scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Mombello rapsody pag. 3

Doraimon! Non ti permettere! Non dire che l’America è lontana e che non c’entra un cazzo con me, con noi e con la Brianza. C’entra, c’entra, c’entra sempre. Hai presente, Doraimon, il video di Bruce Springsteen "Born in the USA"? Ebbene nel video c'è una serie di immagini flash che "rappresentano" gli USA del 1984 circa: macchina in vendita, ponte visto da sotto, uomo tatuato, esercitazioni militari, cimitero di guerra, vista da uno specchietto retrovisore, poliziotto con un occhio bendato, ancora esercitazioni militari, fila davanti a non so che, fabbriche viste da una macchina in movimento, case, festa di compleanno di bambino, coppia di sposi che esce di casa, Luna Park, auto che parcheggia, bambino straniero, poligono, studentesse che escono da scuola, operaio in giro per la città, ragazzi che giocano a baseball. Ovviamente bandiera USA. Tutte immagini che – mutatis mutandis - potrebbero andar bene per noi brianzoli. American Pie. Tanti strati, tanti gusti. Capannoni e villette. Noi siamo l’America della provincia, quella laboriosa dei grandi laghi, lontana da Washington. Noi siamo il New England profondo, quello delle fabbriche e delle villette a schiera. Anche noi siamo protestanti come loro. Solo che noi siamo protestanti calvinisti, mentre loro sono protestanti puritani. L’unico torto degli americani è quello di non averci costruito qui dalle nostre parti una bella base NATO. Pensa che bello che sarebbe stato: aerei che rombano, campi da baseball, Giorni del Ringraziamento. Altro che Aviano, altro che Vicenza: a Monticello dovevano costruire la base. E poi via a fare esercitazioni e a bombardare per sbaglio le Langhe fino a spianarle. Born in the USA I was.
Ma a proposito di guerriglia nel Parco: Doraimon? Mi pare di ricordare che tu – proprio tu: mio carceriere – ti isolassi in quei lontani pomeriggi nelle zone più solitarie del Parco. Noi incuriositi un giorno ti seguimmo. Solo ora metto bene a fuoco questo ricordo. Quella volta ti inoltrasti nella boscaglia bassa, quella nera e tutta ricoperta d’edera, fino ad un ceppo d’albero che era stato tagliato chissà quanto tempo prima: marcio e muschioso. Ti vedemmo inginocchiarti davanti a quell’inaspettato altare per adorarlo. Doraimon: vecchio paganaccio maledetto! Se l’avessero saputo i tuoi genitori chissà cosa avrebbero detto? Loro che erano così attivi nella Democrazia Cristiana. Loro che si impegnavano così tanto in Parrocchia nella “Catechesi per adulti”. Cosa rappresentava quel ceppo per te? Che religione era quella che tu – camuno del cazzo – praticavi nell’umida foresta primordiale mentre noi, nella medesima foresta, sopportavamo calura, insetti e agente arancio per garantire la libertà all’occidente? Tu in che cosa credevi veramente? Credevi nella libertà come noi ex giovani combattenti o credevi forse nei cinque cereali?
Dove ero rimasto? Ah sì, ci eravamo comprati le pale. Ma ormai la cosa non poteva essere più fermata in nessun modo. Era come la Rivoluzione: quando arriva arriva e non ci sono brioches a sufficienza che possano sfamare gli insorti. Doraimon: digli al dottore che adesso non posso venire: lo vedrò più tardi. Digli piuttosto di riconsegnarmi il mio tamburino bianco e rosso. Glielo avevo dato quando mi hanno portato qui e non l’ho più rivisto. È vero: un tamburino non è più di moda, ma cosa volete farci: a me piace. Cos’altro non è più di moda? Il gatto con gli stivali? Beh: a me il gatto con gli stivali piace. Non sono fatto per vivere l’oggi. E l’ho capito un giorno che camminavo sulla riva del grande fiume cercando un punto buono per buttarmi dentro.
