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Haruki Murakami - L'arte di correre


Nei primi anni ’80 Murakami decise di chiudere il jazz bar di cui era proprietario e dedicarsi alla sola scrittura. Murakami decise allora - Murakami è il cognome dell’autore e Haruki è il nome, ma in Giappone il cognome viene anteposto al nome e quindi anche l’editore italiano ha deciso di fare così: scelta cervellotica dato che poi lo stesso editore ha modificato il titolo dell’opera che nell’originale era una citazione da Carver - di dedicarsi contemporaneamente anche alla corsa correndo per molti chilometri al giorno. In questo modo avrebbe controbilanciato l’attività sedentaria che compete al lavoro di scrittore.
Da allora con sforzo, abnegazione e con molta programmazione Murakami riuscirà a partecipare a circa una maratona all’anno tra cui il percorso classico in Grecia tra Atene e Maratona in cui corse seriamente il rischio di essere più volte investito a causa del traffico e di finire come quei cani e gatti morti che incontrava durante il tragitto. Riuscirà anche a partecipare a una ultramaratona di 100 chilometri. Negli anni successivi coltiverà anche altri interessi sportivi come il triathlon (nuoto, bicicletta, corsa) e in una gara di triathlon conoscerà anche l’onta della squalifica. In quest’opera ci racconta - in modo invero frammentario - alcune delle sue piccole imprese, i molti suoi sforzi e ci regala alcune riflessioni.
Per esempio Murakami fa un continuo elogio della solitudine come necessità fisiologica. La solitudine è una condizione necessaria del corridore e dello scrittore. Infatti nella sua corsa non c’è intento competitivo, il competere con gli altri. Ma - dichiara lui - è bello competere con sé stessi. Tuttavia poi nel libro ad ogni maratona ci indica quanti avversari ha superato. Forse è un po’ la mentalità del corridore che si allena da solo per migliorarsi, ma che misura il proprio miglioramento non solo con il cronometro, ma anche nei confronti degli altri. Così come lo scrittore lavora da solo, ma misura grazie al pubblico il risultato del proprio lavoro. La “solitudine” del maratoneta tuttavia la si vede bene quando parla dei propri muscoli in terza persona, come se fossero un’entità a parte che qualche volta non risponde, che va modellata, che va usata. L’autore ci dice che fa letteralmente gemere i muscoli. Per esempio scopriamo che li fa soffrire quando è biasimato o riceve un rimprovero: soffrono loro al posto suo.
Forse non è un testo riuscitissimo. I testi di cui si compone l’opera alla fine risultano giustapposti e oggettivamente non ben articolati. Ma questa imprecisione nella costruzione dell’opera e le piccole ripetizioni sono inevitabili trattandosi di un diario tenuto in 3 anni ricco di spunti e riflessioni più che di un testo sorprendente. Più che altro sarebbero alcune pagine estratte dal suo blog (se l’autore avesse un blog) nel corso di tre anni. Sicuramente non è un manuale di corsa. Quello che come al solito impressiona è lo stile che è di una sobria eleganza e di una fluidità senza pari. È la vera qualità di questo testo. Il suo stile davvero ricorda quello della corsa piana e di fondo: non sbava, e sempre leggero, aggraziato, costante. Tuttavia da un autore come Murakami è lecito attendersi qualcosa di più e di meglio soprattutto nell’architettura complessiva del testo.
Sulla tomba l’autore vuole che ci sia scritto: “Murakami Haruki, scrittore e maratoneta”.

Juri Casati

Per un assaggio del libro clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/919

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