scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Stella" pag. 1

Giovanni la attendeva in auto, fermo sotto casa sua, in una fredda sera d’inverno. Quando Stella varcò il cancello di casa, gli apparve in tutta la sua prorompente bellezza, affascinante come sempre. Stella avvicinandosi all’auto, reclinò il capo prima da una parte e poi dall’altra, facendo oscillare dietro di sé la sua chioma castana, come per dare una sistemata ai capelli. Quel gesto a Giovanni piaceva un sacco. Al collo aveva la sciarpina di seta che le aveva comprato in un negozietto di Bellagio, quando erano stati a Villa Melzi . In un attimo rivisse tutta quella giornata: Stella era rimasta letteralmente incantata dall’amenità del luogo: il verde dei prati contrastava l’azzurro del lago, e tra il verde e l’azzurro gli sgargianti colori di enormi cespugli di azalee in fiore. Il tutto condito dalla vivacità degli scoiattoli che si rincorrevano sui rami degli alberi. Poca gente perché era una mattina di un giorno feriale, il lago placido in attesa della pioggia di cupe nubi che si affacciavano dietro al crinale dei monti. Ah! Che giornata! Conclusa in un ristorantino, fuori Bellagio, con vista sul lago; la sala da pranzo era solo per loro. Fuori aveva iniziato a piovere. E’ malinconico il lago quando piove, ma loro lo trovarono particolarmente romantico.
Quando Stella aprì la portiera dell’auto, per salire, Giovanni provò un tuffo al cuore. Un groppo gli serrava la gola. Si salutarono in modo freddo e distaccato.
“Ciao Gio.”
“Ciao Stella.”
Prima si sarebbero salutati con un tanto affettuoso, quanto delicato bacio a sfiorarsi le labbra, ma ora erano due semplici amici per via della decisione che lei aveva preso: interrompere la loro breve intensa storia d’amore. Giovanni non aveva mai digerito quella decisione, ne era innamorato alla follia, non se ne faceva una ragione, ma si era adeguato alla volontà di lei. Soprattutto non digeriva le motivazioni che lei sosteneva, tra queste quella di non essersi mai confrontati, ma di essersi solo raccontati.
A niente era servito farle notare che non c’era mai stato bisogno di un confronto, perché si volevano troppo bene e ogni cosa che vedevano, facevano, toccavano, era oro puro. A niente era servito dirle che raccontarsi serve per conoscersi, che i racconti permettono di esprimere la propria personalità, le cose che si desiderano e che si temono, i lati oscuri della propria vita, ma anche difficoltà e risorse per superarli.
Giovanni aveva giocato tutte le sue carte per cercare di farla tornare sui propri passi, aveva giocato tutte le briscole e i carichi pesanti, ma lei aveva in mano l’asso di briscola e con quello chiuse la partita.
Dopo il distaccato saluto, Stella sussurrò: “Come stai Gio?”
Lui le rispose in modo stizzito: “Come sto? Mi lasci e mi domandi come sto?”
Poi si controllò; distese la schiena contro il sedile dell’auto, abbandonò la testa all’indietro fino a che il poggiatesta non ne fermò la corsa e fissando un punto fisso lontano nel vuoto davanti a sè, oltre il parabrezza dell’auto, disse piano: “Sto. Sto come chi è stato privato dell’affetto della persona più cara. Come credi che stia uno così? Si sente solo. Disperatamente solo. Tristemente solo. Desolatamente solo nel deserto degli affetti.”
Ora era il silenzio a parlare forte per loro.
Poi mettendo in moto l’auto disse: “Beh. Andiamo, adesso, gli altri ci aspettano, saranno già arrivati.”
Poco dopo al ristorante Le cascine furono baci e abbracci con amici e colleghi. La vista degli amici aveva riportato il sorriso sul volto di Giovanni ed entrando nel locale notò il complessino che accordava gli strumenti. “E vai! Musica dal vivo stasera! Bene bene.”
Al tavolo appoggiarono giacconi e cappotti sulle sedie. Teresa, un’ ex collega di Giovanni, non potè fare a meno di esprimere apprezzamenti sull’eleganza di Giovanni: un completo blu con tanto di camicia bianca e cravatta: “Caspita Giovanni! Complimenti!”
“Eh… Sai stasera devo cuccare!” Lo diceva a voce alta per farsi sentire da Stella. Non era vero che voleva cuccare, voleva farla ingelosire.
Ma anche Stella era elegante sotto il cappotto. Indossava quel vestito rosso lungo, scollato sul suo seno generoso, lo stesso della sera in cui cominciò la loro storia. Per Giovanni fu un altro tuffo al cuore.

Quella serata organizzata dal circolo aziendale, si erano promessi che si sarebbero presentati i relativi fidanzati. Stella, quella sera, arrivò accompagnata da Luigi, un collega di lavoro che dimostrava molti più anni di quanti ne avesse. La vide entrare sotto braccio a lui e pensò: “Possibile che sia quello lì?” Lo trovò subito antipatico. Stella presentò Luigi a Giovanni: “Piacere” si dissero reciprocamente, ma per Giovanni non era un piacere bensì una sfida. Poi sussurrò all’orecchio di lei: “E’ lui?”
“Gio, ma ti ho detto che non ho un fidanzato. E’ solo un collega.”
“Ma eri a braccetto con lui.”
“Cosa c’entra. Piuttosto, la tua dov’è?”
“Calma. La conoscerai più tardi.”
Presero posto a tavola, ma non allo stesso tavolo. Si davano quasi le spalle l’uno all’altra. Al tavolo di Giovanni c’erano altre donne, anche belle. Stella ogni tanto si girava e domandava: “Allora? Qual è di quelle?”
“Non essere impaziente Stella. Non è a questo tavolo.”
Si ballava anche in quel locale e più tardi Giovanni chiese se potessero suonare un lento. La trascinò a ballare quasi di forza perché lei non ballava mai. Si vergognava.
“Dai!” insistette Giovanni quando attaccò il lento, “Se vieni a ballare ti dico chi è la mia fidanzata.” Scesero in pista. Non erano assolutamente capaci di ballare, ma stavano lì abbracciati in mezzo a tutti gli altri che invece ballavano davvero.
“Allora? Chi è?” chiese Stella.
“Ma non hai ancora capito?”
“No. Cosa?”
“Sei tu!” Le disse Giovanni.
“Cosa?” Rispose già stordita.
“Sì. Vuoi essere la mia fidanzata?” Le sussurrò all’orecchio e neanche lui sapeva come gli scappò di darle un bacio sulla guancia. Il lento intanto era finito, ma lei era ancora abbracciata a lui.
“Torniamo al tavolo.” le disse Giovanni. C’erano più di centocinquanta persone nel locale. La musica a volume alto, ma lei non vedeva nessuno e sentiva suonare le campane a festa come fosse Pasqua. Tornando al tavolo lei teneva ancora la mano di lui: “La mano. Grazie”.
Era estasiata, stordita, camminava sollevata da terra e non riusciva a tornare giù. Prima di salutarsi quella sera, Giovanni le rinnovò la richiesta, ma lei non era nelle sue facoltà.

Creative Commons License Salvo dove diversamente indicato, il materiale in questo sito
è pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.
Powered by netsons | Drupal and Drupal Italia coomunity | Custumized version by Mavimo
Based on: ManuScript | Optimized for Drupal :www.SablonTurk.com