scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Mombello rapsody pag. 2

Le settimane successive furono un calvario di vetrine rotte, scritte sui muri, catene spezzate. Ma che diavolo succede? Abbiamo paura dei linotipisti, dei gatti neri, dei cattivi pensieri? Così un pomeriggio presi il telefono e cominciai a sparare ai compaesani le mie opinioni di un clown per ricordare alla Germania le sue colpe rimosse e chi doveva capire capiva. No, Doraimon, non è l’ora della medicina. Ora mi calmo. È stato un attimo. I ricordi mi pesano, sapete? Dove eravamo rimasti? Ah sì: e l’ospitalità? Dove è andata a finire, tuonò il reverendo dal pulpito. Lui che dal pulpito avrebbe dovuto dire altro e in ben altri tempi.
Ma che diavolo succede? disse anche lo sceriffo. E lui sì che era un pericolo: stella di latta, quattr’occhi e due stanghette, ma soprattutto: un cazzo da fare tutto il giorno. Era un pericolo perché era arrivato dopo i fatti. No, non i fatti di questi due gay sventurati. No, “i fatti” dell’altra volta. Chi sa poco è pericoloso perché è un dilettante e i dilettanti guardano il mondo con gli occhi giusti, quelli da bambino. Per fortuna lo sceriffo non capiva il punto centrale della questione e cioè che siamo una terra di apostati. Lo diceva anche un nostro conterraneo come Don Giussani: altro che Cattolici! In Brianza sono Protestanti. E non credo che si riferisse al fatto che i Protestanti sono antipapisti e leggono le Scritture direttamente senza mediazioni e senza catechismo, ma in modo anarchico e antiautoritario (non è un caso che il fenomeno della Lega abbia attecchito subito e in profondità in un’area culturalmente “protestante” e quindi predisposta a ricevere il messaggio di Roma ladrona, Lutero non perdona). Non è solo questo. Erano, sono e siamo eticamente protestanti per la nostra etica del lavoro per cui la conferma del far parte del novero degli eletti si manifesta nelle opere, che siano capannoni industriali oppure che siano giardinetti maniacalmente curati. L’Etica protestante e lo spirito della Brianza.
Comunque anche lo sceriffo – The Sheriff – si mise ad indagare come avevo fatto io prima di lui. Doraimon digli al dottore che è uno scandalo che mi ha tolto internet. E poi digli anche che non lo sento più il pling-pling che gli dicevo, ma sì il pling-pling… il rumore del sommergibile. Ma lui, The Sheriff, indagava sul serio. Non come avevo fatto io. Forse è la volta buona, pensai, che lo invito al capanno sul lago Kentuky a cacciare le anatre. Ne abbiamo di cose da dirci. Non abbiamo avuto ancora il tempo di conoscerci bene. Anzi, per la verità, proprio non abbiamo ancora avuto il tempo di presentarci. Ma fa lo stesso perché tanto non ci conosceremo comunque. Infatti non appena sarà al capanno avrà un incidente di caccia. O magari affogherà nel vicino invaso della miniera degli Oregon’s. Il crepuscolo degli Dei. Ciao Doraimon, mio custode più che Angelo rimborsato fino all’ultimo centesimo, ma cosa ti segni su quel taccuino? Spia del Vaticano. Tu non sai con che frequenza capitano certi incidenti. Laghi ghiacciati, tronchi d’albero rotolanti, slavine, fulmini e parafulmini in un capriccio d’estate quando ti va di traverso una spina di pesce che hai pescato. Hey Jude, non peggiorare le cose, prendi una canzone triste e rendila felice.
In più c’era un altro casino. Siamo una piccola comunità del cazzo. Le voci corrono e la curiosità pure. Diceva il Poeta: una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. Così la curiosità spinse ad affollare quel negozio al di là delle necessità quotidiane. E così a giugno si cominciarono a fare le provviste per l’inverno: pale da neve, perché ogni anno la neve arriva prima; ramponi da ghiaccio perché tanto adesso o più avanti li devo comprare; filo spinato perché le pecore sennò mi rovinano i campi e anche se i campi non li tengo più da decenni è uguale. Metti che in futuro il prezzo della segale risalga io…. E così via. Tutti a vedere il Circo degli Elefanti. Entrata gratuita, cosa sempre gradita.
Era chiaro che in queste situazioni qualche parola sfuggisse. Passi per lo sceriffo che era quello che era. Qui mandano sempre quello che avanza. Lui indagava fastidiosamente e con occhi da bambino, ma non aveva l’intuizione giusta. Rompeva i ciglioni, ma non avrebbe capito comunque. Il problema erano quei due che venivano da Milano. Sì, a quanto avevamo capito avevano fatto crollare l’economia mondiale… ma non da soli: loro avevano solo “contribuito”. Quello che voglio dire è che San e Siro stupidi non erano. Cominciarono a mangiare la foglia. E cominciarono a stare attenti alle mezze parole. Ai dettagli. Mi spiego meglio: uno serviva i clienti e l’altro si aqquattava tra gli scaffali e tra la merce ad ascoltare di contrabbando i discorsi degli altri clienti – quando ce ne erano – sparsi per il negozio. Tanto va la gatta al lardo che… beh non lo so più. Ma era al largo o al lardo? Insomma: riprendo il discorso. Si nascosero finché non udirono la frase incriminata. La vecchia Ethel - incredibile: la moglie di Leroy: loro e la loro maledettissima staccionata quanto hanno rotto! – disse: “È come l’altra volta”. Ecco cosa disse.
