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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Matt Haig - Il patto dei labrador

Il labrador Prince - mentre attende che un veterinario gli somministri l’iniezione letale - rievoca la sua storia e narra in prima persona i motivi che lo hanno spinto a tradire “Il patto dei labrador”. Tale patto prevedeva che la felicità e la sicurezza della famiglie umane dipendessero esclusivamente dal senso del dovere dei Labrador. Per questo sacrificio e abnegazione i Labrador sarebbero stati ricompensati con la possibilità di incontrare i propri cari nell’aldilà. Il patto ha dei sottocodici (non ricorrere alla violenza e obbedire agli ordini umani). Prince ha tradito questi sottocodici del patto per difendere la famiglia Hunter dalla disgregazione.
Infatti l’obiettivo dei Labrador è quello di evitare che le famiglie umane si disgreghino. Una volta questo era il compito di tutti cani. Ma ci sono stati cambiamenti anche nel mondo canino. Gli Springer si sollevarono contro la fedeltà e il senso del dovere che erano sentimenti propri dei cani fin dall’antichità in nome dell’edonismo, in nome del piacere e in nome dell’egoismo canino. La sollevazione degli Springer fu una sorta di ’68 - si parla infatti di liberazione dai guinzagli -, ma è forse più corretto parlare di una sorta di ’77 dato che produsse, come per gli uomini nei primi anni ’80, un riflusso culturale che oppose la trionfante cultura edonistica degli Springer all’ascetismo e all’impegno dei Labrador, ultimi cani a resistere alla sollevazione e a ergersi a difensori della tradizione e della fedeltà. Il Labrador divennero a seguito della sollevazione degli Springer una sorta di setta segreta combattente, una Carboneria con le sue leggi, le sue parole d’ordine e con i suoi riti di segretezza, tramandati di generazione in generazione.
Meno allegorico rispetto a La Fattoria degli animali di Orwell, dove il parallelo politico con la Rivoluzione bolscevica era evidente e continuo, questo libro – gradevolissimo e scritto con uno stile assai scorrevole – ha senza dubbio il difetto di avere una “fabula” non è ben calibrata: Prince a ben vedere non viola il Patto, ma due sottocodici. Probabilmente l’autore non voleva sprecare l’idea di partenza che era veramente buona e ha forzato la costruzione del testo fino alla fine per tenere fede a questa idea.
Tuttavia il testo – che, bene inteso, può essere letto senza impegno come una bella novella - consente volendo una riflessione sul tema scottante del rapporto tra dovere, etica e tradizione.
Infatti per tutto il libro Prince è dilaniato dai dubbi: non capisce questo suo ruolo alla Michele Strogoff di Verne (ricordate: il corriere dello zar è incaricato di consegnare un messaggio segreto – il corriere Michele Strogoff non sa quale sia il contenuto del messaggio -, ma è pronto a morire per obbedire all’ordine). Prince è turbato dal fatto che il dovere in sé venga prima del contenuto del dovere; che soprattutto la tradizione e il rispetto di certe norme tramandate vengano prima di ogni altra considerazione. E alla fine viola i due sottocodici del patto per preservare l’unità della famiglia Hunter che è sotto attacco. Cioè salva quella che secondo lui è la sostanza, ma non la forma.
Quando il concetto di dovere viene legato alla sola tradizione per dargli consistenza e autorevolezza e non viene legato all’etica che lo deve riempire di volta in volta di contenuti esso va prima o poi in crisi. Dovremmo riflettere sul fatto che proprio una logica siffatta aveva portato qualcuno a rispondere al processo di Norimberga “Io? Io ho solo eseguito gli ordini” e che l’espressione “il mio onore si chiama fedeltà” era il motto delle SS.
Una bella lezione da un quadrupede per i bipedi.

Juri Casati

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