appoggiarsi sul mare rosato.

"Che minchia ci sto a fare qui, sputato dalla mia terra in questo gerbido, me ne vado, me ne vado da mio fratello in Canadà, ma adesso, adesso che faccio, avran tirato dritto quei due sbirri?"
Sbracciò, schiacciandolo a terra, un fascio d’alte erbacce liberando lo sguardo sulla strada.
"A l’è cascà bele sì; l’hai vist’lu"
La macchina era là ferma con i fari accesi.
Una donna rotondetta indicava al marito la direzione.
"A l’è sì, a l’è sì, ades lu tiru fora" fece l’uomo protendendosi verso la riva e dando un braccio a Rocco "L’è fasse mal monsiù ?"
"No, no grazie ho solo preso una buca e sta minchia di catena è saltata."
"E’ sicuro di stare bene?"
Rocco armeggiò un po’ sulla corona grossa e poi accompagnò la catena fino a quella piccola, così per darsi un contegno e in un attimo fu di nuovo in sella "E’ stato molto gentile, grazie. Va tutto bene, sono quasi arrivato."
"Ca fasa tensiun, buna seira monsiù!"
"Buonasera, ancora grazie"
Tratteneva a stento una risata amara "con tutti i pirati della strada che ci sono, proprio sta personcina dovevo incontrare stasera?"
Il contatto con la sella acuiva la sensazione di freddo lungo la schiena, e anche la punta dei piedi gli doleva – si rese conto di avere le scarpe fradice e sentiva la vescica agitarsi come un polipo – e allora si fermò per pisciare.
Si trovò fra le mani un uccello recalcitrante e duro come lo stecco di un ramo ghiacciato dalla galaverna; indirizzò il getto lungo il fosso.
"Vaffanculo!" imprecò fosco, torcendosi lesto nel senso opposto, "anche il vento contrario stasera."
Un alto lampione oltre una recinzione lo guardava indifferente, avvolgendolo di una luce arancione e gelatinoso.
...
Rocco era agitato da un movimento continuo, come il ramo di un salice sotto gli scrosci della pioggia "Questa temperie, queste nuvole nere che si sono ingrumate sopra le nostre teste, arrivano da lontano, è il vento che le ha mischiate a lungo e ora a noi tocca la grandine.
Ho come l’impressione che siamo venuti al mondo entrando dalla porta sbagliata, forse stranieri si nasce e ti rimane un marchio nell’anima che le nostre lotte non riescono a strapparci di dosso"
"Addio Rocco" disse Ernesto
Ma Rocco già pedalava.. Pedalava verso il Canadà.

(143/145)
Sulla strada….al mare in autostop: Keruac di casa nostra

Avevano tardato ad addormentarsi, per la stanchezza e per l’eccitazione, lui e Corrado, la sera del loro arrivo, e neppure videro con esattezza di quale città fosse quel porto marchigiano che raggiunsero col buio per cercarvi una tana notturna.
I due intrusi si erano sistemati sul cassero di poppa di un peschereccio sufficientemente grande da consentire loro un’ampia veduta sul porto e oltre il molo, sulla linea di terra.
La battigia là in fondo, dove ritmicamente il biancore delle spume sul frangersi delle onde illuminava per un attimo la notte, raccoglieva il mare che s’accovacciava quieto.
Per loro fortuna quel peschereccio non aveva preso il largo, e così se ne stavano lì, attendendo il sonno fra le fuggenti e fresche ombre notturne che danzavano fra i chiaro scuri del porticciolo, sospinte da fanali mossi da una brezza inquieta che di tanto in tanto faceva schioccare le sartie sulle vele ormeggiate vicino; vigili e muti, paurosi di perdere anche una sola goccia delle emozioni che la loro anima distillava in quella oscurità marina punteggiata da uno sbrilluccichio anarchico e pulsante sull’orizzonte, dove cielo e mare si erano fusi nella notte.
La stanchezza li aveva alla fine vinti, le loro palpebre si erano fatte pesanti, e i loro discorsi, mentre cercavano il tepore del sacco a pelo, procedevano con lentezza, interrotti da risate strampalate senza senso.
"Ci pensi, laggiù c’è l’Oriente misterioso e la Cina rivoluzionaria!"
"Testa di cazzo, guarda che siamo solo sulla costa dell’Adriatico e di là c’è la Dalmazia, che parlano veneto" E poi, di colpo, solo lo sciabordio dell’acqua che sciaguattava fra il fasciame della chiglia ed il molo accompagnò il loro sonno.
Il mattino un cielo rosato e rinfrescato da una brezza profumata di salsedine li aveva svegliati, giocando con le loro chiome irsute, scompigliandole e annodandone le ciocche.
I pescatori che, più in là, erano occupati a scaricare il pescato di paranza, li degnarono appena di qualche divertito motteggio.

(147/148)
Irma a Parigi

"Cabilò,….cabiloò…" si ripeteva Irma mentalmente scivolando fra la folla colorata del mercato vicino alla piazza.
Per paura di dimenticarlo se l’era fatto scrivere da Ermes su un foglietto di carta "è scritto cabillaud, si pronuncia cabillò" Non potrebbero scrivere le parole così come si pronunciano, pensava Irma che aveva fretta; riuscirò a trovare il banco del pesce in mezzo a tutta 'sta confusion?
Si era fatta catturare da quel gorgo esotico e multicolore che fluiva incessantemente e mite come un fiume potente e quieto quando scorre fra gli argini, alimentando di mille anime la vita di quel mercato, o forse era un suk arabo, o una piazza africana, laggiù un angolo asiatico.
Era rapita, ipnotizzata da tutta quella mescolanza di diversità che sembravano comporsi senza frizioni, come obbedendo ad un’inesplicabile legge fisica che assegnava a ciascuno il suo posto.
...
Di tanto in tanto, per la paura di smarrirsi, si girava per non perdere d’occhio i profili più alti della chiesa di St. Bernard, che costituiva il suo riferimento per il ritorno.
La meraviglia della quantità, della varietà per lei inusitata di tutte quelle merci esposte la soggiogava in un incanto di bambina.
Lungo i marciapiedi, davanti alle épiceries, debordavano i sacchi di juta colmi di fagioli e di semenze diverse e quelli del caffè in grani e i profumi si mescolavano meravigliosamente alle fragranze delle boulangeries e al sapido vapore che usciva dalla rivendita del kebab.
I suoi sensi coglievano intensamente un’atmosfera densa di vita, di colore, che la pervadeva e la riportava con la mente a Rialto, quando vi aveva lavorato da
ragazza, e Venezia manteneva ancora qualche vestigia della città mercantile, un po’ prima che morisse sotto il suo cristallo museale.
Era tentata d’assaggiare uno di quei fritti esotici, pensando ai cartoccetti di pesce che di tanto in tanto poteva permettersi il lusso d’acquistare ad uno dei veci bacari veneziani lungo le calli, vicino a San Polo.
Quando poteva si infilava ai "Do Mori" e lì le acquatelle erano proprio speciali.
"Cabilò" disse contenta di sé, riempendosi di esotica abbondanza gli occhi che scorrevano lungo il banco del pesce, cercando di riconoscere quelli dalle fattezze più famigliari, fra le altre innumerevoli varietà atlantiche a lei sconosciute.
Il pescivendolo che aveva un’aria arguta e le orecchie infreddolite, così come la punta del naso che era appuntita ed arrossata, le sorrise e avvicinandosi al merluzzo tagliato a tranci "Combien?" chiese.

...

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