È come l’altra volta. Voi pensate al mare di congetture messe in moto da una semplice frase. È come l’altra volta. Ma allora c’è stato un precedente, pensarono i due: evidentemente la banda di monellacci era stata già protagonista di incresciosi episodi analoghi. E fu così che si andarono a lamentare dal Sindaco il quale stette zitto zitto e fu meglio per lui e non solo perché le elezioni erano vicine. Il Sindaco maledisse tra sé la vecchia Ethel e quella maledettissima staccionata che andasse alla malora una buona volta. Ma – da politico consumato quale non era - promise e promise ancora. Poi si impegnò formalmente. Con fare solenne guardò la bandiera e giurò sulle stelle e sulle strisce che non avrebbero mai più patito quegli scherzi idioti.
E invece gli scherzi ripartirono regolarmente. Subito. Da quella notte. Nel negozio chissà cosa avevano fatto quella in quella occasione. C’era un odore, un odore pungente di stoppia bruciata. Quell’odore che si sente a dieci chilometri di distanza. E poi c’era la questione delle pale. Ancora le pale. Ma cosa ci dovevano fare quei parassiti? A usarle così poi si rovinavano e nessuno le avrebbe più comprate, si lamentavano San e Siro.
E qui si sbagliavano. Perché noi del paese ci organizzammo e comprammo lo stesso le loro pale anche se non ci servivano. Infatti era necessario frenare la loro ira. Il negozio ci serviva. Il casino meno. E così giù pale a tutto spiano per tutti gli usi e per tutti i gusti.
Anche Buddy, l’incazzoso Buddy, comprava, comprava, comprava. I bambini lo chiamavano Necrosius. Il nome forse lo aveva scelto un bambino più colto degli altri che probabilmente aveva letto qualcosa del solitario di Providence: non si sa mai cosa nascondono le biblioteche private delle nostre parti: perle nei porcili. Il povero Buddy lo chiamavano così – Necrosius, intendo – perché letteralmente perdeva i pezzi. Non era lebbroso, ma qualcosa del genere. Era soltanto un povero marcione. Era stato in Vietnam o giù di lì non per vacanza ed era stato contaminato dall’agente arancio (che – sia chiaro una volta per tutte - non sta bene vicino al blu). Aveva avuto una qualche malattia alla pelle: non ho capito mai bene.
La storia del povero Buddy, incompreso reduce dal Vietnam, mi consente una breve divagazione. Ascoltala Doraimon perché riguarda anche te. Infatti è comune dalle nostre parti e per quelli che hanno una certa età, il mito del Vietnam. Il mito si diffuse nei primi anni ’80 e colpì i bambini e i ragazzi di allora che - spinti da certo cinema americano (Platoon, Full Metal Jacket, Apolicalypse Now, ma soprattutto Rambo I) – sentirono per così dire il richiamo della foresta, nel nostro caso il richiamo del Parco. Il richiamo del Parco li spingeva a far la guerra a misteriosi musi gialli che sbucavano dal sottosuolo del Parco di Monza. Che caldo, si soffocava. Cosa ne capivamo noi dei sottointesi politici di quei film di cui subivamo però fascino profondo? Niente. Un po’ come oggi. Capimmo solo dopo anni che gli USA erano stati sconfitti in Vietnam: all’epoca pensavamo che avessero vinto. Ma fa niente: quei film ravvivavano la stanca e scolastica retorica resistenziale da 25 Aprile che cominciava già allora a perdere colpi (e quanti colpi avrebbe perso in seguito nessuno allora avrebbe potuto immaginarlo). Era bello – più a stelle che a strisce – pensare che l’esercito USA era stato alleato ai Partigiani durante la guerra. Sì, avremmo voluto una nuova Resistenza con il suo romanticismo solitario dei fuochi accesi nella notte in montagna che brillano da lontano. Certo ci mancava un nemico. I nazisti? nella nostra zona non ne avevamo visto mai uno dal vivo. I fascisti? C’era un vecchio in paese – poi abbiamo capito che era un reduce di Salò, ma neanche tanto di Salò, quanto piuttosto un reduce di quegli anni – che iniziava ogni discorso alternativamente con: “quando c’era il Duce…” oppure: “Ha ragione Almirante quando dice…”. Troppo poco per essere un nemico. I comunisti? Quelli del Circolo dei compagni non sembravano così pericolosi tanto da essere combattuti. E comunque: chi avrebbe preparato le salamelle al Festival dell’Unità se ci fossimo dichiarati anticomunisti? Gli ebrei? Mah. I negri? Non c’era ancora stata l’ondata di immigrazione che ci sarebbe stata negli anni successivi. I Musi Gialli? Nemico che sentivamo già come più appetibile. Nessun rischio, ideologicamente neutri (almeno così ci sembravano all’epoca). Ma erano proprio cambiati i tempi: questa volta anziché ritirarci come i nostri nonni sulle montagne avremmo forse preferito ritirarci al mare.
Ehi, Doraimon, diglielo al dottore che giocavi anche tu alla guerra con noi inseguito da quel bastardo di Sceriffo (The Sheriff). Lui, quel bastardo di Sceriffo, lui non aveva rispetto di chi come noi aveva combattuto per la libertà o così ci avevano detto. Oggi non ne sarei più tanto sicuro. La verità è che abbiamo perso tempo nel Parco in quegli anni. Stop coi Rolling Stones. Se rinasco colleziono francobolli. Loro e solo loro non ti tradiscono mai.

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