scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"La madre tuttofare" pag.3

Intenzionato a spiegargli come stavano le cose, puntò gli occhi sulla bestiola e cominciò a rinnovare, tossicchiando e a voce bassa, le sue origini partite da un contado del lombardo meneghino; finché passò a quelle dei compatrioti dell’intruso traghettati qua con lui. E a questo punto volle metterci del suo, e mise in luce il passato famigliare delle foto-tessere in ceramica esposte nella cappella di famiglia, e quello personale delle cronache locali. Elencò nomi alla rinfusa, luoghi, date, anche ordini d’arrivo, e commentando un battimani quando fu nominato Cavaliere dello sport in camicia nera, per una medaglia d’oro vinta in un concorso a ostacoli abbelliti dai fasci del Littorio – avvenimenti andati in grassetto sul principale quotidiano di Milano – vide il ragno muovere tutte le zampette sempre più velocemente. Il Bolozzo, avuta l’impressione che quell’insetto si fosse interessato alle sue storie, si inorgoglì, abbassò le palpebre e borbottando sgranò le sequenze della propria vita proiettata su uno schermo inesistente – l’imbrunire era ormai prossimo e il buon uomo non si avvide di quello che mutava attorno a lui.
Spintosi a ritroso nel passato – fino in braccio alla mamma che gli sussurrava una nenia per farlo addormentare – il Cavaliere si commosse. Cercò di tirar fuori dal pastrano un fazzoletto, ma qualcosa di indefinibile gli impediva ogni movimento – una luce impolverata, lattiginosa, oscurava il presente ai suoi occhi inumiditi.
Provò a muovere un braccio, poi l’altro. Tentò di raddrizzarsi sulle gambe: nessuna azione gli era permessa; salvo tossicchiare il torace in brontolii. Si sentiva imprigionato, serrato come in un bozzolo di quelli che aveva visto da bambino in mano al genitore – fu il giorno che andò con lui a fare un giro nello stabilimento a bordo di un’Isotta Fraschini con autista; quando suo padre glieli mise nella tasca della giacchetta principe di Galles senza collo, ma con la martingala, elargendo spiegazioni non richieste sul lavoro manifatturiero e preannunciandogli che sarebbe stato compito suo, da grande, occuparsi di tutto. La volta in cui il Bolozzo vide in modo chiaro il suo futuro lontano da quei luoghi orribili.
Fatto sta, che dopo diversi tentativi inutili, il Cavaliere volle gridare, ma la voce non gli arrivò nemmeno alla gola. Terrificato per l’inspiegabile impotenza, il poveruomo rimase inebetito; poi l’inquietudine lo allontanò nell’incoscienza staccandolo dalla fisicità.
A mala pena riusciva a respirare, ma ancora nulla impediva il processo della mente. E lui si adattò alla nuova condizione, all’opportunità di anticiparsi il perdono, la pace – nessuno sforzo, nessun obbligo di fornire spiegazioni.
Calò la sera e il Cavalier Bolozzo sentì le mani infreddolirsi, il corpo farsi insensibile, e pensò a quel ragno infido: “Che mi abbia punto?” si chiese. Ed ecco che una sonnolenza perniciosa, favorita poco per volta e complicatasi incoraggiando i battiti del cuore, mise fine ad una dinastia padana personificata dall’ultimo rampollo: un mancato industriale della seta persosi per strada per un’incollatura, anche svizzero-italiana, dopo aver corso la cavallina per tutta la vita.

Nel frattempo, nella palazzina di via dei Quattro angoli, la rumena si era stiracchiata fuori dal letto e ciabattava verso la cucina. Per cena ci sarebbe stato il “riso giallo”, come lo chiamava lei, il risotto alla milanese che Amelie aveva preparato per il Cavaliere prima di partire. A lui piaceva fatto al salto, con la crosterella su entrambi i lati. Come quello che gli portava in camera sua madre di nascosto, quando il padre urlava: “A letto senza cena, mascalzone!”
E questo succedeva ogni volta che l’autista-giardiniere brontolava: “Siur cumenda, per catturare i maggiolini, il Giangi ha rovinato ancora le sue rose Complicate!”

Due giorni dopo quella strana sonnolenza, che ghiacciò il Cavalier Bolozzo sopra una panchina, il Corriere della Sera mise in chiaro in un trafiletto filettato la scomparsa di un “bel uomo” e l’orario delle esequie.
Amelie S. – fianchi leggermente appesantiti, a braccetto di sua madre che indossava dei pantaloni blu e una giacca di colore cremisi scuro, altrimenti detto “rosso magenta – accompagnò Giangiacomo fino alla cappella di famiglia.
Preciso che la giacca, smessa dalla consorte di un farmacista appena laureato, mostrava il bavero impreziosito da un ragno d’oro luccicante piccoli brillanti – un gioiellino donato a una donna tuttofare, affidabile, discreta e previdente, in occasione del cinquantenario della sua assunzione in una farmacia di Lugano.
Qualche padano meneghino partecipò nella colonna degli annunci al lutto della figlia, che presenziò ai funerali solo con il nome, e successivamente, la madre di Melì, rientrata a Lugano, dopo aver svolto una pratica di affidamento, portò in Italia un nipotino che da quel giorno fissò la sua residenza a Como.

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