scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Senza nome" pag.3

Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?

Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.

E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer, vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.

Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?

Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…

- Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
- … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.

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