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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Avanti il prossimo" di Massimo Vaj

di Massimo Vaj

—Avanti il prossimo— disse una voce decisa, aspettandosi in risposta, come sempre accadeva, un silenzio di tomba dietro a sguardi che, improvvisamente, parevano interessati solo agli orribili quadri sui muri.
Invece un'anziana ombra ingobbita, con lo sguardo che scintillava nel forzare un collo che non poteva più considerare il cielo, si alzò in un susseguirsi di piccoli scatti, frutto di un'artrite deformante che le incurvava le gambe e spezzava, in lunghe e nerastre fessure, unghie gialle e arcuate.
L'infermiera fece appena in tempo a scansarsi di lato per non essere travolta dall'impazienza della vecchia, la quale si trascinò nello studio dentistico facendosi largo a braccia, senza apparente timore.
Si allungò nella poltrona verdastra, ciondolando ridicola sulla propria gobba, quasi a suo agio in mezzo a quegli attrezzi appuntiti e taglienti, lucidati dalle urla di un dolore che da bocche spalancate scivolava su quelle superfici, nobili nella loro perversione.
Il dentista e l'infermiera si scambiarono un'occhiata rapida, trattenendo un ridere che, nel suo ritornare in gola, sussultò di disgusto sincopato.
—Buon giorno, signora— le sorrise ipocrita il medico, un omone pelato e massiccio con due orecchie così pelose da sembrare pipistrelli.
—Si è messa comoda?— si accertò l'infermiera, una bionda carina nascosta da una mascherina di tela che non si toglieva mai.
La vecchia tacque, squadrandoli con occhi di un'opacità indifesa.
—Mi dica, cara signora, che possiamo fare per lei?— il dottore si meravigliò di essere così affettato, lui, che normalmente si entusiasmava a imprimere disagio nelle persone sofferenti.
Da sotto uno scialle nero che non volle togliersi l'anziana tossì, macchiando di sangue il camice del chirurgo che non mosse un muscolo, si sarebbe vendicato dopo.
—Ho male a un dente, ma non posso e non voglio toglierlo— rispose lei, con un timbro di voce troppo giovanile e asciugandosi il filo di sangue nerastro che le sfuggiva a un'estremità dell'incontro di labbra nere e sottili come lame.
—Mi faccia vedere— disse lui, allungando le mani di lattice per aiutarla ad aprire la bocca.
La donnina lo anticipò, rivelando una dentatura perfetta che incorniciava due lunghi canini da bestia carnivora.
Chi lavora in bocca alla gente non smette mai di meravigliarsi per le combinazioni assurde con le quali schiere di malformazioni preparano la loro sfilata dell'incubo, ma questa volta erano troppe le incongruenze che fecero sobbalzare il dottore.
Lui aveva le pareti zeppe di attestati che informavano i pazienti degli annuali tirocìni, eseguiti all'estero sui cadaveri, allo scopo di perfezionare le nuove tecniche impiantologiche che avrebbero fatto la felicità degli inquisitori del Santo Uffizio, ed era avvezzo al tanfo di morte che lo costringeva a respirare ossigeno da una bombola, posta sotto al tavolo sul quale provocava le salme indifese. Questa volta, però, dovette trattenere un vomito di ribellione a quella zaffata terribile che gli avvolse l'anima. Era come se urla innocenti s'attorcigliassero alla forza vitale di chi si avventurava con lo sguardo in quell'osceno pertugio, per scuoterla in una disperata richiesta d'aiuto.
—Ma qui non ci sono carie!— disse contrariato
—Da dove proviene questo fetore?
—Dovrebbe fare una gastroscopia, mi dia ascolto...— si risolse a balbettare l'uomo, con un residuo di voce tremante, mentre stringeva il braccio dell'infermiera che era ammutolita dal disgusto.
La vecchia richiuse la bocca, con un movimento così fluido e lento che sembrò la conseguenza di un meccanismo implacabile e sovrumano.
—Lei, dottore, non ha visto bene, osservi meglio...
—Si avvicini di più, e appoggi pure sul tavolo quello specchietto, ché non le servirà a guardare il buco sotto a questo dente— e così dicendo riaprì con uno scatto metallico la bocca, sfiorandosi il canino con la lingua appuntita.
L'uomo si piegò verso di lei e fu l'ultima cosa che fece, nel trascinarsi dietro l'infermiera svenuta.
Nella sala d'aspetto le urla furono udite come fossero strazi di un sogno, a causa dell'insonorizzazione che isolava lo studio, e nessuno scappò, né potè immaginare la strategia millenaria di chi non voleva più sprecare energie per alimentare la propria deformità.

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