scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La madre tuttofare" pag. 2

E veniamo al Cavaliere, che ormai galoppa solo con gli occhiali e inizia le giornate tenendo il Corriere della Sera tra le mani.
Un the, un Pavesino dal vassoio, due cucchiai di pappa reale che Amelie gli fa ingoiare dopo averlo sollevato su un cuscino – glielo frappone tra l’acutezza delle scapole e la testiera intarsiata primo novecento – e lui apre il quotidiano fresco di stampa. Inizia dalla pagina degli annunci mortuari, controlla tra le lenti se ci sono nomi conosciuti, apre un quaderno che tiene dentro il comodino, spulcia un elenco, depenna gli amici morti e aggiorna il conto delle partecipazioni sulla pagina che un giorno – come dice rivolto a chi gli bada – sarà tutta per lui.
Per il resto delle ore, il buon uomo si trastulla scricchiolando avanti e indietro il parquet per mantenersi in forma, o sta seduto in soggiorno, in una poltrona con poggiapiedi incorporato, dove s’intrattiene curioso come un bambino con l’hobby per l’entomologia, sfogliando una raccolta di volumi sugli artroprodi, e gli insetti in genere, per i quali ha dimostrato da sempre un interesse maniacale, quasi ossessivo. Un libro vero, che non sia stato l’annuario rilegato dei gran premi ippici a Maia di Merano, mai letto. Porte chiuse, non riceve visite e vuole stare in pace. Verso le 11, e nel pomeriggio dopo un riposino, Amelie, se non piove, lo accompagna a strascicare i piedi nei giardinetti pubblici vicini a casa.
Là, tra un passo lento e un altro sollevando le ginocchia per sgranchire le articolazioni ossute, lui si ferma, traballa sul bastone, lo alza, indica alcune palazzine alla compagna al fianco e dice: “Vedi Melì, in quella abitavano gli... e in quell’altra... “. Senza il suo quaderno, da qualche tempo il poveruomo non ricorda i nomi. E la donna, cadenzando l’andatura dei pensieri, rinnova l’eloquenza taciturna ripetendo: “Ah! Cavaliere mio”.

Un pomeriggio di aprile di quest’anno, piovigginava da diversi giorni, il Bolozzo era costipato fin dai primi di marzo, oltre che afflitto da una tossetta fastidiosa, e Amelie era partita di buonora per andare a Lugano – sarebbe rientrata in tempo per preparare e far bere al Cavaliere la tisana della buona notte, mescolata con uno speciale balsamo che sua madre aveva espressamente preparato per alleviare il malessere dell’uomo, e che le aveva dato l’ultima volta che si erano viste – la palazzina in via dei Quattro Angoli era nelle mani di una rumena fatta venire come sempre da Amelie quando doveva assentarsi. La comunitaria se ne stava in camera a guardare la televisione, mangiare merendine, dormire, e all’improvviso una buffata da nord-est spazzò il cielo di Como.
Il sole rosseggiò d’arancio alle vetrate e il Cavaliere, stanco dell’aria inscatolata in casa, si coprì, s’infilò non visto tra le ante di un portone e uscì appoggiandosi al bastone; raggiunse sprezzante del pericolo l’altro lato della strada e si avviò verso i giardini pubblici da solo. Arrivò alla panchina dove si sedeva dopo la passeggiata abituale, e qui i suoi occhi furono attratti dall’iridescenza di una ragnatela vicino allo schienale. Luce sbieca, vibrante l’aria tra i colori sparsi sull’intreccio per impreziosire un’esecuzione di per sé più che perfetta, e lui si avvicinò. Sulla tessitura, nessuna traccia dell’artefice.
Si accomodò seduto, sostituì gli occhiali, inforcò quelli più spessi e iniziò a ispezionarla. Sul bordo superiore, seminascosto da un rampicante, lo vide. Aveva il dorso azzurro, punteggiato di vivaci macchioline verdi, e se ne stava immobile.
Impastò tra le lenti i due colori e s’insospettì per il giallo di un mistero. In mente la foto su una pagina del volume intitolato “Gli aracnidi”, e corrugò la fronte perché quel ragno era un esemplare del Nord Africa ritenuto velenoso, appartenente a una specie che disponeva solo di una dose di veleno, e che moriva subito dopo aver punto qualcosa; talché risultava difficile addossargli la responsabilità della morte di qualcuno, uomo o animale, se non si aveva la fortuna di trovare lì vicino l’omicida privo di vita. Il Cavaliere restò a lungo pensieroso. Pensò anche ai disperati d’oltremare sui barconi, poi, non sentendosi bene e accelerando i battiti del cuore, decise di rientrare a casa. Alzandosi, gli venne istintivo dire: “Ah! Ci mancava anche il clandestino con la pistola a un colpo!”. Quindi si girò per avviarsi e aggiunse: “Ti saluto, assassino senza volto!”. L’animaletto, forse offeso dalle ultime parole, sollevò una zampa, e il Cavalier Bolozzo arretrò incredulo il viso, interpretò il movimento come un gesto di rivolta e si riavvicinò alla tela. Unì all’orgoglio di un entomologo per caso la convinzione che quel ragno si trovasse fuori posto e si lasciò andare giù sulla panchina.

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