Altra divagazione. Altro giro, altro regalo: oggi sono in vena: il Lambro è per me come il Missisipi per Mark Twain: una fonte di perenne ispirazione. Nel Lambro, così come nell’immenso e possente fiume americano, affiorano talvolta carcasse trascinate da chissà dove e chissà perché e che sembrano guardare – a volte seguire con gli occhi che non hanno – noi comuni mortali seduti sulla riva. Una volta mi ritrovai nello stesso punto a distanza di tempo, forse di anni, e rividi casualmente una macchia su di un albero, un’immagine che si era impressa nella memoria per poi scomparire. Rividi anche una ruga sul terreno e un mattone che sporgeva male da un muretto basso. Mi ha fatto piacere ritoccare quegli elementi e mi fatto piacere pensare: io li toccherò in futuro quando tutto sarò cambiato, quando il peggio sarà passato. Loro saranno ancora lì: rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male. Ed è rassicurante oggi pensare quando le cose vanno male o cala l’inverno – l’inverno dell’anima, intendo – che là fuori ci sono rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male e che loro – alla fine solo loro – non ti tradiranno mai, come i francobolli.
E scoppiò un altro casino. Bevete acqua Evian, sentivo dire in strada. Quel pazzo del fruttivendolo urlava questo spot pubblicitario. Non so perché. Neanche la vende l’acqua Evian. Ma ormai il bubbone – e lo capite da voi - stava scoppiando. Anche lo zafferano in bustine avanzava irricevibili piattaforme sindacali. Non più zafferano Tre Cuochi, ma dovevano essere 5 Cuochi e tutti con le 35 ore: meno lavoro per tutti a parità di salario! Era ovvio: la fine era vicina. L’acqua Evian aveva costretto il fruttivendolo – sotto minaccia delle armi o dell’avvelenamento - a farle pubblicità perché le sembrava di non andare più di moda come una volta. Il fruttivendolo singhiozzava. Era stato ricattato da quella maledetta acqua che avrebbe rivelato tutti i suoi segreti: vizi privati e pubbliche virtù. E di vizi privati doveva averne parecchi perché non la smetteva più di piangere, singhiozzare, ma soprattutto non la smetteva di pubblicizzare l’acqua Evian che lui fra l’altro non vendeva nemmeno.
Non avevamo ancora finito di chiarire la questione del fruttivendolo e dello zafferano Tre Cuochi che fu la volta delle, matite dei righelli e delle squadre del geometra del paese - qui noi non abbiamo spazio per architetti e designer: ci accontentiamo di meno - insomma matite, righelli e squadre si misero a disegnare. Si misero a disegnare - mica male a dire il vero - la città che volevano loro: giardini piscine. Ma non ci sono già? Scuole, parchi e biblioteche. Ma non ci sono già? Piste ciclabili. Ma con quello che costano? Tasse no, ma piste ciclabili sì?
Doraimon, ho capito. D’accordo. Prendiamo le medicine. Effettivamente qui mi danno quelle medicine, non sono per nulla amare. Ti senti strano. Diverso, compiuto e completo. Migliore. Certo mi viene in mente che il buon Richard che sono trent’anni che prende le medicine e sono trent’anni che non si vede e che vive nella casa sulla strada per la collina. A volte lui lascia messaggi nel cavo di un particolare albero come se fossero messaggi in bottiglia lanciati in mare. Mi rendo conto che sono medicine per non disturbare i vicini.
Torniamo a noi. Ovviamente le rivolte fanno emergere i leader. Fu pertanto quello il momento degli eroi, ma non solo. Nel nome del Padre, del figlio e via dicendo. Anche loro – gli eroi – a quel punto si incazzarono e fecero sentire la loro voce stentorea e con un forte eco, ma d’altronde proveniva dall’oltretomba. Come fecero? Ecco come fecero.
