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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Fame" pag. 2

Questo era più che sufficiente a rendere infelice la sua esistenza. Ma negli ultimi tempi, se possibile, la situazione era pure peggiorata. Da quando il nuovo compagno di sua madre s’era trasferito a vivere da loro non le erano sfuggiti certi suoi sguardi, sguardi che le provocavano strani brividi e una voglia incontrollabile di farsi piccola, piccola, e sparire. Quanto poi alle aspirazioni artistiche di sua madre, la cosa le era indifferente. Di sicuro, più che le luci della ribalta, avrebbe preferito gli odori e i profumi della cucina di un grande ristorante. Quella sarebbe stata la sua vera passione. Se solo fosse stata libera di scegliere la sua vita.
Nina, era grassottella, affamata e tanto, tanto infelice.

Non c’è l’avevano fatta, era troppo fuori forma. Non aveva potuto iscriversi al concorso per via di quei chili di troppo presi proprio negli ultimi giorni nonostante la dieta a base di pane e acqua, con una generosa aggiunta di purganti, inflittagli dalla madre. La stanza era stata perquisita da cima a fondo, ma con grande rabbia e disappunto non era saltata fuori nemmeno una briciola. Da lì a qualche mese ci sarebbe stata la selezione per le veline di una nota trasmissione televisiva. E la mamma di Nina poteva anche contare su qualche buon aggancio. Se necessario, avrebbe spiegato alla figlia come giocarsi l’asso di cuori che teneva fra le gambe; un gioco che lei conosceva bene, pur non avendo vinto in vita sua una sola partita. Le piaceva giocare, punto e basta.
Nina stava come sempre stesa sul letto, fantasticando su plateau di frutti di mare, torte al cioccolato, giganteschi piatti di pasta al ragù, quando la porta si spalancò di colpo. Vide sua madre e Carlo entrare e in un attimo gli furono addosso.
Lei prese a legarle i polsi alla spalliera del letto, mentre lui la teneva ferma, con quelle mani dure e prive di dolcezza che parevano frugarla con cupida fame.
“Ora ci penso io...” continuava a mormorare sua madre “vedrai che questo provino non lo perdiamo... e no, questa volta non mi farai fessa... vedrai che questa volta sfondiamo amore mio.”
Amore, com’era suonata stonata quella meravigliosa parola in bocca a sua madre. A Nina, parve una bestemmia.
Carlo aveva smesso di artigliarle i seni. Le facevano male i capezzoli. Era tutto così assurdo. Era riuscita a malapena a protestare e ora non riusciva nemmeno a piangere. Non poteva essere vero. Chiuse e riaprì gli occhi sperando di svegliarsi. Ma erano ancora lì, ai piedi del letto che la fissavano con aria soddisfatta. E fu incrociando lo sguardo di lui che Nina, legata mani e piedi, si sentì perduta.

Che situazione assurda! La slegavano solo per accompagnarla in bagno, lavarla e pesarla. Ma nonostante ingerisse ormai solo disgustosi beveroni e fosse divorata da una fame atroce, continuava inesorabile a ingrassare provocando le ire di sua madre che sfociavano in furiose litigate con Carlo.
“Sei tu vero, sei tu che le dai da mangiare di nascosto?”
“Ma che dici tesoro...”
“Guarda che ti tengo d’occhio sai? Non lascerò che quella santarellina t’incanti. Mancano meno di venti giorni alla selezione e la vedi? La vedi? Fa schifo! Farebbe fatica a trovare uno che se la scopi, figurasi vincere la selezione per veline e diventare il sogno di mezza Italia.”
“Mah, a dire il vero la ragazzina non mi sembra poi così male...”
“Basta, basta! Da oggi svuoto casa. Niente, neanche più una briciola. Io e te mangeremo fuori e... e vedremo!”
“Certo tesoro, calmati dai.”
“E’ che sono così tesa, mi capisci vero?”
“Sì, amore, sei una madre stupenda.”
La sfuriata era finita. Nina accolse quel silenzio come una benedizione. Ascoltò il suo stomaco urlare affamato. Poi dalla stanza vicina il letto prese a cigolare. E sperò d’avere ancora sogni abbastanza grandi che la portassero via da lì.

Era in un ristorantino francese in rue d’Aubruci intenta ad affrontare un enorme piatto di crostacei, quando la porta della camera si aprì. Carlo si sedette sul bordo del letto e appoggiò una mano sul suo ginocchio, appena sotto l’orlo di pizzo della camicia da notte. La pelle di Nina parve bruciare, come sfiorata dalle ortiche.
“Ecco qui la nostra bambina, che si ostina tanto a far arrabbiare la mamma...” la mano continuava ad accarezzarle ruvida il ginocchio. Nina legata, non trovava neppure la voce per gridare.
“Lo dici allo zio com’è che non riusciamo a buttare giù quel po’ di ciccia sufficiente a renderla felice?”
La mano s’infilò sotto il bordo della vestaglia sfiorandole l’interno della coscia. L’alito puzzava, le parole si strascicavano ubriache.
“Lo sai che lo zio potrebbe essere carino con te? Non ti farebbe voglia un po’ di cioccolata, un bel panino?”
La mano salì, decisa e Nina si ricordò con terrore che sotto non indossava niente.
“Vai via, ti prego, vai via...” riuscì a piagnucolare dimenandosi. Lui parve sorridere soddisfatto. Provò a serrare le cosce, ma i piedi erano legati troppo distanti per riuscirvi.
“Guarda che urlo e chiamo la mamma” tentò Nina disperata.
“E secondo te cosa farà? Si precipiterà qui a salvarti? Mi caccerà via?” le sussurrò ridendo all’orecchio.
“Sciocchina. Lo zio tornerà a trovarti e tu sarai tanto buona con lui. Vero?”
La mano la lasciò libera e sanguinate nell’anima. Carlo si alzò. Al di sopra delle sue spalle, sulla soglia, Nina scorse la madre osservare impassibile la scena.

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