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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Una gita al castello" pag.1

Ci fu un anno in cui, durante i mesi estivi, gli orsacchiotti furono ospiti di una zia. La zia abitava in un paesetto alle pendici di una collina il cui nome era Tor-del-duca.
Era un posticino tranquillo, che sembrava l’illustrazione di un libro di lettura, con un’arietta così leggera che metteva un grande appetito.
Con l’arrivo degli orsi il paese si movimentò non poco: presto a casa della zia ci fu una processione di persone che per un verso o per l’altro si lamentavano dei suoi nipoti.
“Chi ha liberato il merlo del ciabattino? Lui stesso l’aveva preso l’anno scorso ed ora è venuto a mostrarmi la gabbia vuota!” chiedeva loro la zia esasperata. “Zia, hai visto che gabbietta? Povero merlo, ci ha detto di essere triste da morire…” rispondevano i piccoli orsi. La zia tratteneva un sorriso; ora fingeva soltanto di essere arrabbiata.” Così adesso capite anche il linguaggio degli uccelli?” “Zia, quello che diceva il merlo era così chiaro che lo capivano tutti, solo quell’ottuso ciabattino faceva orecchie da mercante!” La zia rinunciava a castigare quei nipoti un po’ scavezzacolli ma di buon cuore. Certo che in paese ne avevano combinate più d’una e perciò la zia li mandava a giocare in collina, dove andavano portando a turno un bel cesto con la merenda.
Questa collina era davvero un bel posto, tutta verde, piena di uccelli e di animali selvatici. Un tappeto di ciclamini si stendeva a perdita d’occhio sul lato più fresco e ombroso, dove c’era un viottolo che conduceva alle rovine di un castello.
Proprio quel castello in cima alla collina aveva dato il nome al paese e certamente un tempo era stato magnifico. Ora i secoli e l’incuria l’avevano ridotto a poco più di un rudere invaso dalle ortiche, rifugio di gufi e pipistrelli. Delle quattro torri ne era rimasta in piedi solo una, la torre del duca, appunto, che si stagliava maestosamente verso il cielo e faceva un po’ paura.
Si raccontava che quel duca fosse stato molto cattivo e il castello fosse abitato dai fantasmi. Orsi e orsette non badavano a queste sciocche storie di paese e andavano a fare merenda abbastanza vicino al castello, attratti dal bel panorama ma soprattutto dal fresco e dal tappeto di ciclamini.
Quando avevano finito pulivano tutto, ma lasciavano sempre qualche pezzetto di biscotto e di pane e dopo un po’, presa confidenza, venivano uccellini e scoiattoli a fare piazza pulita.
Durante queste scorpacciate gli orsacchiotti erano spesso spiati da un gruppo di ragazzetti del paese: era stato inutile tentare di fare amicizia, dall’altra parte c’erano stati sberleffi e boccacce ed era volato perfino qualche sasso. La zia era venuta a conoscenza di questo fatto interrogando uno degli orsi più piccoli, che sembrava spaventato e non voleva più andare a giocare in collina. Era quindi andata a protestare con le famiglie dei ragazzi: ma come, tanta severità con i suoi nipoti e nessuna con quella banda di scalmanati? Da quel giorno sassi non ne erano volati più, ma i dispetti continuavano.
Vedendosi spiati, gli orsi gridarono: “Ma che volete? Perché non ve ne andate?” Quelli, desiderosi di prendere in giro i loro coetanei di città, si avvicinarono per dire: “Voialtri forestieri venite quassù per farvi belli e far vedere che non avete paura.
Veniteci a mezzanotte, invece, così ci dimostrate che non siete quei vigliacchi che pensiamo noi” Gli orsacchiotti, poverini, a farsi belli proprio non ci avevano pensato e neppure capivano la ragione di tanta ostilità, ma punti sul vivo dall’accusa di vigliaccheria risposero: “Saremo qui stanotte stessa a faremo un bel pic-nic alla luce di un falò. Purtroppo per vedere se diciamo la verità dovrete esserci anche voi!” Quegli altri ammutolirono: a questo non avevano pensato! Poi però il più aggressivo di loro, che faceva da capobanda, replicò: “Ok. La sfida è raccolta. Saremo qui a mezzanotte a mangiare pane e salsiccia e a goderci lo spettacolo di voi che ve la date a gambe”. Poi se ne andarono.

Orsi e orsette si misero a riporre la tovaglia e i piatti e bicchieri di plastica nel cesto del pic-nic e intanto commentavano l’accaduto. “Ma che gli avremo fatto? Perché ci fanno la guerra?” chiedeva il pacifico Teddy. “Perché spesso stupidamente siamo ostili a chi non conosciamo, o ci sembra diverso, o viene da un altro posto” rispose Mirtillo tutto aggrottato.
“Vogliono la guerra? L’avranno!” esclamò allegramente Miss Green. “Ho in mente un tiro mancino; se ci riesce il piano al quale sto pensando cominceranno a correre domai sera e non si fermeranno mai più! Faranno il giro del mondo!” “Dicci! Che hai pensato?” gridarono tutti, pieni di entusiasmo. Conoscevano gli scherzi di Miss Green e sapevano che erano formidabili!
“Ragazzi, noi sappiamo che i fantasmi non esistono, ma sappiamo anche che quei ragazzetti muoiono di paura e se non si fossero spinti troppo in là per il gusto di sfidarci, qui a mezzanotte non ci sarebbero venuti per tutto l’oro del mondo.
Sotto la spavalderia nasconderanno una paura matta… giustamente, perché a mezzanotte avranno il loro bel fantasma con tanto di catene e di balletto!” “Ma come?” Chiesero gli altri, tutti in coro. “Sentite, sapete che da anni sono una girl-scout, che so scalare un muro e non soffro di vertigini. Basterà un lenzuolo e la vecchia catena del cancello e il gioco sarà fatto! Sotto il lenzuolo nasconderò una pila e avrò una luminescenza…”fantasmatica!. Già mi vedo ballare lassù, tra i merli del castello…Ragazzi, ci sarà da morire dal ridere!”
Superati i deboli se e ma del buonsenso, tutti aderirono con entusiasmo: Miss Green era la più grande delle orsette e niente le faceva paura. Del resto, tutti gli altri sarebbero stati ad un passo, pronti ad intervenire in caso di pericolo.
Tornarono a casa tutti eccitati: non facevano che ridere e bisbigliare e la zia fu sorpresa nel vedere che dopo cena se ne andavano a letto senza fare le solite storie per tirare tardi.
La casa fu presto tranquilla; solo la finestra della cucina rimase per un po’ illuminata perché la zia vi si attardava in faccende, poi anch’essa si spense.
Le stanze degli orsacchiotti erano sul retro,al pianterreno.
Fu un gioco da ragazzi calarsi dalla finestra uno alla volta per non dare nell’occhio, attraversare il giardino e scavalcare il cancello. A quell’ora le strade erano deserte perché tutti erano a casa, ad eccezione di qualche cane e di un vecchietto un po’ brillo che li salutò allegramente: “Olà ragazzi! Buona passeggiata!”
Arrivarono facendo un gran chiasso fin sotto il castello.

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