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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Una sigaretta" di Giuseppe D'Antonio [reallynothing]

di Giuseppe D'Antonio

Luigi Pescatore si tirò a sedere sul letto, poggiando le spalle al muro. Prese una sigaretta dal pacchetto che era sul comodino lí di fianco, l’accese e aspirò una boccata di fumo. Poi guardò il corpo di sua moglie Letizia disteso al suo fianco".
Fra non molto lei si sarebbe svegliata e sarebbe andata in cucina a preparare il caffè. Lui l’avrebbe sentita armeggiare fra mobili e fornelli immaginandola intenta a riempire il filtro della moka, avendo cura di non sprecare troppo caffè. Poi, una volta messa la macchinetta sul fuoco, lei sarebbe andata in bagno, chiudendo a chiave la porta. A sentire il rumore della chiave che girava nella toppa, lui in parte avrebbe sorriso alla pudicizia della moglie – dopo dieci anni di matrimonio ancora non riusciva a lasciare aperta la porta del bagno – e in parte si sarebbe rammaricato al pensiero della sua poca esuberanza in certe faccende. Distratto da alcune fantasie in proposito, si sarebbe ridestato all’odore del caffè che giungeva dalla cucina, adiacente alla camera da letto – il loro era un appartamento modesto – e cosí avrebbe scostato le coperte sedendosi poi al bordo del letto dove sarebbe rimasto per un po’ a guardarsi le punte dei piedi, muovendo le dita nelle calze di spugna. Intanto, lei l’avrebbe chiamato dal bagno – da lí, nel silenzio del primo mattino, si sentiva gorgogliare la moka – dicendogli di andare a spegnere prima che straripasse tutto sul fornello. Lui si sarebbe alzato e, infilate le ciabatte, si sarebbe trascinato in cucina passando davanti alla porta del bagno. Lí si sarebbe fermato a tamburellare con le dita sul vetro smerigliato attraverso il quale si intravedeva la figura opaca di lei seduta sul water. A quel rumore lei avrebbe sorriso per abitudine, fissando il bordo scrostato di ruggine dello scaldino.
In cucina, lui avrebbe preso due tazzine dal mobile sopra al lavandino e le avrebbe riempite di caffè. Quindi avrebbe preso lo zucchero dalla credenza versandone un cucchiaino raso in una tazzina per lei e due nell’altra per lui. In seguito, avrebbe aspettato che lei uscisse dal bagno e lo raggiungesse lasciando tempo al caffè di perdere un po’ di bollore poiché ad entrambi piaceva berlo tiepido. Lei, uscita dal bagno, sarebbe andata prima in camera da letto a recuperare il pacchetto di sigarette sul comodino e poi in cucina. Cosí entrambi avrebbero sorseggiato il caffè, in silenzio per il tempo necessario a vuotare le tazzine. In cucina non si sarebbero sentiti rumori se non il leggero risucchio di loro due che sorbivano il caffè e il lamento inesorabile del motorino del frigorifero. Lui avrebbe guardato per un po’ la striscia di calcare lungo l’acciaio del lavandino, dalla parte addossata alla parete. Lei invece un punto fisso del battiscopa sotto la finestra, ancora con le imposte chiuse. Poi, finito il caffè, lui avrebbe preso una sigaretta, l’avrebbe accesa e avrebbe cominciato a fumare ciccando nella tazzina. Lei l’avrebbe guardato con disappunto ma non avrebbe detto nulla e per non pensare alla cenere mista al rimasuglio di caffè nella tazzina – cosa che l’aveva sempre disgustata – gli avrebbe parlato del curriculum spedito un po’ di giorni prima dicendogli di aver ricevuto una risposta e di avere un colloquio a giorni. Allora lui avrebbe sorriso dicendole che tutto sarebbe andato per il meglio. Anche se poi non lo pensava sul serio e anzi sapeva che lei sulla storia del colloquio aveva mentito e già da tempo lui aveva scoperto che nessun curriculum era stato spedito per cercare lavoro. Cosí sarebbe ritornato a guardare la striscia di calcare lungo l’acciaio del lavandino e si sarebbe detto che era inutile badarci e solo il tempo avrebbe sistemato tutto e in fondo a lei non le si poteva poi chiedere molto anche perché il colpo era stato duro, perdere cosí quel bambino, il primo, dopo tutti quegli anni di matrimonio che non ne veniva nessuno. Cosí, avrebbe spento la sigaretta nella tazzina, lasciandola sfrigolare, e le avrebbe dato un bacio in fronte senza dire nulla e lei avrebbe chiuso gli occhi sia per il bacio che per la sigaretta nella tazzina. Quindi lui sarebbe andato in bagno ma senza chiudere la porta a chiave. Dal bagno, avrebbe sentito lei mettere a posto in cucina e poi l’avrebbe vista scivolare al di là del vetro smerigliato della porta. Lei sarebbe passata senza tamburellare sul vetro e, una volta in camera, si sarebbe svestita e ravviati i capelli e si sarebbe accarezzata la pancia. Lui, in bagno, avrebbe fissato la fuga crepata delle mattonelle e lo stendibiancheria nella vasca su cui c’erano gli slip di entrambi. Una volta uscito, l’avrebbe trovata in camera seduta sul bordo del letto con le braccia chiuse in grembo e lo sguardo fisso al pavimento. Lui si sarebbe avvicinato premendole delicatamente la punta del naso con un dito e lei avrebbe strizzato gli occhi e sorriso.
Poi lui si sarebbe vestito, sentendo gli occhi di lei guardarlo da sopra le spalle, e per un attimo avrebbe avuto l’istinto di dirle di smettere di guardare perché provava fastidio nel sentirsi osservato e lei ben lo sapeva, ma poi avrebbe solo sospirato e si sarebbe detto che in fondo non contava poi molto. Una volta pronti, sarebbero usciti insieme, lei per le compere e lui per il lavoro e in strada si sarebbero salutati con un bacio sulla bocca. Allora, lui avrebbe avuto l’ultima possibilità per dirle del licenziamento prima che quella giornata si mettesse fra loro e la verità.
Cosí, Luigi Pescatore prese l’ultimo tiro dalla sigaretta, la spense nel posacenere sul comodino e guardò il corpo di sua moglie addormentata lí di lato. Poi si girò su un fianco e chiuse gli occhi per ancora cinque minuti.

