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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 2

«Beh… ragazzi, lasciatemelo dire, ma questo è veramente un bel casino» disse Alex. «Secondo la cartina, qui, non ci dovrebbe essere nessuna deviazione, ma la strada proseguirebbe a nord-est» indicando, «la deviazione verso nord-ovest non è segnata».
«Beh, ma allora andiamo verso nord-est, no?» intervenne Delphine.
«Non so» la contraddisse Mary, «se hanno costruito un’altra strada ci sarà una ragione, no? Magari quella vecchia era inservibile».
I ragazzi allungarono il collo: la strada di nord-est serpeggiava a ridosso della foresta, quasi soffocata dalle piante che sembravano aggredirla da ogni lato, mentre quella di nord-ovest era bella, lunga e dritta, e ai suoi lati gli alberi erano stati tagliati per un buon tratto. Una superstrada in pieno sole.
«La cartina è dell’anno scorso» precisò Alex. «Quanta strada possono aver costruito in un solo anno? Non è che, percorrendola, ci troveremo bloccati in qualche cantiere?»
«Se fosse così, però, avrebbero sicuramente messo dei cartelli, o dei paletti per bloccare l’accesso». Gabriel era sempre il più ottimista. «Se non l’hanno fatto, vuol dire che è tutto a posto. Avanti, non perdiamo troppo tempo…»
«Sì, però chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova…» sbuffò Louis, avviando il motore e imboccando la strada di nord-ovest.
«E dài, di che cos’hai paura?» trillò Delphine, dandogli un buffetto su una guancia.
A differenza di quel che credevano, e quasi per dar ragione ai timori di Alex, dopo circa mezz’ora la strada – che all’inizio sembrava proseguire dritta all’infinito – si interruppe lasciando il posto a quello che a prima vista pareva proprio un cantiere: un vasto spiazzo fangoso dov’erano state costruite delle capanne di lamiera, un camion mezzo carico di terra, delle ruspe, un’escavatrice, una betoniera e vari attrezzi sparpagliati ovunque: mattoni, lastre di metallo, carriole, sacchetti di malta, martelli, cazzuole. Un silenzio irreale regnava tutt’intorno.
«E adesso, che si fa?» mormorò Alex. «Di qui non si passa certo!»
«Proviamo a chiedere a qualcuno» propose Gabriel. Si portò le mani a coppa alle labbra: «EHIII! C’È QUALCUNOOO?»
«…UNOOO» rispose l’eco. Lontano, risuonò il ruggito di qualche animale. Per il resto, il luogo sembrava abbandonato.
«Non capisco» disse Mary. «Non è domenica, non è festa, e comunque almeno un custode ci dovrebbe essere. Molto strano…»
Alex aprì la porta di un capanno: c’erano un rozzo tavolaccio di legno e delle panche. Sul tavolo, ad intervalli regolari, erano posate delle marmitte in stile militare e dei bicchieri di plastica. Una fiasca di vino, mezza vuota, troneggiava solitaria al centro. Nelle marmitte erano infilate delle posate e si notavano gli avanzi di una qualche poltiglia. A giudicare dalla puzza che emanava, doveva essere lì da un paio di giorni.
«Di là ci sono i dormitori» esclamò Gabriel, indicando un altro capanno. «È tutto in ordine, come se non fosse accaduto nulla».
«Questo è curioso» mormorò Alex. «Se ne sono andati via all’ora di pranzo, senza finir di mangiare e senza neppure far fagotto… ma perché? Perché?»
«Non lo so… e non lo voglio sapere». Mary si torceva le mani guardandosi ansiosamente intorno. «Ma questo posto mi dà i brividi… voglio tornare indietro!»
Gabriel si strinse nelle spalle. «D’accordo, a questo punto… tanto, di qui non si può proseguire».
Risalirono sul furgoncino. Louis inserì la chiave nell’accensione. «Siamo tutti pronti?» chiese.
«No, aspetta» lo bloccò Mary. «Manca Delphine!»
«Oh, Gesù!» sbottò Alex, gli occhi rivolti al cielo. «Ma perché quella non è mai dove dovrebbe essere?» Aprì la portiera e scese: «DELPHINE, MUOVITI; ALTRIMENTI CE NE ANDIAMO E TI LASCIAMO QUI. DELPHINE! DELPHINE! DELPHIIIIIINE!» urlò, con quanto fiato aveva nei polmoni.
Nulla. Nessuna risposta. Alex cominciò a tremare; anche gli altri erano scossi dai brividi.
C’era qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato, in tutto quel silenzio: a differenza di quello che era successo la prima volta che avevano gridato, ora non si era sentita nessun'eco.

(Simone Valtorta, Desio, 14 aprile 2007)

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