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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"L'uomo senza ombra" pag.2

Dopo alcuni minuti, il signor Capuleti trova il coraggio di staccarsi dalla parete. Nessuno lo nota, i passanti nemmeno lo guardano. In questa città la gente non si guarda in faccia. Ognuno è concentrato sulle proprie miserie, sulla propria solitudine, non c’è tempo, né voglia per quella degli altri. Potrei essere senza testa, senza braccia, senza corpo, non se ne accorgerebbero neppure, pensa il signor Capuleti, al tempo stesso rinfrancato ed inquieto, per questo pensiero.
Comincia a girare a caso. Passa due volte dallo stesso bar, in cui quella mattina ha bevuto una birra. Indugia qualche secondo in più nell’agenzia delle scommesse. Per scrupolo controlla il talloncino della puntata che ha fatto oggi pomeriggio. Niente da fare, pensa scuotendo il testone. Saltimbocca, il cavallo su cui aveva scommesso qualche soldo, è arrivato ultimo. Tanto per cambiare, pensa Capuleti.
Gironzola per le strade lucide di pioggia, poi, come in preda ad un’improvvisa ispirazione, gira l’angolo e svolta in una stradina laterale. La via è stretta, poco più di un vicolo e termina contro un edificio basso e largo, di mattoni rossi.
Ombre cinesi, dice il cartello di fianco all’ingresso. Solo per oggi, lo straordinario spettacolo di ombre cinesi.
Il signor Capuleti entra senza badare alla ragazza seduta al botteghino, che gli grida qualcosa, forse di pagare prima il biglietto. Scosta la pesante tenda in velluto blu. Il locale è povero, disadorno, con alcune file di sedie sbilenche. Ci sono due spettatori che russano nella prima fila ed una coppia, un soldato e una ragazza, che amoreggiano sulla sinistra in fondo. Il palcoscenico è un lercio telone bianco, pieno di rappezzi e di macchie d’indefinito colore e provenienza. Nel cono di luce del proiettore si formano e svaniscono sagome di tutti i tipi. Un coniglio, un serpente, un cane. Un mazzo di fiori, un coyote che ulula alla Luna, molto somigliante al cane, in verità. E poi una coppia di innamorati, una casa, un cervo, altri fiori. Il signor Capuleti osserva lo spettacolo in preda ad un imbarazzo crescente. Da dietro la tenda è spuntato anche il proprietario del locale, un ometto magro con baffi radi, incerto se apostrofarlo per il mancato biglietto o rallegrarsi comunque per un nuovo cliente, per quanto insolvente.
Poi, pian piano , con gli occhi ormai abituati alla penombra, al signor Capuleti sembra di scorgere qualcosa ai margini del cono di luce. Prima incerto, aguzza gli occhi e li stringe, poi, via via più sicuro, si avvicina al telone, con le mani sui fianchi e una rabbia che aumenta visibilmente. La sua ombra è lì, in un angolo del telone, visibile come una sagoma più grigia dell’oscurità che c’è intorno. Gliene dirò quattro, pensa il signor Capuleti, le ordinerò di tornare a casa. Ha un compito da svolgere, c’è poco da scherzare. Io sono una persona seria, non posso certo andarmene in giro senza ombra, come un pinco pallino qualsiasi. Se torna senza fare storie, per questa volta sarò buono, sarò comprensivo, ma se mi fa arrabbiare…
L’immagine nel cono di luce, nel frattempo è diventata un uccello, poi un aereo, una ballerina. Ed a quel punto succede qualcosa. L’ombra esce dall’angolo, si avvicina alla sagoma della ballerina e comincia a danzare con lei. Il signor Capuleti si blocca, prima con le mani sui fianchi, ancora con un fiero cipiglio, poi le braccia si fanno via via più cascanti, fino a penzolare lungo i fianchi, inerti ed impotenti. Nel frattempo l’ombra continua a danzare un tango appassionato. Non c’è nessuna musica, ma si può intuire, immaginare, tanta è la grazia con cui la ballerina si lascia cadere tra le braccia dell’ombra, per poi risollevarsi come senza peso. Anche l’ombra si muove con insospettata agilità, quasi non fosse la mia, pensa il signor Capuleti.
Tutta una vita restando incollati ad un uomo banale e scialbo, con la pancia e radi capelli. Un’ombra agile, che potrebbe benissimo essere quella di un ginnasta, di un acrobata, di un grande ballerino e che invece ha avuto in sorte di appartenere al ragionier Capuleti, impiegato. Con la pancia e radi capelli.
Una lacrima scorre silenziosamente sulla guancia del proprietario dell’ombra, poi un’altra ed un’altra ancora.
Sei libera, dice sommessamente il signor Capuleti, da oggi ti sciolgo da ogni voto o dovere. Poi volta le spalle al cono di luce ed esce dal locale, con le guance rigate da sottili fili d’argento. Ed è un vero peccato che si sia voltato e sia uscito così in fretta e furia.
Perché l’ombra, dopo le sue parole, si stacca per un istante dalla ballerina e si esibisce in un lungo, elegante inchino, al tempo stesso omaggio e ringraziamento, per un vecchio, vecchissimo amico che, caso strano su questa terra, ha saputo rinunciare al proprio orgoglio, alla propria vanità.
Ed il signor Capuleti, tornando a casa sentendosi un po’ più vecchio, solo ed inutile, non sa di aver compiuto una meravigliosa buona azione.

Ombra, addio

Ho preferito voltare pagina(letteralmente come vedete) e commentare “L’uomo senza ombra” senza l’ombra(sic) fortemente invasiva dei vostri appassionati commenti. Non perché non siano altrettanto interessanti che il racconto primigenio, ma perché mi stavano distraendo da quell’atmosfera magica che il personaggio, che il racconto tratteggia, stava creando intorno a me. Il distacco è sempre doloroso ma forse quello dalla propria ombra assume un significato più profondo, pirandelliamo direi, e variamente interpretabile a seconda delle proprie inclinazioni. Un rifiuto della realtà? Un traguardo ormai raggiunto? Una speranza ormai vana? La fine della corsa? Quell’ombra è deformabile e deformata non solo dall’aspetto del proprietario che se la porta appresso, ma anche dall’ambiente in cui si muove e questo la dice lunga sulla caducità umana e sul principio del libero arbitrio o delle personali aspirazioni..

grazie per il cesellato

grazie per il cesellato commento Dino
per adesso, purtroppo, ho pochissimo tempo,
ma mi riservo il diletto di intrecciare con voi una conversazione sull'argomento, prima o poi...
Alessio

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