Quanti problemi

Quanta realtà svela questo racconto. Dalla descrizione dell'ambiente ai pensieri di Luigi, dalla solitudine dell'essere, dei due, l'unico a conoscenza di un problema che riguarda il futuro di entrambi, al sentimento di impotenza che induce a tornare a dormirci sopra dove il "come farò" non riguarda solamente il problema in sè ma anche il condividerlo con l'altro (come farò senza lavoro e come farò a dirlo a lei)...
Tutto il racconto è una fotografia dell'italiano medio oggi. Quello che ha perso il lavoro a causa della crisi, che non sa come tirare avanti in una situzione già poco rosea prima del licenziamento. QUanti problemi ci passano sotto il naso ogni giorno...
Mi viene da dare una speranza a Luigi chè forse è l'unica arma che abbiamo ancora per proteggerci e riscattarci.

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Una stanza senza libri è come un corpo senza anima.

L'infelicità

E' molto più facile secondo me condividere la gioia che il dolore. La cosa più terribile dell'infelicità è che ti mura nella solitudine, perché temi dapprima di far soffrire l'altro, e poi perché ti trovi intrappolato in un percorso che ti obbliga al silenzio se non addirittura alla menzogna. Resti così privato dell'unico conforto che vorresti, quello della persona che ami, che chiusa nella bolla del suo stesso dolore, uguale al tuo ma non condivisibile, si allontana inesorabilmente da te. Questo ci ha raccontato Giuseppe D'Antonio, in questo misurato, direi pudico racconto, che proprio per il suo tono sommesso ci sconvolge ancora di più.

Su con la vita

Solitudini accerchiate dalle donne - armate di buoni sentimenti - l'uomo sogna, si rivolta, cade dal letto del non fare, batte la testa contro l'ombra di un sospetto e muore!
E la speranza? Alzarsi dalla tomba, fuggire all'altro mondo.
Auguro a Giuseppe D'antonio, complimentandomi per il suo racconto, e a Nadia, molte sigarette in vita. E a chi non fuma... ben per lui/lei.

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