scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Mombello rapsody pag. 1

Era Maggio. Pioveva. I fiori erano già sbocciati, ma erano piegati sotto il peso dell’acqua che non smetteva di cadere. Due stranieri arrivarono nel nostro paesino sbucando dal provinciale con la loro berlina straniera stracarica di masserizie. Erano stati attirati non ho mai capito bene da cosa, ma sapete come sono quelli di Milano: aria pulita, verde, niente stress e via dicendo. Ecco cosa cercano.
Miei cari, questa coppia venuta da fuori aveva un bel pregio: i soldi in tasca. Liquidazioni o qualcosa del genere. Dicevano parole incomprensibili: fine della new economy, ritorno alla old economy e palle varie. Ma – Dio li abbia in gloria - con i loro soldi comprarono il negozio di ferramenta del vecchio Edwin che era chiuso da tempo. Menomale! La bisbetica Mary proprio non la voleva vendere nel suo negozio quella “robaccia” (come diceva lei) che invece il vecchio Edwin aveva venduto nel suo negozio per anni prima della chiusura.
Sia detto per inciso: il negozio della bisbetica Mary una volta era un emporio che effettivamente vendeva anche quella utilissima robaccia. Oggi no. Non si usa più. È cambiato il mondo (new economy anche per lei): solo alimentari dunque e di lusso per giunta. A peggiorare le cose aveva contribuito il nuovo arredamento che aveva scelto per il suo negozio come se si trattasse di una boutique della Quinta Strada (in un paese che ha quattro strade in croce). Inoltre - proprio non si è fatta mancare nulla quella maledetta - spiccavano alle pareti della brasserie (che Dio la perdoni, ma l’ha chiamata così) pessimi bassorilievi raffiguranti una vita agreste che la bisbetica Mary non aveva mai fatto o che non si ricordava più di aver fatto o che non voleva si sapesse che aveva fatto. Ma se devo dipingere il pollaio? Le chiedevamo. E la staccionata di Leroy? Ma per la bisbetica Mary niente di tutto questo era importante: che andassero pure alla malora pollai e staccionate. Formidabile questa penna che mi ha portato il mio amico Doraimon (dietro regolare rimborso, s’intende). Scorre che è una bellezza.
I due milanesi (mi dissero i loro nomi, ma – un po’ per comodità e un po’ perché non mi ricordo i nomi - chiamiamoli uno San e l’altro Siro) ci avrebbero pensato loro.
E fu così che aprirono bottega. Rimisero l’insegna del vecchio Edwin (un po’ di pubblicità gratis non fa mai male) e riaprirono i battenti: secchi, pale, picconi, catene, chiodi, martelli, vernici, candele, pennelli, grasso, olio, carta vetrata, filo spinato, coltelli. E ancora catene, bulloni, diserbanti: avevano tutto. E fu un bene soprattutto per la staccionata di Leroy che cadeva marcia.
Sì, tutto fu buono e giusto. A dire la verità San e Siro erano per così dire in odore di omosessualità, ma fa niente. Siamo sempre pronti a passarci sopra a queste cose quando conviene. Che si facessero pure il Gay Pride a casa loro. L’importante è che vendano quello che devono vendere e tutto filerà liscio. Sia chiaro: stiano lontani dai bambini.
E invece? I due non sembravano felici. Scossi forse dal passaggio new-old economy? Una crisi di coppia? L’aria diversa della Brianza, a volte soffocante, gli stava facendo male? Era quasi estate. L’inquietudine di San e di Siro saliva, era palpabile: ma cos’è che avranno? Forse non si trovano bene? Strano. Il paese, pur riservato, è comunque ospitale. E no che non è ospitale secondo loro.
Dopo mille e mille insistenze e grazie all’offerta di un gelatino “riparatore” in piazza - anche se lontano da occhi indiscreti perché sennò chissà cosa pensano i paesani: magari che io frequento i froci al di fuori del loro ambito di accettabilità sociale dato dal loro negozio di ferramenta - infine quei due si sfogarono.
