scrigno

leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Velluto nero" di Carla Casazza

di Carla Casazza

La prima volta che ho incontrato Michel non ho fatto una gran bella figura.
Anche se l’ho colpito. In senso fisico, intendo.
Ero immersa nel contenitore per i surgelati del discount quando, alzandomi di scatto, ho centrato in pieno con una pizza surgelata il sorvegliante del negozio.
Michel, appunto.
Lui, impassibile, mi ha fatto un mezzo sorriso mentre io, mortificata, mi scusavo.
“Non è niente”. Ha sorriso ancora ed è andato oltre.
Ho terminato la spesa in fretta, quasi per cancellare – sparendo dalla sua vista – la figuraccia.
Ma non sono riuscita a cancellare dalla mia mente quel sorriso e due occhi di velluto nero.
Così sono tornata al discount. Dovevo rivederlo.
Stavo pensierosa a fissare alcune bottiglie di Albana: se mio padre mi avesse vista in quel momento avrebbe sollevato le sopracciglia e scosso la testa rabbuiato.
Papà è un viticoltore di quelli vecchio stampo, che il suo vino lo produce con amore e dedizione, fregandosene del marketing e di tutte quelle scemenze moderne (beh, lui direbbe qualcosa di più forte, non certo “scemenze”).
Mio padre conosce le sue vigne da quando è nato, ci è vissuto in mezzo per 65 anni: hanno raccolto le sue confidenze.
Persino il primo bacio alla mamma l’ha dato tra i filari del Pignoletto.
“So che non dovrei essere io a dirlo, ma se vuole del vino buono davvero non è qui che deve cercare”.
Era Michel. Lui, gli occhi di velluto nero. E una voce corposa e armonica come il Sangiovese.
Galeotto fu lo scaffale del vino.
Perché dall’Albana la conversazione si spostò verso altri vitigni, altri argomenti.
Abbiamo continuato, poi, a raccontarci di fronte ad una pizza.
Viene dal Senegal, Michel. E’ agronomo, e ha scelto l’Italia per specializzarsi in enologia. Ma si è ritrovato a fare il vigilante nel discount perché deve pur mangiare.
Che tanti italiani di un enologo senegalese non ne vogliono sentire parlare.
Eppure quando Michel racconta del suo sogno, una vigna, una cantina tutta sua, gli brillano gli occhi di velluto nero.
Sembra mio padre quando parla dei suoi vitigni.
Mio padre.
A volte ha delle idee così antiche. Come la terra che calpesta ogni giorno.
Ho provato a parlargli di Michel. Ma quando ha saputo che è senegalese mi ha chiesto con un’espressione allarmata “Sarà mica negro?”.
Alla fine l’ho convinto a conoscerlo.
Ora stiamo per varcare il cancello di casa dei miei. Michel guida cercando di mostrarsi tranquillo, ma dai suoi gesti capisco che non lo è.
Metto una mano sulla sua.
“Vedrai che andrà tutto bene”
Di fronte al casale centenario, i miei genitori ci aspettano.
La mamma indossa uno dei completi buoni. E sorride.
Papà, con gli abiti di tutti i giorni, è serio, le braccia lungo i fianchi, apre e chiude i pugni nervosamente.
Mi fa tenerezza quando porge la mano a Michel per stringerla con energia: un gigante d’ebano e un ometto tutto rughe ristrettosi con l’età.
L’imbarazzo è tangibile ma ognuno fa del suo meglio per alleggerire l’atmosfera del pranzo.
A turno io, mamma e Michel cerchiamo di mantenere viva la conversazione.
Papà risponde a monillabi e guarda ostinatamente nel piatto.
Noto che mamma osserva Michel di sottecchi, poi si accorge che la sto guardando a mia volta e sorride. Nei suoi occhi leggo approvazione.
Si alza. Va in cucina e torna con il secondo.
Mio padre stappa una nuova bottiglia.
Michel assapora il vino e pare improvvisamente rapito.
Chiude gli occhi, sospira. Sorride.
Papà lo fissa interrogativo.
“Ma questo è Bursôn!” esclama Michel con entusiasmo.
E sono fiera della sua approfondita cultura enoica.
Papà, impegnato a bere pure lui, manda di traverso. Tossisce.
E’ diventato rosso scuro come il vino che ha nel bicchiere.
Io e Michel siamo in piedi e lo guardiamo preoccupati.
Papà smette di tossire. Si pulisce la bocca nel tovagliolo. Scosta la sedia rumorosamente e si alza.
Fa due passi verso Michel che troneggia su di lui ma ha la stessa espressione di un bambino che sta per essere punito.
Papà lo guarda e improvvisamente lo abbraccia.
“Benvenuto a casa mia, figliolo!”.

Neanche una parola fuori posto!

Ogni tanto capita la fortuna di leggere delle storie scritte per farsi leggere e non per cercare di dimostrare la perizia dell'autore nello strapazzale la lingua.
Questa è una di quelle storie, breve, ma c'è tutto quello che serve.
I personaggi sono tratteggiati velocemente e con precisione, non c'è la presunzione di voler descrivere quello che non si può, bastano pochi cenni per rendere il personaggio.
Una storia semplice eppure commovente e nello stesso tempo allegra.
Ricorda vagamente "Indovina chi viene a cena" ma ciò non fa che confermare quello che disse un pittore famoso: "i grandi artisti copiano, i geni rubano".
Complimenti.

Francesco Pomponio
www.francescopomponio.it

Grazie

Amo ciò che scrivo e scrivo ciò che sono (non so se lo ha già detto qualcun'altro ma in questo momento mi è nato così) quindi un grazie sentito per essere stata capita.

Carla
http://www.carlacasazza.com

Come il vino

Carla cara, il tuo racconto è come il vino quando mi piace. Ci si deve sentire dentro il sole, il gusto dell'uva,la natura del terreno che la vite ha succhiato. Ci si deve vedere il paesaggio che ha generato quel vino. Che poi abbia sentore di viola è certo meraviglioso, ma secondario. Ecco perché di tutte le bestemmie che riguardano gli alimenti e le bevande quella di adulterare il vino è la più vile, perché ne distrugge la schiettezza: il vino è il risultato non solo di un procedimento, ma di un miracolo che la natura e l'uomo hanno creato insieme. Così semplice e raffinato è il tuo racconto, perché la vera, sublime raffinatezza non è negli orpelli o nelle stravaganti combinazioni:è nelle cose semplici e vere. Brava.

Prosit

Mi chiedo chi sia il vero protagonista di questo racconto: la narratrice? il viticultore? il senegalese? l’amore? No. Secondo me è il vino, che Carla ha saputo porre al centro dell’attenzione inondando il nostro “scrigno” del più antico e delizioso dei profumi. Quello appunto del vino. Prosit!

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