Dovrebbero essere ad altezza vista. Nella realtà sono un metro sopra i nostri occhi. Dovrebbero essere lette. Nella realtà sono ignorate. Dovrebbero generare orgoglio e senso di appartenenza. Nella realtà generano indifferenza e disinteresse. Dovrebbero suscitare il ricordo. Nella realtà producono l’oblio. Sono le targhe commemorative. Nessuno sa quante siano. Non è mai stato effettuato un loro censimento. Ci sono le targhe per gli eroi. Ma ci sono le targhe per gli scrittori. Ci sono le targhe per i pittori. Ci sono le targhe per i martiri. Ci sono le targhe per i musicisti. Ma ci sono le targhe anche per gli eventi memorabili. Ci sono le targhe per le stragi. Ci sono le targhe per gli scienziati. Ogni città ha targhe commemorative. Ogni amministrazione locale discute - anche animatamente - dove apporle e a chi dedicarle. Ogni amministrazione locale predispone una bella cerimonia il giorno in cui la targa viene apposta e nella cerimonia si sprecano belle parole di ricordo o di “richiesta di giustizia” o “per non dimenticare”, a seconda delle circostanze. Un articolo di giornale il giorno dopo. Poi più nulla. Le targhe negli anni si consumano e diventano illeggibili. Talvolta negli anniversari alla targa viene agganciata una corona di fiori. Ma in pochi mesi le dorature si asciugano e si incrostano. Il verde marcisce e poi secca. Fino al successivo anniversario. Ebbene quel giorno le targhe presero vita e si staccarono dai muri facendo saltare le viti arrugginite che ve le tenevano agganciate. Non è possibile in questa sede rendere conto in dettaglio di tutto quello che dissero e rivendicarono. Vi dico solo che la marmaglia di Santi, Eroi, Poeti e Navigatori improvvisò un disordinato corteo più largo che lungo. Come un Quarto Stato avanzarono pressappoco le seguenti sbriciolate richieste: ma in che cazzo di via mi avete messo? Con tutto quello che ho fatto io per l’Italia; ma sono tutto sporco (si erano infatti risvegliate anche le statue): possibile che nessuno si sia degnato in questi anni di raschiarmi le incrostazioni?; ma chi è quel villano ha scritto le didascalie sulla mia targa? Come ha osato definirmi surrealista? Io non so più chi sono o chi dovrei rappresentare? (era una targa letteralmente illeggibile); non è vero che Garibaldi ha dormito qui (ma il testo della targa sembrava volerci convincere dell’opposto). Questa era la prima fila: gli incazzati, potremmo definirli. Seguiva – ed era la marmaglia più grossa – una serie di corpi tumefatti e bruciati che si lamentavano: erano i quindici morti dell’incidente ferroviario accaduto a Monza il 5 gennaio 1960. A differenza dei pittori e dei poeti che avevano - almeno una fugace - presenza nei libri, di loro non si ricordava più nessuno. Raccontarono la cattiva sorte che era toccata loro. Morti in un incidente ferroviario, e passi. Ma nemmeno un po’ di attenzione: subito sepolti dalla cronaca che non poteva occuparsi di morti così semplici dal momento che in quegli stessi giorni erano morti Coppi, Camus e la figlia di De Filippo. Quindici righe in cronaca per quindici morti.
La protesta non era ben articolata ed era inevitabile che il corteo sbandasse e che si creassero dissidi al suo interno: pittori contro architetti, discussioni sulla superiorità della cultura artistico letteraria rispetto alla preparazione tecnico scientifica; tu hai un posto più bello e più centrale; non sono stato capito nella mia epoca figuriamoci in questa; l’avevo detto che io sarei stato rivalutato al contrario di altri che non vedo più nemmeno citati e di cui non voglio nemmeno dire il nome altrimenti qualcuno li va a cercare su qualche vecchia enciclopedia; dov’eri tu mentre noi facevamo la Resistenza?; vedo che anche a te è stato concesso qualche onore che non meritavi. Musica la tua?…. E ovviamente: Cinque Cuochi anziché Tre, 35 ore a parità di salario. Immancabile: bevete acqua Evian.
Doraimon, io qui fondo un sindacato: possibile che non si possa avere un po’ di kebab alla mensa o, come lo chiamavamo all’asilo, al refettorio.
Lo sceriffo – The Sheriff – che più ci penso più credo che fosse un vigile urbano sparò un paio di colpi in aria con la sua pistola d’ordinanza nella speranza di portare un po’ d’ordine. Ma ottenne poco se non zittire almeno per un po’ il rumoroso corteo senza meta e senza programma.
