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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Tanto una brava persona" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

La città a quell’ora è il solito caleidoscopio di musicanti, accattoni, coppie ben vestite e tipi loschi, che vengon chissà da dove, per andarsene certo da qualche parte.
La signorina Poppel si ferma un attimo, nel corso della sua consueta passeggiatina serale, voltando lo sguardo intorno.
Di musicanti, accattoni e tipi loschi si è già detto. Anche di coppie ben vestite, che si recano all’opera per ascoltare con distratta ammirazione le musiche di Wagner o di Lehàr, ce n’è a bizzeffe.
Gli strilloni, strategicamente dislocati nei principali incroci, si sgolano a spiegare tutti i retroscena dell’ennesima crisi anglo-tedesca e le solite lamentele degli ungheresi, un popolo che, se spendesse meno tempo a piangersi addosso ed un po’ più a lavorare, sarebbe certo più utile alla grandezza dell’impero cui gli si fa l’onore d’appartenere e invece sanno solo dare grattacapi al povero Franz Josef, che Iddio ce lo conservi in salute, insieme alle nostre tradizioni. E non si capisce davvero per quale motivo dovrebbero cambiare le cose, visto che vanno così bene e godiamoci Vienna, finchè al Kaiser ed agli inglesi non salta alla testa qualche nuovo ghiribizzo, che noi abbiamo già i nostri bravi problemi con gli slavi e gl’italiani, per non dimenticare gli ungheresi, un popolo che dovrebbe pianger di meno e lavorare di più, ma forse questo s’è già detto.
La signorina Poppel riprende il cammino, mentre gli organetti nei vicoli fanno risuonare le loro magre versioni di Wagner e Lehàr, che anche il popolino ha diritto ad andare all’opera e può dirsi fortunato di andarci a modo suo, restandosene comodamente sull’uscio di casa a udire le melodie più armoniose, senza il fastidio di doversi vestire di tutto punto e passare metà del tempo ad inchinarsi alla contessa di Vattelapesca o al principe di Chissàdove, per tacere dei continui scossoni di un viaggio in carrozza, che ormai bravi cocchieri, docili di briglia e saldi di frusta, non ve n’è più e quelli di adesso son tutti ungheresi.
Un velo di pioggia fa luccicare i marciapiedi ed i cilindri dei signori diretti all’opera, ma è stata solo una di quelle pioggerelline d’inizio autunno, buone a rinfrescar l’aria, che ci sarà tutto l’inverno, per spremer acqua dalle nuvole e non c’è da invocarla, anzi, che da noi freddo e pioggia son merce comune e l’inverno più freddo della mia vita fu un’estate passata a Vienna, com’ebbe a dire quell’italiano in visita di piacere, certo avvezzo a ben altri climi, come i suoi compaesani d’altronde e per loro vale quello che s’è già detto degli ungheresi, anzi peggio.
La signora Poppel affretta il passo, stringendo a sé la sporta con dentro patate, cipolle ed un bel cavolo. Che comincino ad allenarsi alla convivenza già da ora, che ne dovranno passare di ore nella pentola, a bollire senza stufarsi ed a stufare senza tediarsi. E basteranno per rallegrar la tavola, conditi con un po’ di pane raffermo, un sorso d’acquavite per estinguer la sete ed un quarto di salamino ungherese da farci la punta, che l’acquavite fa venir fame ed il salame sete, ed è un bene che questi due elementi vadan così d’accordo e dimenticate quanto s’è detto finora degli ungheresi, che almeno riguardo ai salami son gente seria e forse solo per questo l’imperatore se li tiene ancora belli stretti, invece di sbatterli fuori a calci dalla porta di servizio.
Mentre rincasa, la signorina Poppel non manca mai d’osservare le vetrine, piene di merce sfavillante, giunta da ogni angolo d’Europa. Qua i gioielli dei migliori orafi olandesi, là le stoffe fiamminghe e i cappelli parigini. Ed i vini italiani e francesi, le salsicce bavaresi, l’acquavite dei Carpazi e soprattutto le torte, la celeberrima pasticceria viennese, con la glassa di cioccolato e le creme di mille gusti e sfumature, che solo per questo motivo il mondo dovrebbe voler bene all’aquila con due teste e farla volare in pace, per i fatti suoi.
Mancano solo due traverse alla casa della signorina Poppel, quando all’improvviso una carrozza, certo condotta da un ungherese, svolta all’improvviso da una via laterale. La signorina Poppel evita per un pelo gli zoccoli dei cavalli, solo per essere urtata da una sporgenza del predellino, finendo nel fango, senza che quel farabutto d’un cocchiere, né i passeggeri del mezzo, la degnino d’attenzione. Stesa in mezzo alla strada, contempla con rabbia le verdure sparse nel fango e soprattutto il suo bel cavolo, di cui era così orgogliosa, spiaccicato a faccia in giù, come un fiore calpestato. Lacrime d’indignazione le montano agli occhi e non basterà certo un quarto di salame ungherese a cui fare la punta, per ritrovare il buonumore stasera, né qualche sorso in più d’acquavite. Non certo con un cavolo di quella risma, che solo a vederlo sarebbero schiattate d’invidia la signora Mettelbaum e tutto il resto del vicinato, ridotto ormai a brandelli.
C’aveva impiegato una buona mezz’ora a sceglierlo, che sembra cosa facile, ma non lo è. Il cavolo deve avere innanzitutto la grandezza giusta, perchè troppo piccolo lascerebbe inappagati e troppo grande c’è il rischio di doverne mangiar per giorni e non sia mai detto che si getti via la grazia di Dio. E poi ha da esser orgoglioso, quasi tronfio di sé e delle sue forme, da portarlo in cima all’altre verdure nella sporta, con la stessa euforia con cui qualche damerino di buona famiglia attraversa il Prater in compagnia della ballerina più formosa, che non se la sposerà, questo è certo, a meno che non sia così folle da voler rinunciare a rendita e patrimonio, ma per stasera se la spassa e che il mondo veda e soprattutto abbia invidia.
Invece del cavolo restano solo sparute vestigia, ormai a brandelli e sozze di fango. A voler essere ottimisti, si potrebbe recuperar qualche patata, che queste son più dure delle cipolle, ma quanto alle ultime, poco c’è da prendere e non s’è mai vista una zuppa di sole patate, che queste son cose da prussiani, cugini si, ma fino ad un certo punto.
E proprio in quell’istante un giovane si ferma giusto all’altezza della signorina Poppel e le chiede se ha bisogno d’aiuto.
E’ un ragazzo di circa diciannove-vent’anni, vestito in modo povero, ma dignitoso, con due immensi occhi chiari, l’aria triste ed un ciuffo di capelli neri, che ricade continuamente sulla fronte.
E’ molto magro, ma riesce comunque a far rialzare da terra la signorina Poppel e subito dopo si mette a setacciare il fango, per riporre nella sporta gli ortaggi ancora commestibili, con la tranquilla pazienza della gente onesta, che ben sa quanto sia preziosa, di questi tempi, ogni patata e ogni cipolla.
Poi, riconsegnata la sporta alla legittima proprietaria, insiste per accompagnarla fin sull’uscio, timida richiesta che la claudicante signorina Poppel accetta di buon grado, datosi che le strade son piene di cocchieri ungheresi, ubriachi d’acquavite e di Dio sa che altro.
Quel gesto d’umana solidarietà fa ritrovare il perduto buon umore alla signorina Poppel e mentre s’avvia verso casa, aggrappandosi al magro braccio del giovanotto, pensa che forse basterà far la punta al salame ed in fondo, per una sera, ci si può pure accontentare di qualche patata lessa, magari accompagnata da un bel tocco di formaggio. L’importante è che ci sia ancora della brava gente, giovanotti come quello, che piuttosto che correr dietro alle gonnelle o infarcirsi la testa con le bufale di quei socialisti senza Dio, sono capaci di un bel gesto, di dare una mano ad una povera donna in mezzo ad una strada.
Arrivati sull’uscio, il giovane si congeda, quasi non volesse arrecare altro disturbo e se non fosse che la signorina Poppel è una donna onesta, che giammai ospiterebbe in casa uno sconosciuto, ci sarebbe da invitarlo a cena e divider con la sua mite povertà le patate lesse, il formaggio e perché no, anche il salame ungherese.
- Aspettate un attimo. Come vi chiamate, giovanotto? –
- Adolf. Adolf Hitler. –
- Che Dio vi benedica –
- Auf wiedersehen – risponde il giovanotto prima di perdersi nelle ombre della sera e la signorina Poppel pensa che sì, ha incontrato proprio una brava persona.