Subiamo degli scherzi, mi dissero. Scherzi? Carnevale effettivamente è passato e poi non è che qui si scherzi volentieri. Là dove c’era l’erba ora c’è… una città. Non so cosa c’entra, ma voglio dire che qui si lavora e non si ride sul lavoro. Probabilmente si tratta di scherzi fatti da monellacci. Ma se li prendo li sotterro alla cava Martinson (si fa per dire, ovviamente. Doraimon, cortesemente, non tener conto di questa affermazione e ricordati che chi fa la spia non è figlio di Maria). Ma comunque promisi un mio sincero interessamento e feci partire false indagini tanto per far vedere che ci provavo. Interrogai un po’ di figli di paesani scelti a caso e un po’ di teste calde scelte non a caso. Poi – costernato - tornai da San e da Siro.
Ho fallito, dissi. Non ho trovato… l’omertà e via dicendo, ma comunque la mia indagine qualche effetto l’avrà sicuramente ottenuto: gli autori di queste bravate si saranno sicuramente presi paura e non lo rifaranno: ne sono certo.
E invece lo rifecero subito. Quella notte stessa, così mi dissero i due Santi.
Ma rifanno di preciso che? Mettono in disordine, mi dissero San e Siro. Vede, le corde che erano ordinatamente riposte lì ora sono state sbobinate là in fondo. E poi c’è un altro fatto grave, mi sussurrò San, ben attento a non farsi sentire da Siro: le vernici. Le vernici? Feci io. Beh le vernici non hanno lo stesso ordine cromatico di quando le abbiamo messe bene in vista in vetrina mi spiegò San. Il suo compagno Siro (cioè quello che non doveva sentire, ma che in realtà ascoltava benissimo i nostri discorsi) ci tiene tantissimo ad un cromatismo perfetto dato che ai tempi delle new economy era grafico. Ci diventa matto, poverino. Loro, i mocciosi, questo lo sanno e fanno apposta a mettere vicini l’arancione e il blu, colori che non devono essere mai avvicinati. Ma così diventa blu il povero Siro.
Ma c’è dell’altro. Uffa. E l’altro cos’è? E l’altro sono le pale. Pale? Il mio amico qui che mi ha portato carta e penna – rimborsato, s’intende – e che però mi sta anche a guardare, povero Doraimon, ecco lui non ha capito la questione delle pale e forse è meglio così. Pale, pale e ancora pale. Sì le pale per scavare. Le hanno spostate? No. Le hanno rubate? Ni. E cosa vuol dire? Ni. E mi accompagnarono a vedere il nì. Nì perché effettivamente NO, non le avevano rubate. Nì perché Sì per qualcosina le avevano usate. Cominciavo a sudare. Non erano più come nuove. Il ferro non era più lucido, quasi laccato. C’erano graffiettini e incrostazioncine oltreché le classiche sbecchettature date ovviamente dall’uso. Era inutile discutere: i monellacci le avevano usate. Erano ancora vendibili, d’accordo, ma quando sono nuove nuove sono un’altra cosa.
Mi umiliai e mi prostrai davanti a loro. Non accadrà mai più, promisi da consumato politico il giorno prima delle elezioni. Scopriremo i mandanti, il livello occulto, il grande vecchio dietro le stragi. E così ricominciai i falsi interrogatori in giro per la città. Mi indignai pubblicamente: chi è che prende in giro due onesti imprenditori che peraltro fanno un servizio alla città perché se aspettavamo l’emporio (ora brasserie) della bisbetica Mary la staccionata di Leroy se l’erano mangiata le termiti da tempo? Niente. Nessun colpevole. Non è più il paese di una volta. Mio caro Doraimon che mi hai portato da scrivere regolarmente rimborsato, tu cosa ne vuoi capire? Tu mi dici sempre di sì, ma se io qualche volta dico di no mi dai sberle e mi leghi.

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