scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Il pianto delle farfalle" di Martina Natella

I Capitolo

“Corri, Alice! Corri!”
Matteo mi prende per mano e iniziamo a correre veloci verso il paese. La terra si sta trasformando in fango e, a mano a mano che si attacca sotto le mie infradito, i miei piedi diventano sempre più pesanti da sollevare. Non mi ero resa conto di essermi allontanata così tanto da casa. I prati e i campi si susseguono intorno a me mentre la pioggia mi inzuppa i vestiti e tamburella sui fiori. Un lampo, poi un tuono. Il cielo è sempre più scuro, come se un pittore aggiungesse del nero alla sua tavolozza cercando il colore giusto. Tutto diventa più buio.
“Di qua!”
Matteo mi porta verso casa sua, più vicina rispetto a quella dello zio. E’ una casa in sasso piuttosto bassa ma davvero suggestiva. Entriamo da una porta a vetri sul retro e ci ritroviamo in camera sua. Prima di entrare però, lascio le mie infradito davanti alla porta. Matteo mi da un accappatoio per asciugarmi e una maglietta asciutta che però non indosso. Mi cambierò a casa. Mi siedo sul letto e lui mi mostra la sua collezione di cd: ne è orgoglioso, occupa una libreria intera. Mentre mi racconta dove ha trovato ogni cd, qual è la canzone migliore e altre cose che non ascolto, mi guardo intorno. La stanza è molto particolare. Piena di musica. La parte più alta delle pareti è occupata da mensole coperte di cd e vecchie cassette. Alla sinistra della libreria c’è la porta bianca dell’armadio, mentre a destra una grande scrivania asimmetrica è coperta da spartiti e testi di canzoni a cui Matteo sta lavorando. C’è anche un computer dal quale partono vari cavi e fili elettrici che vanno a ingarbugliarsi fino alle prese. La seggiola è in plastica, verde militare, di quelle da ufficio, con le rotelle. Immagino Matteo darsi una spinta e andare, stando seduto, in ogni angolo della camera.
Al centro della stanza, due chitarre sono appoggiate agli appositi sostegni; una è collegata ad un amplificatore ai piedi del letto. Quest’ultimo è su una pedana rialzata ed è appoggiato al muro tappezzato di poster di concerti e di foto. Ce n’è una di una ragazza con i capelli scuri a caschetto e il viso coperto di lentiggini; ha un cerchietto rosso e sta mandando un bacio verso l’obiettivo.
“E’ la tua ragazza?” chiedo a Matteo.
Lui, dopo un attimo di smarrimento perché pensava che lo stessi ascoltando, guarda la foto, improvvisamente triste. Poi annuisce e guarda fuori dalla finestra.
“Come sono scure le nuvole adesso…” dice sottovoce. Un lampo si riflette sulle lenti dei suoi strani occhiali. Sono rossi ed ottagonali.
“Non volevo interromperti, scusa” dico.
“Hai fatto bene invece. Ti stavo annoiando a morte.”
“No, non è quello…” rispondo. “E’ che io e la musica non andiamo molto d’accordo, quindi non ti ho ascoltato più di tanto. Abbiamo un rapporto burrascoso.”
“In che senso?” chiede lui sedendosi cavalcioni sulla sedia. Giocherella con la custodia vuota di un cd aspettando la mia risposta: la apre, la richiude, la riapre. Io mi mordo le labbra. Devo raccontargli tutto? Adesso? Ma gli interesserà davvero? Si gratta la nuca mentre mi perdo tra le mie domande.
“Allora?” mi chiede.
Guardo la chiave di violino tatuata dietro il suo orecchio destro.
“Allora mettiti comodo…” dico. “E’ lunga da spiegare.”
E inizio a ripensare a quando tutto è cominciato, un anno e cinque mesi fa.

“Vorrei imparare dal vento a respirare,
dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portar le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde di andare e venire…”

.....

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