Finalmente

Era ora!
Un gioiellino mitteleuropeo, anche se Aufwiedersen credo si scriva Aufwiedersehen.
Bravo Alessio.

to Silvia.....ich muss dich um einen Gefallen bitten.....

hai ragione Frank! :)
invoco a mia discolpa che il tedesco non è proprio la mia lingua madre...
Silviuccia, correggi... please, por favòr,s'il vous plaît,ich muss dich um einen Gefallen bitten.
Alessio

Un soffio in aria

Sa l'é par chel jò o soi furlan e di todesc o cognoss dome ches quatris peraulis che mi coventavin pa fa cubie cun qualchi frute de Germanie, quanc co eri un fantat. Satu, Alessio, lis feminis e son simpri stadis la me passion. Ah, la zoventut in Marmolade, lis tedescutis che la clamavin "marmelada", lis gnots a spalmasi lis musis di bussadis, par parà vie lis sboentaduris dal soreli in miec de nef a 3000 metros. Sante Madonne, ce biel vivi, e correvin i cinquante e jo no vevi nancje l'etat par votà! Mandi (ciao).
Ps - scusate l'"ostrogoto", la mia "lingua", che ci sarà anche quando... un soffio di polvere in aria.

Ops...

Ops.. correggo immediatamente. Il tedesco non è nemmeno mio appannaggio ^^ solo francese ed inglese (e un poco di italiano ;) )
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Nulla ha più valore di una lettera.

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