Non era la prima volta che si verificavano fatti del genere. In paese lo sapevano tutti tranne i due Santi e lo Sceriffo. E a sorpresa furono proprio i più imbecilli, lo Sceriffo e i due Santi, a costringerci a parlare. Grazie al loro istinto animale si erano accorti che sapevamo qualcosa che non volevamo dire dal momento che non sembravamo eccessivamente sorpresi dall’accaduto. Noi spiegammo alla meglio che effettivamente il vecchio Edwin, l’ex proprietario del negozio di ferramenta, non era per così dire un modello di virtù. Fu costretto a chiudere il negozio dopo una rivolta degli utensili che vendeva di giorno e utilizzava in certi modi certe notti. La rivolta all’epoca fu decisamente più contenuta di quella capitata a San e Siro. Evidentemente dovevano aver pensato che il vecchio Edwin avesse riaperto i battenti. Non era vero; si sbagliavano. Era stata montata solo la vecchia insegna, ma Edwin non c’era più.
Ai tre imbecilli facemmo più o meno anche questo discorso. Qui il cattolicesimo non ha mai attecchito in profondità, ma ha avuto solo un’adesione formale, come quella dei popoli sconfitti in guerra. In realtà qui noi siamo protestanti, calvinisti o pagani nel senso più profondo del termine. Vero Doraimon e il tuo ceppo? Ma questo protestantesimo e questo paganesimo che oggi non ha più possibilità di sfogo formale e liturgico (se non nel profondo della foresta nera) non è scomparso del tutto. Non sappiamo realmente perché, ma come un fiume carsico scorre sotto la crosta terrestre per ricomparire a decine di chilometri di distanza così il nostro protestantesimo riemerge costantemente nelle cose che ci circondano e negli oggetti d’uso quotidiano come gli utensili o le villette e i giardinetti che vi dicevo.
E furono proprio gli oggetti che non vollero saperne dei turpi maneggi nel cimitero cittadino del vecchio Edwin nelle notti dopo i funerali di giovani donne. Gli utensili presero la parola e si ribellarono perché gli oggetti devono essere utilizzati per dimostrare, con le opere, che si è stati scelti dal Signore.
All’epoca mettemmo il vecchio Edwin in un manicomio – ben legato, ovviamente - e rimettemmo a posto le cose nel cimitero. Ciò bastò a placare gli animi degli oggetti inanimati che rientrarono ben presto nelle loro quiete forme immobili. Ovviamente noi paesani per tacito accordo nascondemmo alle autorità l’accaduto. L’ipocrisia di gruppo fece sì che ce ne dimenticassimo in fretta. Facemmo dire – ironia della sorte – anche una messa riparatrice dal reverendo; lo stesso che anche questa volta fece finta di niente.
Questa volta fummo costretti a fare di più: oltre alla ipocrita messa, da buoni protestanti che hanno bruciato le streghe fino a pochi anni prima, demmo alle fiamme anche l’insegna della ferramenta del vecchio Edwin. Un’autodafé per non creare più equivoci tra noi e quel mondo che non conosciamo o conosciamo poco. Quel mondo che ci sta vicino giorno e notte e non fa commenti, ma che evidentemente ci osserva e ci sente. Giorno e notte. Quel mondo che qui – forse per il nostro protestantesimo naturale o forse per le invocazioni pagane di Doraimon - per due volte in pochi anni ha voluto prendere contatto con noi.
Talvolta mi sogno – sogno di me stesso – con la pistola in bocca. La pistola in bocca. La pistola in bocca. The Day the music die. Pistola in bocca. Helter Skelter. Pistola in bocca. American Pie. La pistola in bocca.
Come cantava Aznavur: “Io Sono Un Istrione”. Basaglia del cazzo. Ma non dovevano chiuderli i manicomi perché – e cito sempre l’esimio maestro Basaglia – “il ricovero coatto provoca la cronicizzazione”?
Ah, cosa dici Doraimon? Dici che questo manicomio è stato chiuso e che c’è solo nella mia testa? Bene. Bravi. Affondata la teoria di Basaglia: sono cronico anche se sono fuori. Glory Days.
Ancora una cosa: ma se il manicomio è stato chiuso ed esiste solo nella mia testa, ma tu, Doraimon, chi sei?

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